Poesia | Bamboo Blues di Eugenio Lucrezi

Nelle Notizie e note che concludono il testo di Eugenio Lucrezi, Bamboo Blues (nottetempo, 2018), l’autore mostra esplicitamente la sinopia del suo lavoro, il paratesto che lo ha ispirato e il riferimento interno che lo organizza: Bamboo Blues si ispira all’omonimo lavoro del di Pina Bausch, rappresentato per la prima volta al Teatro Nuovo di Spoleto nel 2009, una «coreografia ‘indiana’ del 2007 che, mescolando senza soluzione di continuità le rituali grazie stilizzate della tradizione hindu alle insiste furie d’ansia e d’affanno del Tanzentheater, mi pare porsi quale odierno paradigma, straniato per inconciliazione e urgente per forza di sprigionate energie d’urto, di quell’antica guerra tra Apollineo e Dionisiaco che chiamiamo poesia». Il riferimento, così invitante e allo stesso tempo garbatamente colto, permette di leggere la raccolta poetica come appunto uno scontrarsi tra una misura d’ordine, una lirica misurata, e una materialità incontrollabile, le cui spinte sforzano la crosta del dire e del pensiero che si trova a rincorrere il Logos più che a organizzarlo. In prima battuta l’Apollineo: il versificare di Lucrezi, tranne che in alcuni passaggi, è di marca fortemente endecasillabica, nobilmente endecasillabica (se ne citano soltanto un paio, ad avviso di chi legge riuscitissimi per forza eidetica e plastica, per leggerezza: «dice l’amore incredulo che piangi / a Pina in un istante, e sei tutta / abbraccio intorno al nulla, concentrata.»). E questo non vuol dire forzatura neometrica o manierismo, quanto dimensione del canto misurato, di attenzione ritmica. La tentazione neometrica la si avverte semmai – e sempre senza la minima forzatura spregiativa e snobistica che spesso si affilia a questo genere di esperimenti tecnico-teoretici – nella riproposizione (in almeno tre casi) della scelta della forma sonetto (è il caso di Disgelo, Mi fa male la coda, Sleep/sonno) e, in un paio di casi, nella riproposizione della rima ipemetra («giacenza al nutrimento del gran pascolo. / Chissà, da congelato, se rinasco»), più montaliana che pascoliana. E anche montaliano – specie di quello delle Occasioni e della Bufera – è il lessico, e dunque nobile, attaccato al reale, con incursioni anche nel livello del colloquiale senza mai scadere nel banale, con una letteralizzazione della vita che non la dimentica sula carta. Qui emerge infatti il lato dionisiaco della raccolta, che si condensa in spinte drammatiche (come in Mater, secuta es, te sequor, mater) e al contempo energetiche e dinamiche, biologiche, lasciando trapelare una legge biochimica e fisico quantistica (Quanta è il nome della prima sezione) che non sottrae la poesia alla sua materialità ma ve la àncora, rendendola palpabile («Fatto sta / che il vuoto di coscienza non intacca / gli alberelli ed i muri transcolori / che dal tufo che sono fanno strada / al cloro delle muffe che li mangiano»). La scelta raffinata e colta dei riferimenti (il latino è ben presente nella raccolta e la letteratura è solo una minima parte delle arti citate, che per lo più spaziano nella canzone contemporanea, nella danza, nella pittura) non fa che accrescere perciò il pathos della raccolta, in una climax che si accresce e va facendosi irresistibile per tutte le cinque sezioni del libro (di cui la prima e la quinta, brevissime, fungono da contorno alle tre centrali e fondamentali); 107, Quanta, Loving the Alien (il riferimento è a David Bowie)/Scurandera, Bamboo Blues, Riprese. Un libro che si attesta, come per un sigaro o un profumo, su aromi e percezioni in crescendo, su note di testa, cuore e fondo, che va letto attentamente, attentamente degustato.


Nota di lettura a cura di Michele Bordoni a Eugenio Lucrezi, Bamboo Blues (nottetempo, 2018)


Dalla sezione Loving the Alien/ Scurandera:


Tu non ci sei riuscita. Ed io neppure per un istante ci ho provato a muovere la liana inestricata degli abbracci. Non c’è vita nei corpi, la speranza avidamente si nutre di digiuni. Se socchiudi la porta, sento i cardini lamentarsi di notte degli spifferi. Invece dell’intrico, avrei gradito battere insieme a te la prateria. Non ci siamo riuscite. Così sia.

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Dalla sezione Bamboo Blues:


Nel giardino (Maria Callas)


E dunque non era questo possibile, che durasse nell’aria l’espressivo ricorso delle onde che ci tengono in contatto a distanza, e in qualche caso ci spingono, nonostante noi stessi, nel non creduto giardino dove suonano, se ti conservi attenta, quanti di grazia che si spende in levità e in moto di accoglienza, e pure suonano infinitesime particelle tristi, fuori frequenza, che per tanto stonano impercettibilmente, rincorrendo, con aria d’immanenza, l’immortale morte, qui nell’adesso insopportabile che gioca di posticipo un delay che non finisce mai. È inutile perciò cercare le ragioni tra i fogli degli appunti, o nel respiro costellato di spume dell’Egeo. Si tratta di ridare fiato al vento, gli studi e le fatiche alla navale prora elegante, proprio mentre affonda. Tu non ti eserciti, dopo che hai provato a stare dalla parte delle scale. C’è un loggione che freme, che si chiede dove ti affondi quando te ne vai. Voce nella corrente, pieghi e stiri la disciplina nei pozzi della mente. Smetti e subito parli del silenzio, ne parli quieta, come fosse niente deporre l’ardimento nella terra, l’aria delle frequenze nel giardino.

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