• Antonio Merola

Poesia | Già così tenera di folla (per F. S. Dòdaro) di Francesco Aprile

Aggiornato il: feb 18


«Giovane ma già importante esponente (nonché studioso) dell’Asemic writing (quella scrittura priva di “senso” che, secondo una bella espressione di Adriano Accattino, “non lascia tracce e non fa rumore”), Francesco Aprile propone in questa sua pubblicazione qualcosa che, pur non essendo del tutto ascrivibile all’Asemic writing, ad essa somiglia molto. Dell’Asemic writing qui troviamo il ritmo semantico spezzato (per quanto non ridotto allo zero), troviamo il gusto per le torsioni (o trasgressioni o stravolgimenti) lessicali e di sintassi, troviamo l’idea dello scrivere come movimento incompiuto, azione comunicativa che si svolge sottotraccia attraverso connessioni fulminee e percorsi non lineari, troviamo l’idea del gesto aperto, quasi una curva nell’aria, qualcosa che somiglia al movimento ampio, fisico, naturalmente elegante del contadino che, dopo l’aratura, sparge a spaglio il seme sul suo campo. Insomma, vi troviamo l’irregolarità eretta a scelta di campo. Tuttavia il raffinato e coinvolgente tessuto testuale di questo libro è disseminato di sensi, è dotato di una non comune urgenza del dire; e infatti fin dalle prime parole si vede che è una sorta di lettera, un filo che si dipana onduloso a girotondo di rondine e si inoltra inclusivo, affollato di nomi, situazioni, eventi: gli eventi, i passi e le passioni che negli anni hanno dato corpo al mondo intricato e meraviglioso della sperimentazione espressiva e del pensiero difforme. Un capo di questa lettera-filo è idealmente nelle mani di un personaggio chiave, anzi una persona, Francesco Saverio Dòdaro, che di quel mondo è stato indiscusso protagonista: a lui Aprile dedica il suo scritto e a lui rivolge il suo discorso. Però Dòdaro qui non è soltanto il destinatario; è anche (e forse soprattutto) il centro di irradiazione delle ragioni forti che abitano nel profondo di questa apostrofe appassionata. Il testo di Aprile traccia infatti, sia pure a frammenti, le linee di un racconto fatto di azioni e di immaginazioni. […] Il testo si svolge perciò come una rievocazione à rebours: un attraversamento memoriale di una sfida collettiva che non può fermarsi neppure di fronte alla grande sacca di vuoto e di dolore che la scomparsa di un protagonista lascia inevitabilmente dietro di sé. Il giro armonico, quasi balestriniano, scandito da reiterazioni e riprese testuali, i frequenti rallenta- menti sintattici che farebbero pensare al Sanguineti di Laborintus in questo caso non sono esercizi retorici; servono piuttosto a sottolineare il movimento a spirale, cioè continuo, incessante, delle vite e delle sfide intellettuali che si avvicendano nella storia. […] La scrittura di Francesco Aprile, per dirla con Gilles Deleuze, «scava una lingua straniera nella lingua» ed è un gomitolo avvolgente che nel suo stesso farsi enuncia e pronuncia un’idea di poesia come atto indocile, essa stessa oggetto fra gli oggetti, anzi materia vivente, azione fisica in divenire, mai del tutto compiuta, mai del tutto incompiuta».


Dall’introduzione di Alfonso Lentini a Francesco Aprile, Già così tenera di folla (per F. S. Dòdaro),(Oèdipus, 2019)


L’uomo che si trova sotto questa stella è, chiunque sia e quali che siano le sue circostanze, un uomo ragguardevole. Egli ha fatto una stella. – Alfred Jarry


Ho bruciato il dizionario. Duemila pagine. Ottantamila voci. Una sola parola, tutto il resto una metafora. – Francesco S. Dòdaro


