Poesia I Proprietà dell'Attesa di Giuseppe Vetromile


Nella sua brillante, composita e completa Proprietà dell’Attesa (RP Libri, 2020), Giuseppe Vetromile indossa le scarpe da velocista olimpionico e intraprende una corsa ad ostacoli contro il Tempo. Mentre salta i recinti di “longitudini quotidiane”, quasi sfiorando gli speroni di “petali di luce” e le sabbie mobili di “mattini senza più albe”, ci spiega che tutto è contenuto agli angoli dello sbocciare del giorno, nascosto, ma pronto per farsi trovare da un sole che riscalda, acceca ed illumina le cose: l’essenzialità del vulcano, la sua irrefrenabilità. Mentre tifiamo per il nostro atleta, con stelle filanti, megafoni e grida di vittoria, ci viene affidato il testimone che contiene una rivelazione amara e quasi copernicana sull’esistenza umana: rimarremo eternamente “inermi agli occhi d’un cosmo in abbandono”. E allora, chiamando in causa la matematica, il corridore si fa maestro e ci svela la proprietà transitiva dell’attesa: se aspettare è amare, allora amare è vivere, e quindi vivere è aspettare. È così e basta. Per forza di cose. Nonostante tutte le fermate in cui i passeggeri aspettano e di cui gli autisti si sono dimenticati. Nonostante i binari delle stazioni rimasti illibati per ritardi di cui il Trenitalia della Vita non ci chiederà mai scusa.

È come essere in posta a fare la fila, vedere scomparire il proprio turno che non è mai stato chiamato: anche se il numeretto nella mano assicura che siamo noi a dover andare ora, che è il nostro momento, c’è sempre un maleducato che scavalca la fila o qualcuno che ha qualcosa di così urgente da fare da non poter aspettare. Sorvoliamo, andiamo oltre. Avanti, ora è il nostro turno per entrare dove il tempo è tutto e niente nello stesso istante, dove i minuti si sgretolano, i numeri della fila non hanno valore e le attese si frantumano “in mille gocce d’ansia”.

E difatti Vetromile ce lo dice cristallinamente: “l’attesa è un turno che non ti spetta”. La felicità arriva di soppiatto quasi a tradimento e si perde nel conteggio delle ore che passano su un orologio che neppure un martello pronto a farne esplodere vetro e ingranaggi riuscirebbe comunque a fermare.

Dal problema esistenziale racchiuso negli “interstizi delle ore”, si giunge ad immagini casalinghe, riappacificatorie e soavi, “oltre l’alluminio di questo tavolo di cucina”. Eccoci a correre insieme al poeta, verso la linea di confine da cui poter accedere a una stanza di carta in cui i sogni prendono fuoco o sono spenti con gli estintori, mentre attorno, nell’aria, regna la sinfonia delle lancette accordata “al contorno spinato di ogni mera esistenza”.

Quello ritratto dall’artista è un mondo in cui “le ali spezzate” vengono “perse in volo” e ci si dimentica del sole, qualcosa di essenziale a cui però nessuno fa più caso dopo un po’. Assistiamo al “liquefarsi” del tutto, di ogni “certezza quotidiana”, ogni piccola cosa: “di tanta ricchezza è rimasto appena un forse /un chissà di futura gloria”.

Non resta che aggrapparsi ai forse, alle cose in bilico, mentre i minuti rimanenti ci vengono sfilati dalla spina dorsale, fra fantasmi e attese incarnate in vecchie foto famigliari e familiari. Per arrivare in quel posto segreto, forse un Lassù - per chi crede in una qualche realtà parallela, postuma e postumana – dove albergare una volta finito tutto: “dove ci diranno il come il quando/ ma non il perché delle cose”.

La scrittura di Vetromile rimane piacevolmente e magistralmente impigliata tra “autunni” e “sospiri lunari”, all’ombra dei quali le cose, le persone e gli amori si intravedono “in uno sbattere improvviso di palpebre”. Eppure, “sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso l’alto”. Il consumismo dell’esistenza contemporanea si smarrisce e fa smarrire anche noi nelle corse di “metropolitane ambigue” e “nei supermercati infagottati d’ogni blandizia”. Sopravvive uno scontro tra generazioni, la giovinezza fa a botte con la vecchiaia, il latte versato si spande sulla pietra degli avi, il biancore dei bambini cerca guerra o pace con il grigiore degli anni che passano.

