• iurilombardi

Poesia I Allucinazioni di Germano Innocenti

Aggiornato il: 11 dic 2019

Poesie in prosa estratte dal poema di Germano InnocentiAllucinazioni (Ensemble, 2017): 


Ho pagato una puttana

Ho pagato una puttana perché non parlasse e svanisse durante l’orgasmo; l’ho pagata perché tenesse ferma la mia mano mentre tagliavo la gola al bambino che mi vive dentro e che grida con voce da vecchio contro le industriali porte del mio sepolcro; l’ho pagata perché rispettasse la mia voglia di morire facendo l’amore e vedesse il mio corpo contemplare le sue viscere su un altare di marmo; l’ho pagata per fingere un’illusione più vera di qualsiasi inganno e perché in lei il grido conduce al piacere e non il contrario; l’ho pagata affinché mi spiasse attraverso i vetri infranti d’un asilo in rovina perché il mio viso è bello solo se inquadrato da qualcosa di rotto; l’ho pagata perché mentre le ero sopra ho visto scimmie mordere via i colori del mondo e tabernacoli in cielo con immagini d’organi screpolati da cui esplodevano cassetti vuoti; l’ho pagata per i boccioli che tremano sui lastrici consumati dai secoli mentre sgocciola la pioggia riciclata dai cornicioni della decadenza; l’ho pagata perché il silenzio si compra sempre e il tramonto è più bello quando è inquinato; l’ho pagata e dalla notte è scesa una lingua d’agnello a ripulirmi il cuore dal ruvido contatto della memoria; ho pagato una puttana perché mi vergognassi della sua nudità che lei non vede più e perché mi accorgessi della mia che non ho mai visto; l’ho pagata perché i cembali della sua lussuria versassero purezza sui corpi aggrovigliati dei miei sogni; l’ho pagata perché lo strusciare delle sue maschere lenisse il verme della mia vita sociale, perché a volte mi riparo al'’ombra dei simboli escavo graffiti coi frammenti rivelati del mistero; l’ho pagata per umiliarmi, per brindare coi calici spezzati, per annerire e contrarmi come carta da rogo, per opporre la mia grazia ai delitti del mondo, per concepire un crimine vasto come la caduta d’un impero sotto un sole tropicale; l’ho pagata per svuotare il mio sesso sulla rugiada dei campi minati, per accarezzare un'eclisse come la testa d’un neonato malato; io l’ho pagata perché apprezzo le cure d’un carnefice più di quelle di una persona amata e so capire la dolcezza d’uno stupratore; io l’ho pagata perché i tiranni hanno bianche mani e su quelle mani io mi torco come un seme divenuto diamante.

*

…Mi sono seduto sotto la colossale testa d’un dio addormentato e ho percepito il tempo in base ai suoi sospiri, ero cieco ma vedevo il mondo nell'ellisse dei suoi occhi, punzecchiando le palpebre scatenavo sogni che divertivano gli angeli annidati sul suo capo come uccelli in cerca di molluschi; sulla giacente massa scultorea, la morte era l’unico peccato privo di lussuria e io ho visto l’umanità dibattersi come un gallo decapitato fra le risa del Sabba; le ombre titaniche aspettavano la notte mentre piogge malariche assordavano le pensili periferie del mio amore, camminando sul dorso di desideri estinti ho raggiunto un Eden insanguinato e lì ho spezzato il pane col dolore segreto del mondo; ho pagato una puttana per svegliarmi fra sacchi di grano inondato da fasci di luce polverosa mentre ombre di leoni inseguivano grassi topi di campagna; l’ho pagata per farmi bere la sua forza da un’inguinale foglia palmata e aspettare che la città si risvegli come le braci d’un muto confine.