Pronto? Ecco vedi, dice pronto il suono della pioggia, la cattedrale dei versi appesa alla parete, le parole, ma quante? Ecco vedi, la pioggia cade e mentre cade, cade, e tutto cade e tutto si pioggia. Oggi, vedi, si nuota, tutto si nuota. Pronto? C’è questo giorno, proprio questo e non quello e non un altro, c’è questo giorno, Saverio, vedi che è questo, nove febbraio, come Vanini, capito? Come Vanini. Vedi, Saverio, c’è questo giorno che non dovrebbe, ma, e, ancora e la pioggia cade e il vento è forte e le strade bagnate sotto il tetto illuminato della Santé, i fiori di Genet, la “R” di Jarry, gli aggettivi di Eluard, ininterrotti, quelli, sì, con Hrand Nazariantz al Sottano, il “Porto” con Bodini e Aldo Calò, vedi Saverio che c’è questo giorno che non dovrebbe, ma è proprio questo e non quello e non un altro, questo, proprio, e niente, come Vanini, vedi? Oggi, vedi Saverio la pioggia, oggi cade, tutto cade, tutto si pioggia. Oggi, vedi, si nuota, tutto si nuota. Pronto? Il Porto? Non più la “R” di Jarry, ma «bianca della bianchezza del fuoco» questa notte. È inverno, Saverio, e «i poeti lo sanno dove vanno le capre in inverno», i quadri di Edoardo, le marine mangiate dal sale, quanta tenera folla è questa notte, quanta tenera folla è questa notte. «Quando una domenica di maggio del 1988», quando il grande tavolo, il grande vecchio, l’ombra della quercia, le ciliegie di Turi, la guerra, i camion portano i soldati, bombarderemo la città, il dopoguerra, Einaudi, l’uovo del presidente, la discrezione, la bicicletta le campagne il Meridionalismo e Tommaso e Vittore e quando una notte di febbraio ha fatto luce sul cielo della Santé, ecco vedi, quando un venerdì di febbraio, il nove, come Vanini, vedi, Saverio, il cielo era grande, la pioggia si apriva al cadere, la notte era già così tenera di folla; Edoardo, Bodini, il Porto, la bianca bianchezza dello sbocciare dei fiori, Verri, Toma, Franco, Franco Gelli le veneri della storia. Ecco, vedi, vedi Saverio che quando la notte è grande è tenera di folla. La calligrafia del maestro era inclinata, come un bambino, mi raccomando signore, abbia cura di mio figlio, mi faccia sapere, dice il tempo della fame l’avventura di Morandi, il maestro, come un bambino, scriveva parole inclinate come questa pioggia che, ma e cade e se cade tutto cade, tutto si apre, tutto pioggia, tutto si pioggia. Oggi, vedi Saverio, oggi si nuota, tutto si nuota. Certe volte, d’estate, la mano di un bambino nella mano, la notte mischia barche con stelle, ancora, guardiamo ancora il mare? Certe volte, la notte, la notte mischia barche con stelle, ancora, guardiamo ancora il mare. La scrittura del maestro, ancora, inclinata verso destra, la scrittura del maestro, come un bambino, disegna segni obliqui come di pioggia. «Non ho mai tradito l’arte». Poi la fame insegue insangua il corpo, il lutto circoscrive l’azione al suono. Processo di lutto: il suono metabolizzato è memoria nel gesto. Dice: non ho mai tradito l’arte. Un giorno, una grossa “O”, rubata dal manifesto di una nascita, sigilla sulla pagina il mondo a venire: la poesia come azione di lotta. Unità minime significanti: frammenti di un discorso disperso, ogni segno un segno d’amore. Ogni parola, nasce se cresciuta, lo so Saverio che oggi la pioggia cade, che le strade bagnate e il vento forte e forte che ma non per altro cadere se non per disperso sole. Ogni parola, nasce se cresciuta e lo so Saverio che è solo un altro tempo del segnare parole a grappolo mentre s’affalca la notte senza barche d’inverno. C’è questo giorno Saverio lo sai che c’è questo e non quello e non un altro e c’è proprio questo che non dovrebbe esserci, ma c’è, come Vanini il nove febbraio e il fuoco eretico è il tuo delle parole. Imputato, il nove febbraio, ateo bestemmiatore. Ora le cattedrali di parole sulle pareti, ora la grande “O” della nascita, l’ombelico