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Poesia | Francesco Belluomini: Ultima Vela, Sandro Pecchiari: Scripta non Manent

Aggiornato il: 11 dic 2019

La Samuele Editore compie dieci anni: per l'occasione, di seguito riportiamo degli estratti dal poema postumo di Francesco Belluomini (Viareggio, 10 luglio 1941 – Camaiore, 27 maggio 2017), Ultima Vela, già ideatore del premio Camaiore, e dalla raccolta di Sandro Pecchiari, Scripta non manent, in cui l'autore torna con coraggio ad affrontarsi attraverso una riscrittura delle tre raccolte pubblicate precedentemente per la stessa casa editrice.


«”Un percorso da stato d’emergenza /da vero giramondo dei mestieri”, descrive così la sua “avventura” umana e intellettuale, Francesco Belluomini, giusto all’inizio del libro, Ultima vela, autobiografia “in forma poetica”, che raccoglie e condensa il suo lascito di esperienze in forma di parole, la sua storia (“tutto me stesso”), sotto un titolo metaforicamente comprensivo e allusivo di molte cose, della passione del mare non meno che del fatto che questa fatica si colloca in maniera riassuntiva al punto estremo dell’intera sua vita e costituisce in un certo modo il suo testamento morale nel consegnare ai posteri, senza falsa modestia, i montaliani “fatti” e “nonfatti” di un’esistenza quanto mai singolare, ricca di emozioni e “invenzioni” […] Il risultato è il poema di una vita»


dalla prefazione di Vincenzo Guarracino a Francesco Belluomini, Ultima Vela, Samuele Editore, 2018.


Come se disarmato sulla testa d’albero del velame di quest’ultima regata, sulla boa di sopravvento tentassi completare la bolina con la vela rimasta nel pozzetto, per prendere le raffiche di poppa e tagliare la linea del traguardo nel valzer dell’insolite strambate. Un percorso da stato d’emergenza da vero giramondo dei mestieri, non mancato scontare mio peccato doppiando pure quattro continenti.

Non avere più nulla da mostrare non significa farmi qualche giro di respiro sul molo di Viareggio o lungo le pinete disastrate dal tempo e dall’incuria dei tutori, che tanto son finiti quei valori. Ma posso sempre rendermi presente narrando con la forma prigionata il tempo dell’esposta controversia, allineando quest’ultimo poema dopo quelli che stanno decantando ancora sul fondale del cassetto.

[...]

Ho sempre mal compreso qual sentiero percorrere per rompere l’assedio delle parole, come già non fossi sfruttato come l’ultimo dei guitti sulla scena, dovendo recitare dal giorno della nascita, la propria, ove la vita perse suo valore nel turbinio di folli quotidiani con tutti quei governi di nazioni in bellici conflitti d’oppressione; sebbene non sia stato maltrattato oltre quel grave furto dell’infanzia.

[...]

Non è storia di dente e della lingua che vi batte, se duole, che disposta da solo l’esclusione. Non avendo mai presentato testi da vagliare alle grandi casate d’edizione, neppure con carati di valore. Pur venticinque quelli pubblicati da variegati piccoli editori, senza rischi di farmi debitore o suscitare dubbi di spessore; a causa del fondato monumento inteso come Premio Camaiore.

[...]

Magari ci ritorno a bocce ferme dopo versato scampoli di vita vissuti come fossi di passaggio; fino che guadagnato posto fisso sull’effussoria draga dello Stato. Perché proprio non posso di tacere la subdola latente dittatura al pari del passato del Ventennio; quelli senza suffragi popolari che vendono gonfiati palloncini sfuggenti dalla presa dei bambini e scoppiano durante quell’ascesa.

