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Poesia | CapoVersi una nuova collana di poesia: Autoritratto entro uno specchio Convesso

Ashbery e lo smantellamento dell’immaginario borghese: la nuova edizione Bompiani

Bompiani esordisce con una nuova e importante collana dal nome CapoVersi e lo fa con tre uscite autorevoli, determinanti per il panorama culturale italiano, Autoritratto entro uno specchio convesso del poeta statunitense John Ashbery, Non è tempo di essere del russo Vladislav Chodasevič e con L’ultimo spegne la luce di Nicanor Parra.


In effetti l’importanza di una collana, che non a caso fa da apripista a mondi nuovi e talvolta sommersi letterari, si distingue proprio dall’esordio e in questo caso la scelta di tre titoli classici mai così è indispensabile. L’aver saputo riportare in auge autori come Ashbery ha quindi un ascendente positivo per il panorama culturale italiano e di conseguenza per il mercato del libro.

L’autore statunitense è dunque riproposto attraverso i versi del suo capolavoro per la traduzione di Damiano Abeni che si presenta ben elaborata ed eseguita e si viene a aggiungere, sia per importanza critica sia per il mercato, alla versione dell’83, oramai storica e di importanza generazionale per l’Italia, di Aldo Busi.


Inevitabile quindi è la comparazione delle due traduzioni e dell’importanza di queste nei due momenti storici diversi e turbolenti. Sta di fatto che il lavoro di Damiano Abeni pare completamente ribaltare l’intervento busiano dell’83 e in parte incrementarlo attraverso una attenta fonte critica e stilistica, lasciando a Busi l’onore di aver portato Ashbery in Italia. Non è quindi una gara alla traduzione più bella ma l’interesse della nostra recensione si focalizza sul lavoro che c’è dietro e non per ultimo il periodo storico e il contesto delle due pubblicazioni.


Aldo Busi nell’83, quindi in pieno fermento culturale italiano, ci propone il grande poeta statunitense e mediante il suo intervento (questo va assolutamente ammesso) non solo funge da pioniere, non solo porta nel nostro paese un americano dopo l’altro, ma mette in quella sua insuperabile traduzione parte del suo vissuto a New York, ci mette la vita in una stagione storica ancora quasi del tutto bigotta e nascosta da inutili veli di pudore.


Trentasei anni dopo Damiano Abeni compie, a mio avviso, un’altrettanta rivoluzione, traduce e introduce come fosse un nuovo amico il poeta americano in una Italia ancora fortemente perbenista e persa da cliché stupidi di veline e talk show, dove la televisione, se pur in declino (per fortuna), ha lasciato impronte indelebili di un tramonto, forse di un tempo altro, post-industriale, culturale e sociale, perpetuo ai nostri occhi. Si tratta di una comparsa coraggiosa dunque e dirompente sul panorama desolante di una Italianetta da balera, non capace di reggere il passo, dove la cultura è rifilata in un angolo remoto del ripostiglio e dove il potere della spettacolarizzazione e giudiziale fa ciò che vuole. In questo senso e non solo per le ragioni letterarie evidenti, la nuova traduzione di Bompiani è quanto quella di Busi rivoluzionaria, innovativa, pioniera e foriera di buoni propositi. È insomma un libro che dà speranza, che ci consegna il poeta di New York come fosse un nuovo amico presentatoci, in un contesto non facile per accogliere, novità intelligenti.


Altrettanto importante, come tengo a precisare sin dall’incipit del mio intervento, è assolutamente la collana CapoVersi che si inserisce in un contesto di non facile disponibilità culturale e che segnerà, ne sono convinto, il destino di nuove e già note voci della poesia italiana e straniera.