Rimane appesa, indiscussa ed assoluta, una richiesta di eternità; di andare al di là delle cose e al di là delle attese, verso arcobaleni di futuro carichi di nuove promesse contenenti soli che non potranno mai essere dimenticati. In questo appello all’eterno, la poetica di Vetromile incontra le note del fortunato pezzo Wait della band dream-pop francese M83: “Manda i tuoi sogni/ dove nessuno si nasconde. Dona le tue lacrime/ alla marea. Non c’è tempo. Non c’è tempo./ Non c’è fine. Non c’è addio”.

E allora mettiamoci comodi, ce n’è di tempo che deve passare sotto i ponti delle poltrone su cui stiamo seduti a sgranocchiare pop-corn, a guardare la vita, ad amare, perdere e attendere.

Coraggio, aspettiamo tutti insieme. In fondo, l’attesa può anche essere dolce come zucchero filato.

In fondo, aspettare insieme a una fermata dimenticata, fa sentire meno soli.

Vorrei i pop-corn al cioccolato o delle mandorle caramellate, in questa strabiliante sala d’attesa. E voi?

Offro io, non siate timidi.

Anzi, mettete tutto sul conto della “Poesia”.

Nota critica a cura di Sara Comuzzo

***


Perché l’attesa

A queste mie longitudini quotidiane

vige l’assetto del ricevente : tutto quello che si può contenere

in un angolo d’alba

rassodato dal sole nascente

è bene accetto

Perciò attendo

Passerà un giorno l’amen sulle mie carte

mi impedirà tutto l’amore possibile

e il sogno finalmente prenderà forma

: materia plasmata dal cuore in una notte insonne

e grilli nascosti sulle cime delle case canteranno esìli - la luna sull’antico convento dei frati domenicani

unico languore ancora in essere e unico rimpianto –

Perciò attendo

L’altro domani - dopo il fuoco dal vulcano –

forse verrà di nuovo

e noi ancora saremo inermi agli occhi d’un cosmo in abbandono

*

L’attesa è un turno che non ti spetta

Sul finire del giorno l’attesa si sarà

sgretolata in mille gocce d’ansia quando tutto è trascorso e non c’è stato vertice

né palpito improvviso

né volo oltre i caseggiati

Il sogno pure è rimasto intonso preparato inutilmente nel cassetto della scrivania

: vi noto ora una ombrosità indescrivibile

un’ondulata superficie che si estende all’infinito

E tu dimmi se ancora vale il gioco in questa perifrasi bislacca : l’attesa è un turno che non ti spetta

La felicità è di traverso

negli interstizi delle ore

negli spazi d’un’unghia

sotterfugio per lenire meglio

il dolore del viaggio la caduta nella terra in seno all’abisso

*

L’attesa che si incarna in una vecchia foto di mio padre

Ascolto questo respiro nascosto nella sera

fatto di profumi d’edera e gelsomini nel ricordo delle note al piano suonate dietro una porta socchiusa secoli fa

sul vuoto di memoria che sgretola il cuore

Di tanta ricchezza è rimasto appena un forse

un chissà di futura gloria

Nei giri del tempo attorno al mio giubileo

non altro vento buono m’avvolge o mano che mi accarezza lieve e un amaro senso di sconfitta

mi trafigge il rigo e m’inquina la parola

***

Stare così in bilico sull’uscio

ricostruire il pentagramma

ricevere visite di lontani fantasmi

tra un sole e l’altro

: l’attesa che si incarna in una vecchia foto di mio padre

*

Ancora un poco di buio e per sempre saremo dimenticati

Sa di tempo sprecato questo movimento di salita verso

[l’alto

: ora che è piena la superficie di ogni parola insulsa

cade in disuso la ricerca dei cieli

nel nostro eterno dire

E mi giunge inespressivo quel tuo gesto semantico

a dirmi verità inventate dal tuo giro di prammatica

nel cortile di noi ambulanti e dissidenti nella città che va tramando squarci di luci

nelle metropolitane ambigue di corsa e nei supermercati infagottati d’ogni blandizia

Sospetto di te che sei rivoltata dall’interno

come una vecchia fodera di cappotto e il viso rifatto non fa che aggiungere mestizia

al mio ricordo d’infanzia depredata

Ma è così che va la vita mia cara

non te ne curare

La città ci ha trasformati tutti in una sola faccia e in un sol cemento agglomerati noi ora come un tutt’uno sotto all’architrave

e non possiamo più fuggire oltre i colonnati

Non avremo modo di pregare che si sfaldi

questo legame inusitato questa deprecabile congerie di mani attaccaticce

che ancora ci avvinghiano

ai falsi idoli sotterranei

Dalle nostre bocche solo si espandono lamenti

: ancora un poco di buio e per sempre saremo dimenticati

***

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