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Poesia | Anamorfiche di Danilo Mandolini

Aggiornato il: 11 dic 2019

Come precisa l’autore in una nota finale al testo, il titolo Anamorfiche rimanda alla tecnica denominata «anamorfosi» «che nelle arti figurative è la rappresentazione di una scena in deformazione prospettica; questo: per far sì che la visione corretta della stessa scena possa avvenire solo da un punto di vista diverso da quello frontale». L’autore dispiega dunque una serie di sguardi, appunto ‘anamorfici’, sulla realtà: quest’ultima, allora, diviene passibile di diverse interpretazioni e rappresentazioni. Per mezzo di questa tecnica, Mandolini offre una visione della realtà in continuo divenire, come se essa fosse un fenomeno plastico avvolto da una inarrestabile espansione.


Le prime sezioni della raccolta si concentrano soprattutto sui rumori, sui suoni e le voci così da trasformarli in vere e proprie «psichedelie», distorsioni percettive e sensoriali per poterci avvicinare in modo diverso (forse più vero?) alla realtà stessa. La parola poetica di Mandolini diviene plastica, espandibile e prolungabile come un suono o una voce e l’allitterazione si trasforma in un suono metamorfico, nel mutare di forma delle stesse parole e del loro significato più recondito. Il suono, il rumore e la voce presenti nei versi di Anamorfiche divengono sinesteticamente anche una profonda espressione del tempo e dello spazio.


E, quasi appendici spaziali e temporali sono anche le assenze di suono e di rumore, i silenzi, i quali si aprono come strali e come «varchi», possibili passaggi segreti verso altre dimensioni (pensiamo alla domanda di Montale ne La casa dei doganieri, «il varco è qui?»), verso altre e inusitate interpretazioni della realtà che ci circonda. Una realtà che diviene illusione e magia scandita in parole che si aprono e si chiudono, che si dilatano in forme sconosciute fino a trasformarsi in immagini lucide e leggere come un soffio di brezza, come le diverse immagini fotografiche realizzate dallo stesso poeta che compaiono nel testo come nuove e cristalline interpretazioni della realtà.


La poesia di Anamorfiche mostra anche la realtà nei suoi risvolti più pesanti, materici e insopportabili, la morte e quasi una materica oppressione del corpo che sembra vivere nella stessa realtà nonché nella percezione che abbiamo di essa: l’invocazione umana di una preghiera laica che in sé reca tutto il dolore di marcescenti quotidianità, la morte che silenziosa vive nei giorni che sempre uguali si ripetono, gli onnipresenti inganni di una società dei consumi che vorrebbe offrire improvvisate formule di eterne felicità. E allora, quando l’oppressione diventa insopportabile, è più che mai necessario cercare quei «varchi», quelle vie di fuga, quelle dimensioni fantasmagoriche che solo una poesia mitopoietica e essenziale ci può regalare: essenziale e diretta, nella sua continua e instancabile interpretazione ‘psichedelica’ della realtà, come quella che Danilo Mandolini ci offre con questa sua nuova raccolta di versi.


Nota di lettura a cura di Paolo Lago


Poesie estratte da Danilo Mandolini, Anamorfiche (Arcipelago itaca, 2018)


Dalla sezione Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni Uno:


Cigolano gli anni avanzando,

quasi sussurrano passando sotto l’ampia volta in ombra che ogni singola presenza ‒ ogni singola vita ‒ inconsapevole delinea. E un segno lasciano, questi spazi colmi di tempo; lasciano come una traccia lieve per dire, per rammentare che a lungo anche nel moto dell’aria persiste lo stesso arrancare degli anni, lo stesso esiguo clamore che torna dopo aver compiuto (incolume cometa) un’orbita completa.

*

Dalla sezione Psichedelie dei silenzi:


Il cielo è reciso e basso davanti allo sguardo. Due palazzi vicini quasi si toccano coi tetti; d’improvviso aprono un varco senza voce. Un gruppo di bambini passa. Mi sfiorano correndo. Con i volti sospesi ridono senza ridere. Conducono la brezza.

*

Con frasi altrui valichiamo frontiere, le attraversiamo lasciando, di noi, come sottili, irregolari interstizi. Oramai siamo di là! (o di qua, non importa) Qui le ombre inseguono il sole, lo sopravanzano a tratti e rimanendo distese cacciano linee appena visibili, solchi di rumori smarriti che dal suolo salgono ‒ radenti al tramonto ‒ finché non vacillano di nuovo, finché non divengono brevi sonorità impure che presto saranno, inesorabilmente, smorzate dalla notte.

*

L’orizzonte porta un vento largo che fa il mare alto e la risacca lunga, bianca e luce che trafigge (anch’essa bianca) ha con sé quel vento... Luce che si fa strato, specchio; che altro barlume diventa, che nelle tasche ‒ mulinellando un po’, mischiandosi con dell’aria esigua ‒ inquieta si palesa come viva nell’istante incerto che senza annullarsi resta e senza un sibilo, poi, scappa.

*

Dalla sezione Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni Due:


Non sono voci né singole parole. Sono minimi colpi di nulla, colpi di niente (come semplici colpi di tosse). Irregolari, brevi, forse trascurabili... Certamente in lontananza.