Ma concentriamoci quindi su Ashbery e sulla raccolta Autoritratto entro uno specchio convesso che è un caposaldo della letteratura americana e non solo. In effetti, a leggere bene questi versi, ci accorgiamo di quanto l’autore di New York morto appena due anni fa sia del resto ancora del tutto attuale e a lui la storia pare non averlo mai estromesso dal tenere le fila di una lettura lucida e parodica al contempo. Di una lettura assai limpida dalla quale si distingue, come in un teatro a luci spente, la voce che è la carta di identità di ogni poeta che si rispetti. Ecco allora che la poesia di Ashbery diventa nel nostro oggi rivoluzionaria quanto e come uscì in America oramai svariati decenni fa e lo è per diverse peculiarità che vale la pena di evidenziare e analizzare per puro spirito divulgativo e non critico (di lavoro faccio lo scrittore e non il critico letterario che è un mestiere del tutto diverso e quindi mi limito a recensire). Conviene quindi procedere con l’analisi per punti e poi assemblare assieme le parti, per arrivare alla fine con alcune poesie scelte e tratte dal libro.

A) la distruzione e lo smantellamento dell’immaginario borghese nella poesia di John Ashbery; B) lo stile ibrido tra lirismo e altri linguaggi come quello dei mass-media, del cinema, della televisione; C) la poesia ashberiana nel contemporaneo e i rapporti con il Beat; D) Ashbery poeta colto? Quanto è determinante che un poeta lo sia?

Sia la scuola newyorkese sia la Beat come fenomeno letterario hanno destituito il ruolo del poeta colto e aristocratico, lontano dalla gente, con quello della strada. Il poeta, e Ashbery ne è inevitabilmente l’esempio concreto, il limpido simbolo non solo generazionale, è una delle voci poetiche della strada, per cui l’autore di versi diventa vagabondo, inizia a errare sia spiritualmente sia di fatto nei sobborghi delle città, inizia a frequentare i marciapiedi, gli ubriaconi, gli artigiani, i bottegai, e ancora tutta la fauna umana che presenta la vita al margine. Il poeta da viaggiatore immobile si trasforma in un vagabondo di fatto e questo non muta la prospettiva solo dal punto di vista ontologico, strettamente alla persona, ma viene a determinare uno stravolgimento sul piano letterario. L’opera diventa quindi la fotografia di un’altra realtà, sinora inedita, quella del non dicibile e i soggetti narrati sono appunto non più l’immagine linda e confortevole di un interno borghese, di un megagalattico appartamento in centro a New York o a Parigi (altro importante centro culturale).


La realtà del crudele, il corpo dello scandalo, l’indicibile, il non poetico, sostituiscano il bel lirismo, «le cose di pessimo gusto» come direbbe Gozzano, parlando del mondo borghese. Ashbery in questo, come altri poeti della sua generazione da Ginsberg a Corso, è quindi un pioniere della quotidianità statunitense, il cantore dei bassifondi, delle bische clandestine, dei night di tendenza.


Si tratta di una esigenza stilistica che inevitabile segna un mutamento di rotta e che non solo riguarda una sfera soltanto dell’autore (o privata o di altra natura), una scelta a senso unico ma una urgenza da gridare di vita. Ecco allora che l’aspetto biografico è strettamente connesso a quello artistico e che le due componenti diventano una sola unità inscindibile (non a caso si inizia a interpretare anche un nuovo ruolo di scrittore; da ora in poi, cioè dal Beat in poi, il mestiere del letterato diventa predominante per l’autore e non una seconda attività che svolge; anzi diventa la fonte del pane quotidiano . Lo scrittore – sia esso poeta o narratore- diventa il cronista della strada e smantella quel senso architettonico del creato borghese, rifiuta la storia degli interni ben confezionati, del lirismo tutto cuore e passione, mentre invece diventa il cantore degli esclusi, dei mendicanti e di tutta quella vita che si fa al margine.


Lo smantellamento del cuore della civiltà borghese, questo capovolgimento, quasi un carnevale in cui trionfa la sola parodia del reale, diventa quindi una presa di coscienza, quasi un’attitudine, e poi, ma non per ultimo, una tendenza di vita. Mai come adesso il poeta è portavoce di una generazione e un rivoluzionario al contempo. Mai come adesso il poeta diventa il messaggero del margine e quest’ultimo il centro di un intero creato.


A testimonianza di quanto dico vengono in soccorso i versi stessi di Ashbery pieni di passanti, di ragazzi che giocano per strada e ai quali il destino traccia una partita già persa in partenza, di signore che portano a spasso i propri cagnolini, al ragazzo che distribuisce il latte e giornali a ogni uscio. Il mondo di Ashbery è quindi capovolto, non più il mondo che noi conosciamo e questo fa tendenza, diventa foriero di un messaggio più umano in quanto calato in certe realtà sinora sommerse. Il poeta ha destituito l’universo borghese, lo ha frantumato, maciullato, sostituito con quello che possiamo chiamare il nuovo mondo.


