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Poesia | Coppie Minime di Giulia Martini

Aggiornato il: 11 dic 2019

«[...] Si consiglia infine, al lettore, di tentare qualche esercizio di tradimento, che possiamo esemplificare, per concludere, da una delle poesie che aprono la seconda ed eponima sezione: «Io rime, tu rimedi. // Tu vai verso quello che credi, / io verso quello che rimane». Il problema del ‘cosa vuol dire’ sembra assolto alla lettera del testo: il soggetto si impegna sul salvare-scrivere, l’oggetto d’amore resta nel proprio – in forza di cose altro – orizzonte percettivo, ma rimedia (il che può indicare un avere in cura la realtà, il vero oltre il verso, in qualche senso). Eppure, implacabilmente, le zone di maggior risonanza fonica permettono un montaggio alternativo, per cui il testo, giocando soltanto con il principio anagrammatico, potrebbe risillabarsi così: «Io rime, tu di rime. // Tu vai verso quello che credi, / io verso quello che ne rima». Non è importante, penso, che si tratti di una ‘trappola’ predisposta come tale: perché, sopra o sotto le intenzioni, i suoni la dicono, autorizzando una lettura dove il soggetto ammette di aver valorizzato, più che l’altro, sé e la propria parte di lingua. Continuando a voler andare, anche di fronte al lutto, in una zona dove non è più necessario avere fiducia; perché le cose rimano, e tanto a farle rimanere basta»,


dalla prefazione di Francesco Vasarri a Giulia Martini, Coppie minime, Interno poesia, 2018


Dalla sezione Deserto per modo di dire:

Non sembri veramente di Firenze quando rincasi – quella geofauna, la poco occidentale del tressette semiotica. Ieri il colpo di grazia.

Incatenata cosa sulla nona (ABA – BCB – CDC – D e TE – TE – TE con consonante nonchalance) ti semina dovunque l’Indoeuropa.

Così fiorisci pulluli prolifichi e protovangelizzi sciogli prognosi fiocchi moltiplichi accorri riempi

che prima desolava ed occorreva e desisteva ed esitava in pietra e deserticolava e non finiva.

*

Lamento di una stele a grafia mista che non mi stai in cielo e non in terra e manchi dentro gellabe a percorrere stellato indestreggiabile deserto.

Se trovo evaso da un’età di mezzo – con tuffo all’estuario dove t’agiti – ammalorato nei miei pochi secoli dromedario che scambio per cammello,

subito estrudersi edere e confitte pietre a perdersi e debuttare cedri che scambio per cediglie ed esordire

fantasmi con lenzuola di percalle. Così esumarti senza mai morire «e reducemi a ca per questo calle».

*

Calendimaggio d’un maggio d’antan. Mi cali lemme lente nel lemmario chansons di gesta. Quale calicanto del Getsemani tieni tra le mani?

Non allontani da me questo canto. Canto questo che sento come carcere lacuàle per irrigarti chance. Nel deserto, la quale ti battezza,

non mai dimenticarmi sola cosa: prigione vale di cantiere aperto il nome. Fra le dune il nome lume.

Non dimenticarmi sola cosa mai: ricordo quanto ti piaceva, quanto, «Lanquan li jorn son lonc en mai [...]»

***

Dalla sezione Coppie minime:

In alto il numero del treno, questo nero della banchina sveglia la settimana di un tuo passo. Ora il nume di metallo annuncia la direzione ai tuoi ginocchi.

Enumero i rintocchi dell’arancia in folle giro al polso, ti sorveglia sette volte quattro quello di provincia che ho da darti.                                              Ovunque sali e da ogni parte parti.