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Poesia | Black Sicily di Fernando Lena

«Al di là della qualità della scrittura, che si traduce in un linguaggio teso e vivido ma non privo di epifanie sorprendenti e di dolcezze improvvise, quello che ancora una volta stupisce e impressiona nella poesia di Fernando Lena è il suo valore di verità. È infatti una poesia che non ha paura di sporcarsi le mani, di parlare di pizzo, di lampioni crivellati, di killer e di vittime, come se dapprima volesse disegnare una scena e poi, uno ad uno, inserire in quella scena i suoi protagonisti.


Si tratta quasi sempre di persone dolenti, che esprimono il loro sforzo non soltanto nello stare nel mondo ma soprattutto in questa piccola e peculiare parte di mondo che è la Sicilia, a cui in molti casi dimostrano un attaccamento irreversibile (“a furia di mettere radici / aggiungiamo un po’ di morte”).


Eppure si tratta di una terra che appare imprigionata nel proprio tessuto sociale (e mi torna in mente ancora Basile: “non le vedi le schiene spezzate / sotto i colpi di mezzi favori / i signori seduti al caffè / consumare il diritto di pochi”) dove chi cerca di tracciare una propria strada viene a ritrovarsi spesso dalla parte dei perdenti, quindi a fare i conti con una sconfitta che si concretizza nella solitudine dell’omosessuale, nel disorientamento del tossico in fila al Sert o più tragicamente in quell'atto di amore eccessivo e ingestibile verso la vita che è il suicidio.»

Dalla prefazione di Francesco Tomada, Fernando Lena, Black Sicily, Arcipelago Itaca

Da: Black Sicily I


I due abeti davanti casa sono tutto quel che è rimasto del tuo desiderio di padre, li hai voluti piantare alla mia nascita e ora sono quasi cinquant’anni che non perdono un giorno d’ossigeno mentre io di fiato ne ho perso correndo in direzioni mai soleggiate, ma al buio ahimè ci si abitua per quel destino da talpa, ma più che sottoterra è stato sotto la pelle che ho cercato a fondo un mondo tenuto assieme dalle cicatrici.

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Il neon senza le zanzare quest’anno illumina una estate anomala come quando hai scoperto che a pungermi non avevo più voglia: pensavo che il sangue ne avesse così abbastanza

da pretendere dal cuore un’altra forma di precipizio.

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(un sisma)


All’ospedale guardo sempre il parcheggio con chi va e chi ci rimane freddo mentre mi tolgono un po’ di sangue per capire questa emoglobina impazzita. Accade un sisma nel plasma che è un po’ il crollo del mio caos e cosa c’è infondo di più caotico di un ex tossico che cerca i valori di un futuro più obbediente? Ma loro no, i bambini loro non obbediscono alle parole dell’infermiera che con un ago cerca l’attimo dissanguante e forse noi somigliamo a loro quando proviamo ad interagire con le ferite in un dolore che non avremmo voluto volendo in parte assopire l’inquietudine. Poi faccio retromarcia tamponando il carro funebre di uno di quei becchini in tinta con il lutto che a volte diventa patrimonio e spesso debito di una memoria all’ultimo respiro.

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Da: Ematismi Barocchi


Si gioca di meno adesso a carte nei bar con l’amaro Averna accanto come rompicapo per le papille gustative, gli occhi però stanno ancora lì sulle mani dei nonni tracciate da altipiani di vene, loro seguono la sacralità del tocco quando viene meno il dolore che ti sorprende e poi subito dopo viene meno il soldo dato per un gelato, negli anni per una dose

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