Ora è chiaro, e ai fini della nostra analisi e per la poetica di Ashbery, sottolineare, in linea di principio, quanto questa rivoluzione comportamentale e di contenuto influisca nella forma. Il poeta ingabbia infatti un nuovo tipo di linguaggio che a lui serve per non avere ostacoli di sorta sul mondo parlato, sull’immaginario borghese smantellato, sull’universo nuovo che inizia piano piano a germogliare verso dopo verso. Ecco allora che la lingua assume il tono perentorio del dinamitardo, della dissipazione, si affievolisce la lirica, si abbassano i toni poetici, per elargire una forma più cruda che catalizza in sé i linguaggi della nuova realtà. La lingua diventa quella dei mass-media, ascoltata e vista nei cinema, relativa alla pubblicità che la televisione trasmette quasi a voler affabulare il telespettatore. Il poeta inizia a parlare la lingua dell’operaio, del mendicante, del passante. Diventa una voce per i molti e non più per i pochi. La poesia non è più il blaterare delle cose di pessimo gusto, non è più prigioniera in una torre d’avorio come per secoli l’abbiamo intesa o è stata.


Ashbery assieme a Corso, Ferlinghetti e altri compagni di strada porta avanti la sua rivoluzione per istinto e solo l’attitudine naturale del fare versi, di tradurre in un quantitativo di sillabe il linguaggio del quotidiano, è la vera religione, anzi la nuova. Perché se da una parte lo scrittore scompiglia la logica della scacchiera ed effettua scacco matto all’avversario compiendo un gesto irriverente ma ripetitivo e costante, ecco allora che il testo poetico sembra tornare alle origini: assume le sembianze di una litania, di una preghiera laica, legata a qualcosa di mistico. Ashbery diventa, e con lui gli altri compagni, il Whitman della metropoli, del mondo della prostituzione, quasi come fosse il cantore di un gregoriano esorcizzante.


Il testo poetico – forse neppur tanto più poesia, ma solo una catena di versi, una cantilena di immagini- torna ad essere puro intento dettato dall’istinto e non più un oggetto studiato. Puro istinto che in parte - e la distanza pare accorciarsi- si riflette e trova similitudini, a mio avviso, in quella che è la tradizione orale dei poeti occidentali. Se pur non tanto americana come usanza, in occidente era ben presente da millenni: è sufficiente pensare infatti ai cantori in ottave dell’Appennino Tosco-Emiliano, ai pastori lirici dei monti Sibillini, ai banditori di storie in versi, accompagnati solo con una chitarra e un tamburello, della Taranta nel Salento leccese e nella Lucania più remota. Si trattava di gente umile, il più delle volte privi di istruzione, che recitavano improvvisando in versi storie di banditi e di fughe, di scalcinate epifanie di campagna, consapevoli di ricordare Dante a memoria o Ariosto (tramandati per via orale e giunti a loro per sentito dire dagli avi), come nel caso di un pastorello della valle del Tronto che ogni giorno portando il suo gregge a pascolare sussurrava al vento l’Orlando Furioso. Si tratta di una tradizione non scritta che Ashbery e compagni riprendono (non so con quanta consapevolezza) e sembrano adattarla a quella realtà urbana di strade e grattacieli. La poesia per istinto, che nasce per puro moto innato nell’animo umano, diventa quindi cittadina e viene traslata da una realtà rurale ad una più complessa e moderna.


Dunque, detto questo, cosa unisce le due poesie? Qual è il filo conduttore che avvicina i due mondi poetici? L’istinto, il non studiato, il non artefatto, l’elementare forma primigenia. Nasce dunque, e a questo punto ogni dubbio è fugato, una civiltà letteraria nuova che edifica una neo religione che ha come intento solo un credo proprio, liturgico e primitivo riguardante l’individuo e il suo contesto. Ashbery, per certi versi, diventa un cantore pop della poesia, un indiano metropolitano; così come gli Omero delle campagne marchigiane, delle valli tra Bologna e Firenze, i contadini attori di un esorcismo della morte per l’amore della vita mediante i canti ancestrali della Taranta in Puglia e Basilicata.