***

«Questo è certamente successo con i tre libri che hanno affermato la voce di Sandro Pecchiari nel contesto del fare poesia contemporaneo in Italia: Verdi anni, l’opera prima del 2012, Le svelte radici, del 2013 e L’imperfezione del diluvio, uscito nel 2015. C’è chi ha visto in questa trilogia una sorta di romanzo in versi, un continuum che lega, stilisticamente e tematicamente, i tre libri: un percorso a partire dallo spaesamento per un abbandono, o meglio per una perdita, che da fatto contingente diventa status esistenziale con cui convivere, e che trova nella parola poetica elaborazione e lenimento. Un lutto, certo, la scomparsa della persona amata, che si traduce in una perdita di senso e prospettive e, successivamente, in nuove aspettative e aperture, in diversi equilibri relazionali. Occorre dire che la poesia di Sandro Pecchiari nasce da un’urgenza di comunicazione il cui destinatario principale è un tu privilegiato che fa di questi testi un ininterrotto dialogo amoroso. Il referente dialogico è l’enzima indispensabile alla fioritura del pensiero emozionato dell’autore, al suo stesso porsi in relazione al mondo in quanto soggetto senziente e considerante. In questo quadro, la parola è (anche grazie alla lezione della tradizione poetica anglosassone a lungo frequentata da Pecchiari) l’ancoraggio con la realtà, dunque, sempre, una parola che rimanda a una concretezza figurale: “Così tengo la vita/come in un maglione strappato/un mantello nel vento/il mio restare. Ora, a distanza di anni dalla mise en forme per la pubblicazione delle sue opere, queste Riscritture [...]»


dalla prefazione di Giovanna Rosadini a Sandro Pecchiari, Scripta non manent, Samuele Editore, 2018.


Dalla sezione Verdi anni:


Fado memor

un passo, una strofa repentina da un tempo ormai riposto la nostalgia si sbraccia d’improvviso aspra ampia di cristalli

stanotte non sorrido il mio sorriso d’un posso ancora farcela appoggio le labbra sul bicchiere come per baciarti da lontano

*

Giulio

ne avrebbe di spazio la tua spalla spazio per una città convulsa di luci, di gente e di rumore spazio da camminare e ridere e ascoltarti gli occhi che nascondi

e ci starebbe la mia guancia avrebbe spazio per la sorgente che troveremmo assieme

vista da qui ci starebbe per forza il sogno rinverdito negli anni d’una felicità degna di ricordo ci starebbe un futuro ancora ci starebbe il futuro

ma ruvidamente spazzi via germogli e case e luci e amore lisci la pelle e te ne vai .

***

Dalla sezione Le svelte radici:

Istanbul

viaggio di sferzate e paesaggi trascinati dalle ali

scorza la pelle e gli occhi in pozzi di sollievo

né parole né abitudini servono ma sfide e giochi che s’impongono ribelli e che arano il mio suono

così solo mi confondo nel risucchio della gente quasi un mare

sono solo uno di quei tanti che si perde.

Istanbul

*

Cammino di Ronda

guardavi vigne e boschi e l’arruffarsi del mare che scoprivi sorpreso oltre cespugli e passi

la vita ti afferrava le ascelle e ti rapiva nelle sue vie affrettate da mille richieste e tariffe troppo alte per la gioia

ma ti rimane il sole la tua sagoma d’ombra che si muove e il cielo ti rimane verdeviola nel tramonto quell’arriccio delle onde che scopri ancora sorpreso oltre cespugli e passi

e ti soffermi lungo le autostrade e i marciapiedi larghi dell’inverno

Parenzo

*

Buon Vento

questi tuoi anni ruvidi di ruggine sono stati rotte riposte dalla vita

ora tira calmo la coda a questo mare sfida questo vento dai riflessi di rasoio

ridi e raddrizza forte verso il largo smorza la rosa salata dell’assenza

per te solo le nubi se ne vanno questa sera così svelte e strane in stormi regolari

il giorno è propizio, vieni via con me

un’altissima marea da luna piena ne divora le coste e i giorni accatastati.

Grado

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