***

Sangue e sperma

Al risveglio d’un alba tossica ho vomitato contro l’imitazione della bellezza, ho visto i grumi della mia poesia scivolare lungo l’oro grasso insozzando di luce il pesante barocco e corrodendo i santi rivestiti di plastica, ho sentito l’acido dei miei sogni aprire la chiusa cappella purificando il dolce alito della putrefazione, il caldo del mio seme scorreva sulle chiese moderne arrotondandone il contorno, dalla vena sangue è sprizzato sulle vene delle statue e sulle croci al neon; pazzi in stato di choc affollavano le vie perdendo merda lungo le gambe, avevano bianche tuniche aperte sulla schiena e piedi poveri come quelli d’un Cristo; i loro spasmodici movimenti erano continue piroette e quei pazzi si eccitavano come molecole al caldo dei miei flussi organici. Ho riso, pianto, pisciato archi venerei sotto cui pellegrini hanno diviso la notte mormorando glabre preghiere, ho sputato in faccia all’imitazione del dolore e ho visto la saliva fiorire in petali d’avorio, le mie lacrime hanno sezionato gli emisferi in meridiani di vertigine e paralleli di filo spinato, ho baciato i simboli in festa partorendo le immagini della bellezza e tutto il sangue che è servito ha colorato di miracolo le pietose spoglie della nascita; ho raggiunto i rivoli che fluiscono dalla fortezza dello Spirito e ho tritato le mie ossa su di essi generando i colori primari; ora tutto ciò che inizia nel corpo scaturisce dal sacro orifizio della mia poesia e, laddove l’imitazione ricopre la genesi, la mia merda insozza i Santuari e i pazzi ridono felici. C’è un sorriso come un secchio di vento da lanciare contro le vetrine dei copisti,c’è del sangue mestruale sulle edicole della Vergine Maria e il sesso delle mie visioni è un continuo eruttare di lava al ritmo primitivo dei tamburi del mondo.

***

Cristo del sud

È un Cristo vegetale.

Riposa nel cascinale abbandonato, sepolto nel provinciale torpore, l’ombra dei secoli ne cela l’immagine che vibra come un canto sospeso fra tavole rotte e strie di luce.

È un Cristo del sud.

Scolpito nel legno negro, portato in processione fra campi di cotone e la spiovente armonia delle mangrovie, è antico e lucidato nell’ebano, all’ombra delle stalle il bianco delle orbite sembra quello d’un vitello portato al macello… è risorto dalla terra già crocefisso e la materia delle sue carni è la stessa della croce: il nero patinato dalla resina, il latteo bulbo circonfuso dai vapori della nascita, le gambe di radice che forano le assi torcendosi come zampe d’insetto. A nuda pelle la rossa linfa batte Afriche e silenzi mentre la luce si piega su di lui come un Polo in frantumi,sgocciolando dal corpo per raggiungere la terra smossa. Risorto dal fango che mai secca nei fertili umori del sud, la croce e l’uomo: un albero in nodi di muscolo e tragedia. Il fogliame verde-scuro si perde fra le navate distrutte dove pulsa un rosso sgranato di bianche ferite,colonie di topi ritmano nella fuga dei rami un’antica trenodia, ragni tessono ombre che tagliano l’immagine in più dimensioni, nell’intrico geme una serratura; ma è l’uomo sulla croce a sostenere l’albero che sorregge le navate, le possenti radici nutrite dal sangue del martirio che diviene linfa e irrora tutto, sino all’ultima cornice delle foglie che fremono come orgasmi a corda.

È un Cristo sensuale.