In soccorso a quanto dico in merito alla poesia d’istinto o alla poesia litanica ecco alcuni versi di Ashbery stesso dal Testo Orchestra di liscio lituana (pg.155 versi 1-2) :

«Qualcosa in me è stato guastato non so come né da cosa/ L’oggi è tutto d’un tratto lampante e un’intera era di incertezze sta per terminare […]»

Il passo della poesia proposta bene rende l’idea di quanto ho rilevato sinora e si presenta simile a una litania liturgica, quasi remota, ancestrale, che il poeta sciorina nel tentativo di allontanare un senso di rimorso che viene da lontano. Non è un caso quindi che parlo di rimorso in questo contesto in similitudine all’essenza di certe esternazioni come il pianto rituale constatate da De Martino in Basilicata e Puglia? Non è un caso che trovo delle forti somiglianze tra la poesia litanica di Ashbery e il pianto rituale lucano?


In un certo senso la risposta è sì. De Martino intravide non solo nel pianto funebre lucano un modo di esorcizzare il dolore di chi rimane sulla terra rispetto al caro estinto, non solo intravide nei riti contadini una superstizione atavica e radicata nella zona; ma, e questo è il dato fondamentale che esplicita senza difficoltà una sorta di parallelismo con Ashbery, si porta a darsi una spiegazione, approda a una teoria, avvallata poi anche da Benedetto Croce, che regge il contraccolpo del paradosso: la Basilicata e la Puglia salentina non hanno vissuto Medioevo (caso unico al mondo). E non lo hanno avuto, o come non l’avessero percepito, in quanto la cultura medioevale pare non abbia intaccato la civiltà contadina preesistente e quindi l’età classica, o per meglio dire ellenica, si è protratta all’infinito.

E Ashbery cosa c’entra allora?


Il grado di parentela riscontrabile sta in due elementi centrali di facile reperibilità nella sua poetica:

A) il tentativo di esorcizzare la vita attraverso i versi simili a un canto mistico; B) i versi come atto di puro istinto.

Ecco allora che come i contadini della Terra del rimorso (Basilicata e Salento) esorcizzavano quel senso di peccato innato mediante le varie forme di creatività (canti funebri, magie esoteriche, antichi riti pagani), Ashbery espia il rimorso così pieno di vita vissuto mediante l’uso della poesia, in quella forma di litania urbana tanto cara alla sua generazione.

In secondo luogo, l’altro elemento di legame sta in una litania, molto simile a una poesia preghiera, un testo composto di puro istinto, in parte decostruito, senza alcuna influenza di istruzione poetica.


È quindi a questo punto che sorge una domanda tout-court: ma un poeta per fare poesia deve essere per forza un intellettuale? In altre parole, deve essere dotto sulla tradizione come se la poesia fosse una disciplina?

La risposta sarebbe da eludere in quanto oggettiva, ma purtroppo non è sempre così scontata e allora per dibattere su questo punto cito – per una questione di merito- il mio caro amico scrittore Antonio Merola, il quale sostiene che un letterato non necessariamente debba essere colto. E Antonio ha ragione quando sostiene che l’idea dell’intellettuale letterato è del tutto italiana, mentre in America la cosa cambia. Ashbery ne è la prova: la poesia o la letteratura in genere la si fa per istinto. È relativa a qualcosa di innato, è un assentarsi per capire meglio il mondo, per decifrare il tangibile, per assimilare meglio l’universo sociale e il di dentro dell’uomo, il quadro d’insieme dello stato e delle cose.


La poesia, per istinto, genera e riformula una nuova geografia del tutto interiore al poeta e si sviluppa in quel contesto di attitudini creative che fa dell’autore un artista ma non un intellettuale. La differenza che passa tra le due figure è quindi rintracciabile nel senso creativo del termine, dove il poeta è un artista (che a sua volta è un mestiere ben definito), l’intellettuale un erudito della materia.


