Poesia | Cinque inediti di Sergio Bertolino

Aggiornato il: mar 23

Perché siamo stranieri l’uno all’altro – ciascuno il buio, l’assenza dell’altro.          «Nella mia vita è inscritta la tua morte.» Così parlò l’angelo di ritorno dalle giostre.                   (E il bimbo che giocava col cadavere d’un pesce rise indifferente, assorto nella gloria del sogno.)


Perché le mele dei tuoi occhi son bucate           e quella voce – che amoreggiò con le aquile ubriache, le aquile ubriache d’ombra, furore e vento, che incoraggiò le mani del pianista quando il viaggio era ancora possibile e la notte non faceva paura – non sa più cosa sia lo zucchero dei cieli, l’incanto deflagrante del diniego, l’incanto deflagrante dell’assenso, l’incanto deflagrante del nonsenso, la gioia di perdersi, di credersi. Di credersi, perdersi, la gioia di…


«Quella voce è ciò ch’è stata, non sarà.» Inutilmente interpretiamo il tempo – ché il tempo non s’interpreta infinito. Dunque era vero: dovevo lasciarti            e non l’ho fatto. Il cuore ha lacci che la mente non conosce. Imparerò, imparerò. Ho già imparato, forse. Perché siamo stranieri l’uno all’altro – ciascuno cieco al dolore dell’altro.


*


Solo al buio saprò dirti chi sono: perché la bocca è inerte in questa luce.            Specchio. Dalle finestre avvampa un coro negro. Traduce in qualcos’altro le mie voglie – in qualcosa di lento, di feroce, che le mie poche foglie    ammutolisce – e come un dardo scocca fuori    il mio pensiero – solo sì, come solo Dio può dirsi – in dono a mani esperte della notte, a mani vecchie e nuove assieme… tra scogli e lingue e lame e forme rotte, o nella tana del leopardo – lì dove mai si dorme per la fame


   tu scoprirai chi sono.


*


Perché m’ammaliasti, strega? Il mio tempo in cambio di cosa? «Son come mesi gli anni, i giorni come ore», mi ripetevo in testa. Rendimi il buio quindi, la tenebra ch’è preludio alla gran festa, allo stupore delle messi, alla rosa zenitale. Versami addosso il tuo latte metafisico. Dammi una fine e poi dammi un inizio. (Tu me lo devi, strega. Me lo devi.) Non sopporto più l’agonia della pernice senza senso derisa nei cantieri dove cercai di fabbricarmi una maschera di assenso. Certo preferisco l’acqua gorgogliante di Vulcano, le deformità, gli spasmi, le numeriche allucinazioni fluenti in freddi hotel fantasma, con a fianco il bimbo terrorizzato dalle lame e dagli specchi, le urla alterate contro le case dormienti. Cupa è ormai (e tanto netta) la linea del tramonto. Io ti chiedo di non essere – per essere altrimenti.


*


Nel più profondo dei silenzi t’ho raggiunto. Serve che io muoia ancora una volta – fra quelle braccia in cui muta la forma sempre uguale, lì dov’è il giardino dell’amore criminale e in un punto si condensa il fiato delle stelle, che si fa pieno, splendidamente, silenzio.


«Ammirerai il giglio delle valli?»


Tu sostienimi come un figlio che s’è presto ubriacato alla locanda del dovere – torto nello spirito – che agli occhi della terra s’è umiliato e che adesso chiede altro: l’urgenza della parola, della parola «possibile». Non è libera la necessità. Dolore, torna a lacerarmi. Paura, sciogli nella ressa i tuoi cani febbrili. Voglio sentirmi vivo. Pieno il silenzio, vuota la parola. «Chi non è umile non porta corona.»


*


Dilagante mattino di Villa, tra le calde pieghe del vento si snodò quel corpo minuto… – Foggia inquieta, d’uccello o di felino, che l’onice ha lavorato nel suo ventre – erano forse nuovi artigli per ghermire il sorriso della terra? La bellezza è terribile, sebbene la volta ammiccante non sia più dominio della sola lontananza. Di qui in avanti contro quali faraglioni ci schianteremo? Vivere dell’inesperibile – un occhio rivolto dentro e l’altro fuori –, illudendoci che la cosa possa ancora toccarci.

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