Essay | Più in là della Cosa Brutta – in memoria di David Foster Wallace

Se ripensiamo a quel 12 settembre 2008, quando, nella sua casa a Claremont, in California, David Foster Wallace venne trovato impiccato dalla moglie Karen Green, ci viene in mente, in modo involontario ma inevitabile, un incipit di un altro, altrettanto importante, autore.

Era il 1942 e a Parigi Albert Camus esordiva così ne Il mito di Sisifo:

«Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto – se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie – viene dopo».

Anche il lettore superficiale sarà costretto – quantomeno – a intuire che questo quesito ha assillato Wallace fin dall’inizio, un vociferare inestinguibile che lo scrittore ha tentato di zittire per tutta la sua esistenza e contro cui noi lottiamo ogni volta che ci avviciniamo anche solo a una pagina di quest’uomo straordinario – nel senso più stretto del termine – e refrattario a qualunque definizione che possa dirsi del tutto convincente.

Non serve soffermarsi ulteriormente sulla smaccata bravura letteraria di questo autore. Riconosciuto a pieno titolo, perfino dagli intellettuali più scettici, come massimo talento americano dell’ultimo cinquantennio, Wallace sta diventando – e non stupisce – un vero e proprio oggetto di culto, una chimera che si lascia così naturalmente inseguire, anche se negli ultimi tempi l’ondata pop sembra essersi in parte arrestata.

Ma non ci soffermeremo su questo, e non certo perché non varrebbe la pena parlarne: Wallace è terreno ancora pressoché inesplorato e guardato con un’ammirazione frammista a sconcerto, temuto e amato come il Deserto Incommensurabile dell’Ohio. Ma indugiarvi qui sarebbe irrispettoso non soltanto per lui, ma ancor più per il lettore che si aspetti di trovare delle parole che possano anche solo approssimarsi a ciò di cui cercano di parlare.



Senza inoltrarci in interminabili e improduttivi confronti, c’è forse un discrimine più profondo, a mio avviso, tra Dave (come amava chiamarlo Zadie Smith) e tutti gli altri (grandissimi) autori postmoderni, anche se ricondurre Wallace semplicemente al postmodernismo non è soltanto riduttivo, ma probabilmente impreciso.

Questo discrimine ha a che fare col dono, con l’enorme responsabilità di dover rispondere al quesito camusiano non tanto per sé stesso, ma per «quella parte di sé capace di amare anziché quella che vuole solo essere amata»

All’interno dell’opera wallaciana, in ogni ardita e imprevedibile innovazione, in ogni virtuosismo, nella tentacolare esplorazione del mezzo linguistico-letterario pulsa un' impalpabile eppure inequivocabile umanità, nella sua accezione più autentica, che da un certo punto in poi è stata «una questione esistenziale senza vie di scampo» (ricontestualizzando un’efficace affermazione di Stefano Bartezzaghi).

Nulla è casuale in Wallace: è talmente evidente che ribadirlo pare un’ovvietà. Ma forse non  pare  altrettanto ovvio che nulla in Wallace è sterile esercizio di stile, sperimentazione solipsistica. Ogni suo fraseggio è attraversato da un qualcosa che ha la stessa imprecisabile natura dell’impulso vitale, pura elettricità pronta a dare la vita o a sfogare la propria scarica mortale.

Non c’è via di mezzo con Wallace: o lo si rifugge, oppure lo si ama visceralmente, ma solo dopo aver avuto la forza di superare la repulsività della sua grandezza.  Le sue opere – considerazione forse insolita, ma che qualcuno forse potrà capire – sono una patina umoristica, una satira rocambolesca in cui si annida l’invito a un atto masochistico, a una discesa dolorosa ma quantomai necessaria.

La prosa di Wallace è comicità che danza nel baratro.

