Poesia I Prove di Nuoto nella Birra Scura di Dario Bertini

Aggiornato il: apr 21

Dario Bertini inizia le sue Prove di Nuoto nella Birra Scura (Il Foglio Clandestino, 2014) con una dichiarazione: “La mattina non esiste”. Ed il primo verso, ipotizzando un’immersione nella notte - o tutto ciò che non è mattina - ci istruisce con un comandamento vitale: “Una buona soluzione è continuare a respirare”. Essere vivi. Rimanere attivi. Fare respiri profondi.

In questa esistenza assoluta e confusa si sparpagliano una serie di incontri e stranezze. È una poesia che si dilaga tra “cose, semafori e supermercati” e in sottofondo arriva musica blues in grado di deragliare treni e “frigoriferi che fanno discorsi strani”. Sulle note di questa colonna sonora innovativa e poliedrica, un’atmosfera surreale annuncia che attorno c’è “gente che grida il tuo nome solamente per farti voltare”, nel mezzo di “viaggi che non conducono in nessun luogo”. Si accedono e accendono incendi con le possibilità di diventare stelle ma poi ci sono i lampioni a complicare tutto; è momentaneamente presente un lontano desiderio di coinvolgere le supernove, ma è una voglia che dura un attimo in quanto sono state vendute ad un migliore acquirente. L’odore di bruciato continua, seguito o forse preannunciato, dall’odore di benzina che resta nell’aria, tra le pagine, sulle nostre dita mentre sfogliamo, nei nostri occhi mentre leggiamo. Nonostante esistano i presupposti per una grigliata festiva, un Sunday roast luculliano, un fuoco sulla spiaggia in cui cuocere marshmallow e raccontarsi storie, oppure un incendio accidentale o doloso, nonostante le fiamme, niente va propriamente a fuoco perché per fortuna, ci rimane la “felicità dei fiori”, la voglia di farli ridere.

E allora i contorni si fanno sfuocati, i personaggi popolano pub e strade ma sbiadiscono in fermate intermedie, interni di case, vignette, istantanee, buone soluzioni, notti noiose, formiche, elefanti rosa… Eppure, in questa carrellata di immagini, il poeta ci ricorda “Per essere precisi: non si sa”. Precisione e consapevolezza dunque e poi il dubbio, il non essere sicuri, non essere a conoscenza del reale susseguirsi delle cose.

Non è una raccolta che invita al non sapere però, all’ignorare; l’imperativo sembra dirigersi (e dirigerci) più verso il fatto che sapere non è poi così importante, non è necessario, non è vitale. È meglio lasciarsi andare, essere un po’ così senza pretese, in balia degli eventi come le foglie che hanno diverse possibilità: cadere, rimanere suoi rami, volare, fare da coperta o da riparo, essere tappeto; hanno diverse possibilità ma nessuna capacità di scelta. È un accadere, un divenire irrisorio, infermabile, nel dirompente effetto della cascata degli eventi.

È ora di aprire le danze, è ora di versare da bere, riempire i bicchieri. È ora di stare a galla, sguazzare nello stagno che ad ogni nuovo gesto, ad ogni nuovo sorso, diventa un potenziale oceano. Entriamo allora nella birra scura, inconsci di non sapere nuotare e sconsiderati nel non esserci preoccupati di indossare salvagenti o braccioli. Ma cerchiamo comunque di nuotare invano, atleti inesperti che non passerebbero mai le selezioni neppure per essere ammessi al ruolo di pesci rossi nell’ampolla. Finiamo in qualche modo in una sorta di trance, data dall’aver ingerito troppo luppolo, troppo doppio o triplo malto. Eccoci che sorridenti, semi-ubriachi, abbiamo il piacere di accogliere elefanti rosa, guardarli prendere il tè, con la consapevolezza dell’importanza di “mantenere la calma”. Sempre e comunque.

Mentre l’alcool si fa strada nel nostro sangue, il poeta ce ne versa un po’ ad ogni pagina, come se riempisse il bicchiere, senza che ce ne accorgessimo. È un barista che vuole alleggerire il nostro portafogli o un amico che vuole aprirci gli occhi, come solo l’ebrezza sa fare?

Perché solo da brilli si può affrontare l’argomento Morte, spesso vestita di nero, altre volte interpretata dal sorriso sbiancante e dalla silhouette tonica di Brad Pitt, nel ritratto holliwoodiano di Vi Presento Joe Black. La morte di Bertini, invece, indossa pantofole rosa, in tinta con gli elefanti, ci canta Tanti Auguri, mentre a noi, non resta che scoppiare a ridere, a dirotto, come un temporale estivo, uno di quelli improvvisi che impazzano mentre hai tutti i vestiti fuori ad asciugare.


E si giunge allora all’"ultimo giro". Birra scura, whisky o un banale spritz-aperol - sia anche un latte di soia o un caffè de-caffeinato - ormai non ha più importanza; quello che importa è essere alla fine di qualcosa, la fine del cerchio che è anche un inizio dato che per definizione geometrica si tratta di un insieme infinito di punti.

Il cerchio richiama al sole, l’ultima immagine che chiude il libro, il sole che illumina poesie diventate piccoli pesci in cerca del mare. Secondo il poeta annegano al posto suo, ma forse, forse invece hanno imparato a nuotare. Forse l’annegamento è più un lasciare andare provvisorio, per raggiungere la riva, lasciarsi cullare dalla corrente. In questo cercare di raggiungere terra, con le luci dell’incendio ancora all’orizzonte, la poetica di Bertini incontra le note della songwriter americana Phoebe Bridgers che nella sua Would You Rather chiede “Giocando a Preferisti?/quando si tratta di fuoco/dici sempre che preferiresti annegare”.


