Poesia | Ghiaccio di John Barnie

Ghiaccio di John Barnie non è un libro semplice. Pubblicato nel 2007 con la Gomer Press, e uscito in Italia nel 2009 con le Edizioni Kolibris, Ghiaccio è un lungo poema che racconta una storia quasi distopica e futuristica, ma anche terribilmente attuale; il punto di partenza è il clima. A più di dieci anni di distanza dall’uscita di Ghiaccio, la situazione non sembra essere cambiata, anzi, sembra solo essere peggiorata. Si dice che la Terra abbia raggiunto il punto di non ritorno, che ormai possa solo scivolare verso un’inevitabile autodistruzione, che non sia più in grado di rigenerarsi ma solo di degradare fino a scomparire. E noi con lei.

Barnie prende le mosse dalla teoria del “blocco del nastro trasportatore”: la Corrente del Golfo, il nostro “nastro trasportatore” che permette gli scambi di acqua calda e di aria artica, verrebbe bloccato dai periodi di surriscaldamento globale. Cosa succederebbe se l’attuale periodo di surriscaldamento globale bloccasse di nuovo il nastro trasportatore?  La risposta a questa domanda è il poema di Barnie: Ghiaccio è la storia di un mondo con un clima artico inospitale, privo di agricoltura, coperto di morte, di persone che fuggono verso il Sud cercando di raggiungere aree meno devastate. L’unica soluzione, in questo mondo di “ghiaccio”, sarebbe organizzarsi e vivere in piccole città-stato sotterranee. Di fronte a questo scenario apocalittico, la domanda è: cosa stiamo facendo al nostro pianeta? Cosa abbiamo fatto? Cosa possiamo fare per evitare il peggio?

Come ho detto fin da subito, Ghiaccio non è un libro semplice. La pluralità di voci e di storie che si intrecciano contribuiscono alla creazione di un Mondo ma allo stesso tempo richiedono al lettore un alto grado di concentrazione. Il verso dà il ritmo e spezza il fluire del racconto dove vuole lui, e noi ci dobbiamo adattare. Nel racconto del presente si inseriscono i racconti del passato, spesso interpretati dal personaggio del Cantastorie. Si tratta di storie che ai nostri occhi sono la “nostra” storia, e che agli occhi degli uomini del futuro sono storie di un passato bellissimo e irrimediabilmente perduto in cui le persone aspettano, sotto il sole, nella noia dell’estate, non si sa che cosa, sorseggiando una bibita.

Sei stato ai Memorial Gardens dove felci arboree e palme salgono tre metri e mezzo verso le luci? Hai mai salito la scala a chiocciola verso il passaggio pedonale sopra il rifugio per essere solo Stringendo la ringhiera e abbassando lo sguardo al cuore delle palme, predisposte all’ascolto all’acqua che gocciola tra le foglie nel ciclo dell’umidità, i passi di qualcuno diretti a una panchina sotto una tettoia di alberi di agrumi dove arance e limoni cadono a marcire nel buio come un dono per la terra stabilizzata? Non abbiamo uccelli o farfalle o vespe, o bradipi a rendere difficile dormire fuori di giorno ma abbiamo il silenzio germogliato da semi strappati quando il Grande Freddo venne a reclamare Banda, e le nemiche Achille e Hox e la lontanissima Nekton. Vengo spesso qui nello spirito dei tempi e ascolto.

I film proiettati nei “cinema” delle città-stato sotterranee raccontano e mostrano le immagini di com’era la Terra una volta, la “nostra” Terra, quella che noi stiamo distruggendo. Le maestre mostrano ai bambini pezzi di corallo e raccontano loro storie di squali che ormai non esistono più, di bellissime barriere coralline ormai perdute, e insegnano ai piccoli a guardare a quelle reliquie preziosissime con amore e nostalgia.

“Bambini, cos’è questa cosa simile a un cervello bianco osso? È lo scheletro di un corallo da un mare tropicale che un tempo prosperava con un milione di tubi nutrienti dove il pesce pappagallo pascolava, dove la brezza acquatica gonfiava in lungo e in largo i tentacoli di anemoni di mare e il piccolo pesce rosa sfrecciava dentro e fuori dalla loro protezione come eccitato dalla morte e ad essa immune. Bambini, cos’è questo? È lo squalo che emerge dalle acque più profonde oltre la scogliera, seguendo il suo destino nuotando in fretta in gara per inghiottire il destino”

Chi ha vissuto l’esodo, chi è sopravvissuto alla fine del mondo, chi ha scavato con le proprie mani i tunnel sotterranei in cui vivono ora gli uomini, ricorda, e racconta quello che ha visto: un’apocalisse. La fine di tutto.

“i tunnel che stiamo scavando sono i raggi di una ruota, rotolerà via con i nostri visi grigi in decomposizione.” “E così più roccia scaviamo più trasformiamo in pietra il cuore.”