Prendiamo come esempio una tecnica emblematica. La chiosa (e in Infinite Jest addirittura la nota alla nota), il tratto wallaciano per antonomasia (assieme-a-questo), è il dispositivo più frequentato dall’autore per attuare una dispersione del testo, una disgregazione non ricomponibile fino a spingersi verso una vera e propria riconfigurazione di ciò che normalmente intendiamo per testo.

Ma nessuna “persona depressa”, imbattendosi nel racconto così intitolato in Brevi interviste con uomini schifosi, potrà negare la stupefacente efficacia di quello che a prima vista appare artificio fine a sé stesso. Dare forma letteraria a meccanismi mentali difficili da descrivere persino per chi li ha provati: ecco il gravoso compito che Wallace in questo caso delega a sé stesso. Non un contenutismo introspettivo, ma un pirotecnico stilema, indubbiamente ostico per il lettore più cinico e impaziente, restituisce alla perfezione le dinamiche del rimuginio e della ruminazione rabbiosa, la claustrofobica e non disinnescabile ricorsività di pensieri ossessivi che si diramano nell’abisso fino a raggiungere dimensioni cosmiche, tutti così dispersi eppure tutti compartecipi dello stesso soffocante girare a vuoto.


Jonathan Franzen e D. F. Wallace nel 1996

So che tutto questo potrebbe apparire ingenuo, ma il punto è che Wallace, in modo più o meno trasfigurato, riversa sé stesso in ogni pagina. È un dato di fatto (sgradito forsanche a lui) troppo tangibile per non essere preso in considerazione, ed è il motivo per cui la notizia del suo suicidio ha trafitto i lettori con l’affilatezza di un dolore personale.

Forse non sarebbe del tutto esatto dire “riversa sé stesso”. Wallace sembra quasi utilizzare sé stesso come setaccio della vasta, farneticante e ingovernabile cultura contemporanea e delle sue nevrosi, e la restituisce per quella che è: deforme, schifosa e dopotutto umana. La sua sterminata conoscenza non è erudizione, ma inevitabile effetto di un tellurico bisogno di comprendere l’icore che alberga sulla soglia della coscienza; “has nothing to do with knowledge, and everything to do with simple awareness; awareness of what is so real and essential, so hidden in plain sight all around us, that we have to keep reminding ourselves, over and over: “This is water, this is water”.

Ed è questo uno dei portati maggiori della sua eredità: un ossessivo sforzo di porgere ciò che non può ridursi a contenuto e che si  lascia afferrare soltanto attraverso una sua replica. Dare una forma, per forza di cose la più polimorfa, dalla duttilità necessaria a adattarsi alle più impercettibili e incomprensibili pieghe di quel che chiamiamo e che ognuno di noi intende per “umanità”.

Non dovremmo, ma è inevitabile dissezionare la scrittura di Wallace alla ricerca febbrile degli indizi della catastrofe. Uno di questi è innegabilmente quel «soldatino pieno di problemi» in soggiorno sul pianeta Trillafon, uno dei suoi primi racconti pubblicato nel 1987 sull’«Amherst Review» (in Italia edito in Questa è l’acqua, Einaudi 2009).

Oggi non vogliamo parlare dell’estrosità del fraseggio, del contorsionismo sintattico e dello sperimentalismo formale. E non vogliamo nemmeno parlare di quel tragico giorno di 11 anni fa in cui il Sisifo americano non ha più potuto, in alcun modo, immaginarsi felice. Ci limitiamo a un estratto ben più eloquente e a lasciar parlare una delle prime tracce, così diretta e pura, di una voce complessa e allo stesso tempo intrisa di inspiegabile candore. Andare là dove tutto ha avuto inizio, dove La Cosa Brutta ha preso corpo e, innestandosi su una così sottile capacità di penetrazione del reale, ha creato una miscela esplosiva.

Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta resta sospeso in una frase a metà, inconcluso in un’interruzione di cui è difficile non cogliere il sinistro sottotesto. Ma possiamo anche vedere in quell’incompiutezza una mano tesa, un appello a rispondere, un antidoto contro la solitudine.



