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Poesia | Fabrizio Baiec sbarca in Italia: il romanzo intimista nella poesia

Aggiornato il: 11 dic 2019

La collaborazione (Marcos y Marcos, 2018)


del poeta francese Fabrizio Bajec sbarca in Italia e con grande sorpresa, non solo per l’importanza editoriale in sé – l’edizione e l’impatto con il pubblico - ma proprio per l’importanza della raccolta, del suo successo stilistico – cosa rara oggi nel panorama della poesia contemporanea - che si sviluppa su di un piano assolutamente inedito, a mio avviso, almeno per quanto concerne la letteratura in lingua francese.


Difficile è di fatto trovare un insieme di poesie così compatto quale a formare un romanzo, una trama sottile e che si perde – ma mai totalmente, almeno no nella accezione del termine - nell'intimo, nella sfera privata di uomo.

Fabrizio Bajec fa questo e lo fa partendo dal presupposto, assai nobile, di conferire alla poesia quel senso di stacco dal mondo e dalla società, dalla storia e dalle sue mille vicissitudini, edificando un proprio perimetro d’azione, uno spazio invisibile, forse una fortificazione, atta a ergersi per far vivere una storia, una geografia personale.

E sì, perché leggendo La collaborazione due sono gli elementi che paiono fare da pilastro alla struttura dell’opera:

A) l’aspetto narrativo, la questione di un romanzo interiore, la ri-formulazione della propria storia di uomo, e di lettere e di vita vissuta; B) la riformulazione di un nuovo contesto, appunto di un paesaggio individuale, intimo, sganciato dalla vita quotidiana e dalle relative vicissitudini.

La raccolta è di fatto una cattedrale di affetti, di fantasmi, di proiezioni e la struttura, il romanzo intimo e familiare di una saga che forse è solo un riflesso del profondo.


Non a caso la raccolta di Bajec, per la collana diretta da Fabio Pusterla, è divisa in quattro sezioniIl mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro, Felicità famigliare - all'interno delle quali il romanzo si accresce, si sviluppa, va oltre un certo cliché confezionato. Ma per fare questo, ecco il salto dell’acrobata, il poeta ridefinisce i contorni, contestualizza il dramma che porta, se pur lirico, a compimento. Quindi, senza retorica, costruisce la propria geografia, il nuovo paesaggio pronto a ospitarne la propria storia. E questo avviene appunto in assenza di retorica. A cominciare dall'uso del verso lungo, quasi epico, che si pone al lettore sotto due aspetti distinti:

A) il poeta dietro il verso lungo, epico, non solo cela il proprio io, ma la sillabazione stessa diventa un baluardo, quasi una trincea ideologica; B) concepisce e affronta un mezzo stilistico il più possibile colloquiale. In poche parole rispetta il buon uso della poesia e la riforma, la capovolge mettendo in atto una rivoluzione privata, non popolare, non caciaresca, non grassa, ma misurata, pensata, rilassata, di grande classe e stile.

Il verso lungo bisogna saperlo fare, non è da tutti; rappresenta il vero salto dell’acrobata, la prova dello stilista metrico. E non si tratta di una scelta banale; ma ideologica se non addirittura ontologica.


Essa infatti ha bisogno per sorreggersi di un alimento diverso da un linguaggio retorico o ricercato, lirico o aulico; un linguaggio che sente la necessità di farsi sentire, di scendere tra la gente, di essere diretto. Ecco allora che il linguaggio scelto da Bajec è sotto forma di un dialogo continuo, come se stesse parlando e con il proprio privato – materia dell’opera - e con il lettore stesso.


Il tutto viene quindi a coagularsi in un tessuto da romanzo, in una architettura che si sostiene da elementi quali:

A) la poesia intima B) il proprio privato C) l’epicità della storia raccontata D) l’allontanamento e di fatto e di sostanza da ogni orpello retorico E) l’edificazione della struttura.

La raccolta risente della lezione di certi grandi, a cominciare da certi poeti francesi come Paul Celan o di certi cantori tunisini e balcanici, o ancora dell’influenza della grande narrativa coloniale, un nome per tutti: ricorda molto la trama pregiata dei racconti di Fausta Cialente. Insomma siamo di fronte a un’opera completa, integra nel suo insieme. Davanti abbiamo un’opera polifunzionale, ben strutturata e che ha molto da dire, a cominciare dal dramma – inteso come dinamica e azione - della vita di un uomo. Di un poeta che, non facciamo fatica a credici, ricorderemo nel tempo e il cui canto non è destinato a cadere nel buio.


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