Chi fa poesia, quindi, a sua volta deve essere considerato a tutti gli effetti un professionista e non solo un creativo. Merola in quanto discepolo di una certa scuola statunitense di questo ne è convinto e Ashbery gli dà ragione in pieno e poco importa se il nostro sia stato laureato o meno, dotto o erudito, in quanto scriveva lasciando da parte il peso del sapere. Poteva – e conosceva come cosa certa- avere una certa educazione erudita, ma non la implicava per la poesia; ritenendola (intelligentemente) non determinante ai fini del risultato.

Altro aspetto da analizzare sinora rimasto ai margini per ovvie ragioni è quanto la figura di Ashbery debba essere considerata beat.


A mio avviso, almeno attenendosi a quanto ho esposto nel corso dell’intervento, le credenziali per considerarlo un beat ci sono tutte e sin dal principio del discorso. Cosa è quindi che distingue un poeta americano beat da un altro? È sicuramente il fatto di aver rivoluzionato la poesia in qualcosa non solo di istintivo ma di primigenio; di averla usata e decostruita in merito a una rivoluzione non solo sul piano del contenuto ma della forma. Infine, ma non per importanza, per aver traslato l’epicità tipica di certi americani narratori da Faulkner a Fitzgerald, da Steinbeck a Hemingway.


Se di fatto in un primo momento quel sentimento epico delle grandi epopee statunitensi di Mentre morivo, Luce d’agosto, Il vecchio e il mare, La valle dell’Eden, legato alle vicissitudini del proletariato terriero, dei marinai, è traslato e proposto in una dimensione nuova, urbana, che non è assolutamente errato definirlo di “strada”.

Nella poesia dei beat da Ashbery a Ginsberg sino a Ferlinghetti convivono anime e stili multiformi al punto di inglobare non solo un ritorno al remoto, la poesia litanica, come abbiamo visto, ma anche l’epica tipica dei narratori americani e poi ancora tutto un nuovo mondo che adesso tramite di loro emerge dalle acque dell’indicibile.


Il ruolo quindi che i beat hanno svolto è ben preciso: quello di proporre al pubblico una possibilità diversa di fare letteratura; di essere pionieri e portavoce della strada e di tutta quella realtà al margine mai tenuta in considerazione per un discorso etico e moralista. La morale intesa come etica coincide con il margine e quest’ultimo con la bellezza di vivere senza dogmi precostituiti.


Ci sorge spontaneo allora capire quanto la generazione beat sia presente in noi e sino a che punto ci abbia influenzati.

Ma nel dubbio lascio volutamente al lettore formularsi la domanda e darsi una risposta a sua volta. Tuttavia, ed è l’unica cosa che mi limito a sottolineare, penso che il beat ci abbia aperto i cancelli di un post-moderno ancora tutto da comprendere, forse ancora da storicizzare e che ancora non abbiamo assimilato a pieno e per ovvie ragioni, lasciandoci al buio in un labirinto di perplessità.


Poesie estratte da John Ashbery, Autoritratto entro uno specchio convesso (pref. di Harold Bloom, trad. di Damiano Abeni, collana CapoVersi, Bompiani 2019):


SECCHIELLO DI SABBIA


Incedere di una banda rossa attraverso un assiduo colpo di frusta di lotterie ambientali fraintende lastre nel loro avvicinarsi. Una impronta di piede dirige il traffico nel centro di un piatto slargo di crochi in centro commerciale mentre il temporale si inarca su questa nuova situazione. Perché ci sono sviluppi? Una pala trasparente lastrica, dicono “loro”, residui ceppi elastici ritratti di momenti trascinati sotto la sabbia.


SAND PAIL


Process of a red stripe through much whiplash of environmental sweepstakes misinterprets slabs as they come forward. A footprint directs traffic in the center of flat crocus plaza as the storm incurves on this new situation. Why are there developments? A transparent shovel paves, “they” say, residual elastic fetters pictures of moments brought under the sand

*

POMERIGGIO IN CITTÀ


Un velo di foschia protegge questo pomeriggio d’antan dimenticato da tutti i presenti in questa foto, i più ormai risucchiati urlanti da vecchiaia e morte.