del Buddha, il grande oceano neummaniano, la mancanza, la voce che ferma parole oltre la lingua, mentre tutto dentro suona. Imputato, santo profanatore di parole, di luoghi comuni, di ricercate soluzioni poetiche. Imputato, eretico costruttore di sogni, visionario manipolatore di parole, di mondi. E vedi Saverio che mentre ora cade la sera tutto si pioggia, si nuota, oggi si nuota. E vedi e ma il suono e il segno e la forza del, e ma solo per ripetuto suonare, solo per assoluto amore. Pronto? Il mare? Dice il suono la caduta della pioggia, la marca del segno, la trama materica del dire, del fare. Dice la caduta della pioggia il suono della parola? Pronto? «Un poeta che ha amato, che ama la poesia». Pronto? Ecco vedi, dice pronto il suono della pioggia, la cattedrale dei versi appesa alla parete, le parole, ma quante? Ecco vedi, la pioggia cade e mentre cade, cade, e tutto cade e tutto si pioggia. Oggi, vedi, si nuota, tutto si nuota. Pronto? C’è questo giorno, proprio questo e non quello e non un altro, c’è questo giorno, Saverio, vedi che è questo, nove febbraio, come Vanini, capito? Come Vanini. Vedi, Saverio, c’è questo giorno che non dovrebbe, ma, e, ancora e la pioggia cade e il vento è forte e le strade bagnate sotto il tetto illuminato della Santé, i fiori di Genet, la “R” di Jarry, gli aggettivi di Eluard, ininterrotti, quelli, sì, con Hrand Nazariantz al Sottano, il “Porto” con Bodini e Aldo Calò, vedi Saverio che c’è questo giorno che non dovrebbe, ma è proprio questo e non quello e non un altro, questo, proprio, e niente, come Vanini, vedi? Oggi, vedi Saverio la pioggia, oggi cade, tutto cade, tutto si pioggia. Oggi, vedi, si nuota, tutto si nuota. Ma c’è questo giorno che è questo e non un altro, proprio questo qui, nove febbraio come Vanini sorridendo, come Vanini, Saverio, come Vanini sotto il cielo illuminato della Santé, in questo giorno che è questo e i giovani e non vedi e la politica e parte e riparte (?) e siamo ripartiti e segnali di ripresa (?), Saverio, vedi? Ma dove? E i giovani e i loro segni e le parole e i giovani, Saverio, «una miniera» e certo dimmi, «hanno bisogno di aiuto alla partenza», come dici? Alla partenza, i giovani e vedi e dimmi «hanno bisogno di aiuto alla partenza», «una miniera», impiegano ¾ del carburante, dicevi, alla partenza, e vanno aiutati, all’inizio, lanciati e poi con ¼ del carburante vanno in orbita attorno alla luna, girano fanno tornano. Vedi Saverio che qui la notte quando si apre si cade di pioggia, ma è già tenera di folla questa notte. E Bodini e Scotellaro e il Porto e Aldo Calò e Franco, Franco Gelli e Verri e Toma e Aldo, Aldo Dramis e l’occupazione del castello, con Giovanni, e ancora l’orizzonte, inclinato, con Fernando, e poi Enzo e Luciano e i suoi segni, il sodalizio, Saverio, ricordi? Vedi? Il sodalizio è tutto nei segni oltre la parola. I violini e le chitarre di Chiari suonano i colori delle tue parole, questa notte. Pronto? Il Porto? Non più la “R” di Jarry, ma «bianca della bianchezza del fuoco» questa notte. Pronto? Il mare? «Un poeta che ha amato, che ama la poesia». I quadri di Edoardo, le marine mangiate dal sale, quanta tenera folla è questa notte, quanta tenera folla è questa notte. «Quando una domenica di maggio del 1988», quando il grande tavolo, il grande vecchio, l’ombra della quercia, le ciliegie di Turi, la guerra, i camion portano i soldati, bombarderemo la città, il dopoguerra, Einaudi, l’uovo del presidente, la discrezione, la bicicletta le campagne il Meridionalismo e Tommaso e Vittore e quando una notte di febbraio ha fatto luce sul cielo della Santé, ecco vedi, quando un venerdì di febbraio, il nove, come Vanini, vedi, Saverio, il cielo era grande, la pioggia si apriva al cadere, la notte era già così tenera di folla, già così tenera di folla.


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