L’Amore è sopravvissuto, gli innamorati si stringono più forte per scaldarsi nel grande freddo, ma non basta. I sentimenti congelano, diventano rigidi e freddi. Sembra che non sia più possibile nulla di vero, autentico, caldo, spontaneo.

“C’è ancora amore nelle stanze di pietra dove una madre culla in grembo la testa della figlia dicendo “Ssh, non piangere” e per le strade tra una ragazzo e una ragazza che camminano mano nella mano quando le lampade ad arco si smorzano per il crepuscolo prima del coprifuoco le mani dicono Ti amo e per la prima volta realizzano quante parole siano in grado di dire. E nel cantuccio in pietra riservato al pazzo? Là non lo so dire. Non so dire quali siano i sentimenti degli attendenti in cappotti smanicati mentre attaccano elettrodi alla testa del pazzo e ne guardano sfrecciare sullo schermo i pensieri nervosi gli iniettano sedativi e vedono i pensieri morire come onde esauste dopo una notte di tempeste, gorghi marini, dove l’uomo cerca di cogliere la zavorra del Sé gettata fuori- bordo ma sempre irraggiungibile mentre fluttua e sonnecchia nel mare gonfio, e un faro a grande distanza su scogliere che mai raggiungerà oscilla il suo raggio in luminosi segnali intermittenti per qualcun altro.”

Cristo è sopravvissuto, qualcuno ancora lo invoca, ma più nessuno sembra sapere cosa siano la Pietà e la Carità. Fa troppo freddo per occuparsi di queste cose. Le ragazze lavorano nei serbatoi di alghe e nelle fattorie idrofoniche. Le verdure crescono nella ghiaia. Il coprifuoco e la polizia costringono tutti a rinchiudersi in casa, e puniscono chi cerca di fuggire dalla città-stato. Un Artista dipinge soffiando in una cannuccia piena di pigmenti di colore che si posano sui muri, sui palmi delle mani, sulle tele, per svanire quasi immediatamente. Non c’è più posto per l’Arte, tutto è precario ed effimero.


“La vedova sceglie il rosso l’Artista riempie di pittura in polvere una cannuccia se la mette tra le labbra e soffia lungo il profilo delle mani. Mani irradiano attorno a lui tracciate in tutti i colori che ci sono stati negati qui sottoterra. Il Comando l’ha chiamato ‘La Gloria di Banda.’ Nel centro di ogni palmo l’Artista scrive un numero centomila quattrocento novantuno, cento mila quattrocento novantadue per la vedova palmo dopo palmo e si dice che le pareti parlino in tutti quei colori anche se ogni impronta è vuota di per sé a parte il numero ogni dito il giallo-grigio di un anonimo cemento.”


Il freddo è fuori ma è anche dentro. Non c’è sole a riscaldare gli animi né i campi né le case. La vita scorre nelle gallerie e “ogni passo in avanti è una congestione”.

Ghiaccio di Barnie è senza dubbio un libro che ci porta a riflettere, ma non in maniera banale. La letteratura, la poesia, si carica di una causa attuale senza risultare pretenziosa o pedante. Barnie non vuole dare una lezione, né dirci cosa dobbiamo fare. Barnie ci racconta una storia, e dentro a questa storia ci sono decine di altre storie che sono le nostre. Quello che dobbiamo, o che possiamo, fare, è riparare il più possibile il danno, mettere un cerotto e sperare che la ferita non si allarghi. È giunto il momento di fermarci, di immobilizzarci, come se venissimo improvvisamente congelati. Fermiamoci e fermiamo a nostra volta il processo di distruzione che abbiamo innescato.

Perché la vita nelle città-stato sotterranee è troppo fredda e difficile.

“È notte sul nostro mondo; i sopravvissuti si adattano come se fosse naturale resistere, anche se non posso vederli, ma solo avvertirne la presenza nel buio e nel freddo seguiti alla distruzione Geotherm; dietro di noi la Morte siede nel lungo cappotto nero in mezzo al gas bianco che scivola come nebbia di mare nelle abitazioni della Domus; davanti le vespe metalliche dei trapani dei nekton lavorano alla trivellazione, talvolta lontanissimi, talvolta vicini; un’esplosione rimbomba pigramente tra gli strati dello Eastern Avenue dove il Comando impartisce gli ultimi ordini: combattere sotto la Testa Mozzata; ma adesso siamo tranquilli; davanti c’è un puntolino di luce; poi due; poi di più, mentre un reparto d’avanguardia si raduna da questo lato della pendenza, torce illuminano il tetto dal basso, lungo i muri; un lanciafiamme getta un whumff di prova che fa risaltare i nekton e trova un’eco nel riflesso dei nostri occhi.”

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