Federica Ruggiero 



Brevissimo estratto da Questa è l’acqua (Einaudi, 2009), traduzione di Giovanna Granato:

Non so davvero se la Cosa Brutta sia davvero depressione. Prima avevo sempre pensato che la depressione fosse come una tristezza davvero profonda, tipo quella che ti prende quando muore il tuo bravo cagnolino, o quando in Bambi uccidono la madre di Bambi […]. La Cosa Brutta - e mi sa che la depressione è questo e nient’altro - è molto diversa, e indescrivibilmente peggio. Mi sa che dovrei dire più o meno indescrivibilmente, perché nell’ultimo paio d’anni ho sentito le persone più disparate cercare di descrivere la “vera” depressione. Uno della televisione con lo scilinguagnolo ha detto che secondo certi è come sott’acqua, sotto una massa d’acqua che non ha superficie, almeno per te, che qualunque direzioni prendi trovi soltanto altra acqua, niente aria fresca né libertà di movimento, solo restrizioni e soffocamento, e niente luce. (Non so quanto sia azzeccato dire che è come essere sott’acqua, ma provate a immaginare il momento in cui vi rendete conto, in cui improvvisamente capite che per voi non c’è superficie, che potete nuotare finché vi pare tanto lì dentro ci affogate; immaginate come vi sentireste in quel preciso istante, come Cartesio all’inizio della sua seconda cosa, poi immaginate quella sensazione in tutta la sua piacevolissima intensità soffocante protrarsi per ore, giorni, mesi… forse questo è più azzeccato). […] Perché la Cosa Brutta attacca non solo te facendoti sentire male e mettendoti fuori uso, ma attacca in special modo, fa sentire male e mette fuori uso proprio le cose che ti servono a combattere la Cosa Brutta, a sentirti magari meglio, a restare vivo. Non è facile capirlo, ma è davvero così. [...] È così che funziona la Cosa Brutta: è particolarmente brava ad aggredire i vostri meccanismi difensivi. Il modo per combattere o sfuggire la Cosa Brutta sta chiaramente nel pensare in modo diverso, nel ragionare e discutere con voi stessi, giusto per cambiare il vostro modo di percepire, sentire, elaborare le cose. Ma vi serve la mente per farlo, vi servono le cellule cerebrali e i loro bravi atomi, le facoltà mentali e compagnia bella, vi serve il vostro io, ed è proprio quello che la Cosa Brutta ha fatto ammalare troppo perché funzioni a dovere. Ha fatto ammalare proprio quello. Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire. E voi cominciate a pensare a questa situazione veramente atroce e vi dite: – Mannaggia, coma cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo? – Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse, e poi tutto a un tratto avete come un'intuizione... la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta! La Cosa Brutta siete voi. Nient'altro: nessuna infezione batteriologica né colpi di spranga o di martello in testa quando eravate piccoli, né scuse d'altro genere; voi siete la malattia. La malattia vi «definisce», specie dopo che è passato qualche tempo. Ed è allora, mi sa, che se avete lo scilinguagnolo vi rendete conto che l'acqua non ha superficie, oppure sbattete il muso contro il vetro della campana rendendovi conto di essere in trappola, oppure guardate il buco nero e vedete che ha la vostra faccia. È in quel preciso istante che la Cosa Brutta vi divora, o meglio, che voi divorate voi stessi. Che vi uccidete. Facciamo tante storie quando chi ha una «grave depressione» si suicida; diciamo: – Per la miseria, dobbiamo fare qualcosa per impedire che si suicidino! – Errore. Perché, vedete, tutte quelle persone a quel punto si sono già uccise, nel senso che conta per davvero. Quando scolano interi armadietti di medicine, schiacciano un pisolino in garage o che so io, si sono già uccisi da un pezzo. Quando «si suicidano» si dimostrano semplicemente coerenti. Danno semplicemente forma esteriore a un fatto la cui sostanza in loro esiste già da molto tempo.

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