Vivificato nel legno, la sua corteccia d’oro negro ha scaglie di lussuria e nel viso fluttuante vibrano innesti di peccato, ubiquamente ride schiudendo il mistero della serratura,s’ode quel sorriso nei campi e irrora il sudore d’estasi viva; la cascina attende la notte per ardere come tutte le notti nell’icore, l’intera struttura sorretta dalla croce,come l’albero maestro d’una nave. È nel gesto d’apertura delle braccia che la cassa toracica si vara nell’infinito dolore e il Cristo si tende nella notte ligneo e universale. È l’albero della croce la cui scorzasi gonfia nel corpo di Cristo, il suo fogliame nasconde il mistero della nascita e la luce si accoppia con l’ombra sull’oro impuro, ci sono rossi mestruali, verdi dai riflessi azzurrati, morbide chiazze d’argento lacrimale,castani poveri. Nel cascinale, ulivi sorreggono pulpiti, fonti battesimali stipano grano, nel fieno milioni di cuccioli stanno al caldo che muove le fronde del Cristo, chicchi di mais divengono rosari e anime di pannocchie s’intagliano in forma di croce; all’incerto chiarore del crepuscolo, il Cristo sembra un bracciante carico di fascine, eppure nell’estroflessione del petto, le braccia si congiungono con le pareti laterali e, grazie alla croce, il Cristo sostiene la cascina. A mezzogiorno, in un campo di grano, ho visto il Cristo del Sud sorridere solitario nel mezzo della distesa ondulata dal vento; senza fogliame la sagoma scheletrita dell’albero della croce emergeva come corallo bruno dalla terra secca, sul braccio sinistro della croce dondolava l’ombra d’un’altalena, su quello destro il corpo impiccato di Giuda,tarme rodevano il silenzio e corvi con papaveri al becco stonavano l’azzurro del cielo posandosi sull’albero come grumi di caligine schizzati dalla ceralacca. Ho visto l’ebano sudare sangue sul biondo oro e i corvi scolpire Dio col becco sul ligneo corpo del Cristo del Sud.

***

I miei occhi non mi bastano

I miei occhi non mi bastano.

Ho visto i lembi del mondo strapparsi come paramenti funebri e le carni del peccato illividire nel grigio inverno, mi sono chinato a terra per vedere la consunzione della Storia e,sotto il soffitto di preghiere, uccelli beccavano il vetro con colpi stizziti. Ma i miei occhi non mi bastano, sollevando la superficie del tempo per intravedere deserti di ossidiana, ho scorto ai lati delle strade vagabondi macellare il telaio della musica per bruciare la rivelazione; passeggiando ossessivamente, la mia bestia ha fatto più giri alla catena e ho dovuto mordere la lingua per non perdere la lucidità della dannazione, ovunque la pelle del mondo bolle al vento dei mari del Nord e io siedo sul mausoleo grattandomi le orbite mentre un uomo venuto da lontano saprà abbracciarmi, incastrando gli zigomi ai miei organi nudi e il fabbro pesterà sulla ferita rovente, sagomando il sangue in sigilli d’un metallo indefinito. Ma i miei occhi non mi bastano, da sempre ho sulle spalle un’infanzia depravata e tengo in mano la ballerina sciocca che si dimena come una maternità incompiuta, i corvi si dispongono sopra archi sepolti nella nebbia che tremano fra bronzi e finimenti d’argento mentre la marcescenza ramata aspetta l’alba fra le colonne… le mie mani di adolescente possono generare luce e se le agito muto il corso migratorio degli uccelli, pianeti fra le dita, sono il porfirogenito concepito nel fango dal cretto fumigante del mondo. I miei occhi non mi bastano, visitando Orienti del corpo ho visto lastrici simili alle cromature del mio spirito e ho mostrato ad amabili cieche il complesso ordito delle mie scaglie dorsali, ho meritato sete e regni favolosi, i miei talenti giacevano ai miei piedi come cuccioli dagli occhi non formati e io ho rifiutato loro le mammelle lasciando il latte inacidire al caldo. Oh Dio, quest’amore di rinunce e lussurie indifferenti! Questi roghi e affetti incustoditi, queste braci vagabonde che tramontano il languore delle ceneri chiare, l’oppio, i veleni, i colpi di coda che spezzano la schiena, cosa ne faremo degli animali liberati nel tempio? I miei occhi non mi bastano, i miei occhi sono in mano all’acrobata sulla stella dei venti, quello buono sulla destra, quello malvagio sulla sinistra, il suo equilibrio è l’armonia che si chiude come una palpebra sulla notte, il plotone d’esecuzione lo mira dabbasso, quando gli occhi prendono a roteare tra le mani esperte il mio sguardo valica la curva delle terre emerse e sfugge alla linea di fuoco ponendosi al di là del bene e del mare.

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.