• Antonio Merola

Poesia | Cinque inediti di Filippo Davoli

Eloisa, il sentiero si raccorcia ma i canneti scomposti al limitare s’alzano con maestria, vibrano lunghi approssimando l’orizzonte in vista. E viridando nel torrido del cuore che non sente giuste ragioni e non s’accomoda alla stretta mulattiera, ascolta come la biscia ti s’accosta e t’accompagna, guarda il moscone d’oro tornato per salutarti da un altro tempo fartisi intorno.


Non temere che si prosciughi la sete, che l’anima s’appanni. C’è un guardare diverso che buca il fondo.


*


Fosti ai miei occhi come lo scrimolo del quale chi ha ventura scopra prima l’irsuto volto, l’asperrima cima che divieta il viandante a proseguire. Ed egli non si astenne, però. T’aggirava con astuta civetteria (o era il suo desiderio di raggiungerti?)


in un balzo fu uomo e ti conobbe lì dove il cuore èrgota e s'azzurra, s'abbruna il sangue e sròndina. Ma alta ne è la gazzarra, rimontante il botro. Un esplodere d'acque tra le giuncaglie e il formichìo. 


La luna ti recinta dentro il buio.


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Non scampa al rigore il primo lembo di settembre. Invano tornano le giornate chiare ma un brivido acuminato le percorre e ne allontana il cuore dell’estate. Le spiagge aperte ormai alla assolata solitudine, l’acqua di nuovo impraticabile e gelida.


Se le raggiungi con lo sguardo trema

dentro di te la vita, t’infuturi nella linea sperduta d’orizzonte. E già sei oltre, nei nidi.


*


Quelle rive lontane che il sole inonda abitate da lingue che si scuoiano di ritorno dal mare o tra i palmizi dove gli albatri non rischiano d’avventurarsi.


Sfrigola l’unghia sulla pelle tesa dei cembali, rimbomba per le fronde il liberante tonfo dei tamburi che obiurga questo mondo.


Altre malure cifrano la sera nei flebili sussurri delle serpi. Violano i sonni, attentano. E non v’è latitudine che scampi.


*


Inopportune calure sorvegliano l’aria. Il passato galleggia sopra i rimpianti, non se ne va la tua bolla. Eppure ha cambiato effigie, ora è una voce che arriva da mondi ancestrali, un richiamo qualunque addossato alla pelle. Quasi un vischio senz’anima o sostanza. Chi vi risiede è piuttosto un bisogno di rompere l’argine.


Macerata, 20 settembre 2018

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