La vittoria dell’acqua sul fuoco, quindi.


Ma la poesia di Bertini non ci chiede di affogare né di bruciare, è solo un lasciarsi annegare, mandare segnali di fumo, un galleggiare innocente; perché dopo quel momento preciso in cui l’acqua (o la birra) raggiunge i polmoni, è solo allora che impariamo il vero significato di respirare. Se gli elefanti rosa sono impegnati a scrivere la loro storia universale, se loro sono occupati, vi prego, chiamate i soccorsi, c’è bisogno di ossigeno qui, c’è bisogno di blues, di altra birra scura, delle sue bollicine, e di carta igienica su cui scrivere messaggi preziosissimi da indirizzare all’oceano. Per poi guardarli asciugare al sole.


Manteniamo la calma, ora è cosa buona e giusta iniziare a nuotare e continuare sempre, continuare nonostante tutto, continuare a respirare.


Nota critica a cura di Sara Comuzzo

***


Una buona soluzione è continuare a respirare,

mantenere costante la frequenza cardiaca,

insediare le stanze dei polmoni

col fiato necessario rimanere in piedi

e contare fino a centomila

fino a quando capisci

che allora essere vivi è avere una stazione nella testa

con taxi, criminali e polizia,

grandi tabelloni orari, uomini in giacca

e donne quasi nude

e un bambino con i pantaloni corti

che deve andare in bagno

(perché qualcuno sempre cerca il bagno,

così il prossimo verso sarà

di un chiarissimo giallo)

e ogni tanto c’è qualcuno che arriva, qualcuno che parte

e tutti insieme gridano il tuo nome

solamente per farti voltare


*

Ci sono viaggi che non conducono

in nessun luogo:

allora questa non è una strada

è uno spazzino stanco,

questo non è un lampione

è una ragazza dimenticata,

non è neppure un autobus

è un transatlantico, una balena

un pianeta al centro del cosmo


insomma, puoi credere quanto vuoi

che la notte sia meno noiosa

durante un incendio

o una fuga di gas

ma dubito fortemente

che mentre la tua casa va a fuoco

tu possa assaporare la bellezza

di sentirti parte di una stella


*


Se davvero si vuole parlare della gente

non c’è niente di meglio degli obitori,

che tanto si finisce lì lo stesso

perché non serve a nulla correre dietro alla felicità

come se fosse una lucertola stesa al sole.

Tanto varrebbe piantarsi una bussola dentro il petto

e lasciarsi trasportare nella vita

neanche fosse una stanza vuota con un tappeto grigio

bruttissimo a cui tutti cercano di dare fuoco

finché arrivi un bambino, una notte, che dica

non riesco a dormire e fissando uno specchio si chieda

cosa farai da grande? - la risposta è negli occhi

che brillano come bicchieri rotti


voglio fare il concime, fare ridere i fiori


*

Tutto ciò che devo fare è mantenere la calma,

fare finta di nulla, che nulla accade,

che non accade di vedere grandi elefanti rosa

passeggiare sui tetti, la mattina presto,

mentre vanno al lavoro, mentre ritornano

la sera, schizzando acqua dalla proboscide,

che penseresti semplicemente stia piovendo,

ma pensare fa male - è dimostrato - perché ogni volta

che ti metti a pensare

cade morto stecchito un venditore di frittelle a new york

o un fresatore di pisa, ogni volta, ogni volta che pensi

qualcosa di qualunque tipo,

che gli elefanti rosa, in fondo, li hanno visti un po' tutti

prendere il tè verso le cinque, seduti sotto gli ombrelloni

a parlare dell'aumento del prezzo delle lavanderie a gettoni

delle tavole calde o della guerra fredda

così tutto ciò che devo fare è mantenere la calma,

sentire le chiavi di casa nella tasca sinistra della giacca,

partire per un paese straniero

dove un giorno mi verrai incontro con quegli occhi

che sono solo tuoi

parlandomi per ore della storia universale degli elefanti rosa


*


Quando la morte arriva non porta le mutande,

ma indossa un paio di pantofole rosa

a forma di coniglio

e larghi pantaloni a righe colorate

e ha il naso rosso e sulla testa

un cappellino a cono


di quelli che si usano alle feste

e avanza in questo modo

strascinando i piedi lentamente

a causa delle pantofole

(che sono molto scomode)

ma in ogni caso canta,

ma cosa canti non ha importanza

oppure non si sa, non si capisce

(è risaputo che

[balbetta)


ma la canzone assomiglia

in modo straordinario

a tanti auguri a te

con un vago

[accento americano


ed alla fine arriva

e quando arriva

te la senti accanto,

e davvero non c'è altro da fare,

proprio niente altro


che cominciare a ridere

e ridere sempre più forte

fino a restare totalmente

senza fiato


*


scriverò i miei prossimi versi sulla carta igienica

così che possano sentirsi liberi di andare;

li butterò nel cesso, tirando l’acqua,

e poi li sentirò viaggiare dentro ai tubi,

sotto i piedi delle persone e migliaia di macchine in coda,

superando semafori, case, supermercati

continueranno ad andare come piccoli pesci

seguendo la corrente,

e arriveranno al mare,

sentendo il sole brillare forte

lasciandosi annegare al posto mio


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