Se ci si potesse impossessare dell’America o almeno di una gradevole smemoratezza che s’infiltra nella nostra silhouette e delinea i nostri volumi con una macchia anch’essa fuggevole

ma che commemora perché davvero delinea, dopotutto: ghirlande grigie, quei tre al semaforo che aspettano il verde, l’aria che solleva i capelli a uno di loro capovolto nel riflesso di una pozza.


CITY AFTERNOON


A veil of haze protects this Long-ago afternoon forgotten by everybody In this photograph, most of them now Sucked screaming through old age and death.

If one could seize America Or at least a fine forgetfulness That seeps into our outline Defining our volumes with a stain That is fleeting too

But commemorates Because it does define, after all: Gray garlands, that threesome Waiting for the light to change, Air lifting the hair of one Upside down in the reflecting pool.

*

OLEUM MISERICORDIAE


Per farlo de-assorbire, rendilo meno virulento e dai un colpetto anche al ridisporre l’intera faccenda dalle fondamenta al tetto. Certo, aspettavamo proprio ora certo, non stiamo più aspettando.

Dopo, quando ti dirò che è come se tutto fosse successo solo come rivestimento esterno della mia storia

ti prego di ascoltare tu stai già ascoltando

si è chiuso fuori da solo e così facendo per sbaglio ha chiuso dentro noi

e intanto il mio racconto va benone il primo capitolo                         concludesi

ma il racconto vero, quello che ci dicono probabilmente non sapremo mai trascinato dalla corrente ritorna a spizzichi e bocconi e tutti quanti, alla fin fine talmente fortunati che adesso sappiamo per certo che è tutto successo per caso: un incontro casuale il nano ti ha portato in fondo a una strada e agitando le braccia ha indicato in due direzioni tu ti sei dimenticato di disprezzarlo ma dopo una serie di interludi in camere ammobiliate (descrivi carta da parati) hotel transitori (menziona lavandino e scarafaggi) e dopo aver passato la notte con una stupenda donna sposata cui marito era via per affari a Centerville (menziona questa carta da parati: le rose più pure seppure le più cremose e come il suo sorriso renda più lieve l’arduo cimento delle ultime 500 pagine anche se non hai mai saputo il suo cognome ma solo il suo nome: Dorothy) hai messo le mani sull’acqua della vita hai salvato i tuoi due malvagi fratelli, Cash e Jethro, che immantinentemente ti hanno rubato l’acqua della vita dopodiché l’hai recuperata, sei rientrato sano e salvo a casa, hai salvato la vita al vegliardo e hai ereditato il regno.

Ma s’è trattato di un attimo sotto il sole più radioso. In territori più poveri nessuno tocca l’acqua della vita.

Non ha sapore e per quanto dia ristoro assoluto è anch’essa calice che deve passare oltre

fino a quando tutti non ci guadagnano qualcosa, tanto o poco una ragione per essere arrivati tanto distante senza cane né donna tanto distante da soli, non invitati.


OLEUM MISERICORDIAE


To rub it out, make it less virulent And a stab too at rearranging The whole thing from the ground up. Yes we were waiting just now Yes we are no longer waiting.

Afterwards when I tell you It’s as though it all only happened As siding of my story

I beg you to listen You are already listening

It has shut itself out And in doing so shut us accidentally in

And meanwhile my story goes well The fi rst chapter endeth

But the real story, the one They tell us we shall probably never know Drifts back in bits and pieces All of them, it turns out So lucky Now we really know It all happened by chance: A chance encounter The dwarf led you to the end of a street And pointed fl apping his arms in two directions You forgot to misprize him But after a series of interludes In furnished rooms (describe wallpaper) Transient hotels (mention sink and cockroaches) And spending the night with a beautiful married woman Whose husband was away in Centerville on business (Mention this wallpaper: the purest roses Though the creamiest and how Her smile lightens the ordeal Of the last 500 pages Though you never knew her last name Only her fi rst: Dorothy) You got hold of the water of life Rescued your two wicked brothers Cash and Jethro Who promptly stole the water of life After which you got it back, got safely home, Saved the old man’s life And inherited the kingdom.

But this was a moment Under the most cheerful sun. In poorer lands No one touches the water of life.

It has no taste And though it refreshes absolutely It is a cup that must also pass

Until everybody Gets some advantage, big or little Some reason for having come So far Without dog or woman So far alone, unasked.

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