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Poesia | Fiori Estinti di Mattia Tarantino

Aggiornato il: 10 dic 2019

Non è facile per un giovane poeta esprimere quelle che sono le proprie emozioni, direi che è una cosa rara. Un giovane poeta d’altronde o canta di altro o esprime la propria solitudine. Ecco allora il caso di Mattia Tarantino con la sua raccolta di versi Fiori Estinti (edizioni Terra D’ulivi, 2019) che pare cogliere a pieno non solo la lezione dei poeti grandi – e per anagrafe e per statura stilistica -, ma la lettura di Roland Barthes che sosteneva in uno dei suoi saggi narrativi come gli amanti vivessero una propria solitudine sofferta. Si tratta di una solitudine non dettata dal disagio ma innata, direi quasi ontologica, che alberga e negli adolescenti, quindi nei giovani ragazzi, e appunto negli innamorati. Non si tratta di disagio, dunque.


Direi invece che si tratta di una posizione ideologica che permette al poeta in erba di porre una certa distanza, del saper per istinto separare lo stato delle proprie cose dal contesto esterno. Il viaggio dello scrittore in versi è un viaggio di sola andata, probabilmente di un ritorno lontano nel tempo, un’avventura che traccia semi di una criticità non consapevole, o forse sì, che dilata il tempo dei contesti, le vicissitudini, e il tutto viene concentrato in un universo proprio. Siamo di fronte quindi alla pura recita di emozioni, siamo difronte, per certi versi, a un teatro di scena e che non prevede un dramma stabilito a monte. Siamo dinnanzi al teatro della crudeltà e i versi, drammatici, anti-lirici (per fortuna), sono i pilastri di questa incomunicabilità che l’arte ha in sé, anche quella letteraria. Incomunicabilità da intendersi, in questa occasione, non come mancanza di integrazione da parte del giovane poeta, ma come solitudine e quindi impossibilità di far parte, di accettare e interagire con il contesto storico e sociale.


Si tratta dunque di un sentimento che è posizione ideologica e forse qualcosa di più: che è lettura critica dei contesti, del tangibile; ecco allora che il poeta si estranea e inizia con la propria potente voce a parlare al nulla.


Nel caso di Tarantino trovo inoltre, e questo è riscontrabile nella sua produzione, una peculiarità in più, che lo rende bravo per la sua giovane età, e si tratta di un aspetto tipico della poesia napoletana (Mattia è campano) ossia: il manierismo fantastico partenopeo. Si tratta di quella forza espressiva tipica di quasi tutti i poeti della sua zona e in particolare di quella generazione di autori, oramai diventati classici (Di Giacomo, Murolo, Bovio). Questa tipicità è infatti riscontrabile già a partire dagli attacchi di ogni singolo testo ma sopratutto si evince dalla tensione drammatica che si mantiene intatta per l’intero percorso poetico.

Insomma, ci troviamo davanti una raccolta di un giovane poeta che, nonostante l’età, promette molto bene e che credo non sia difficile considerare come una voce della poesia italiana a noi coeva.


Da una nota di lettura di Iuri Lombardi a Mattia Tarantino, Fiori estinti, (Terra D’ulivi, 2019)


Fiorire


Dolore di fiorire questo cardo

che collassa nella luce.

*

L’avvenire

Offritemi del latte, un focolare, e un angelo timido venga a spezzare il mio pane:

elemosina e stupore l’avvenire.

*

L’orina del sorcio

Bevvi l’orina del sorcio prima di nascere, nella notte in cui l’acqua si mosse:

abbandonai la dedizione fatale alla carne, accrebbi il verme gemello nel bosco che era mia madre.

Poi fu la distanza del cuore dal cuore, fu un gridare ostinato e fanciullo

e tutto, in una luce infernale, mi accolse alla vita e al dolore.

*

Epifania

Trovo la parola burla un’epifania. Così come le pesche nell'altra infanzia: è il comando antico del grafema.

*

Manicomio

Nel templio hanno straziato sangue e luce, recitato in un gerundio senza soglia o fuga: la miseria

è capovolta nella veglia che devasta questi angeli custodi della norma.

Ha forse nome il verme schiantato alle vene dell’uomo? dov’è, dov’è la misura del cielo reciso da un’unghia nerissima?

Nel mio verbo sta la voce che domanda, eppure il grido è grido della schiera che spezza il cerchio e lo deforma.

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