Poesia I Senza Permesso di Elisabetta Beneforti


Senza Permesso (Smith Edizioni, 2020), ultima impresa poetica di Elisabetta Beneforti, si apre con un’introduzione dell’autrice stessa che ne spiega l’origine, il concepimento. La silloge è infatti frutto dell’assenza di elettricità di una decina di giorni, accaduta un’estate di qualche anno fa; una mancata presenza che permette un “simposio di candele” (p. 9), “assolute capriole” e “una città blu senza caramelle e rose gratis” (p. 15). C’è molta quotidianità in queste righe; è quasi come assistere a una sfilata di piccole cose, le cui ombre e il cui peso impercettibile sconfinano in altre galassie. E così, tra i gomitoli ingarbugliati dell’ordinarietà, troviamo “bicchieri da riempire” (p. 16), mentre “i ragni mangiano le mosche”, “i tubi dell’acqua si intasano” e “i piatti si scheggiano” (p. 17).

Tra tutti questi frammenti di istanti e abitudini, la poetica della Beneforti riesce a creare magistralmente “uno spazio dove si è possibili/dove le parole hanno senso” (p. 16). È una scrittura con tratti postmoderni adeguatamente disposti, flussi di pensiero accuratamente arredati e associazioni di immagini pazzesche ed esplosive abilmente distillate in chiave beat tra “biciclette da ricucire, archivi di parole” (p. 18) e “quel poco che ci vuole per stare bene” (p. 22).


Nel complesso, colpisce la quasi assenza totale di punteggiatura, ridotta al minimo indispensabile. Anche le domande non hanno bisogno del loro apposito segno, non perché tutto è affermazione, ma perché tutto danza in armonia e domande e risposte si susseguono, tengono il tempo e, infondo, alla fine dei conti, sono la stessa cosa o sono facilmente riconoscibili. Come un fiore introverso, questa raccolta colleziona fragilità che timidamente sbocciano, si aprono e raccontano storie, scoppiano e lasciano cicatrici, nel mezzo di domande esistenziali non trascurabili per il genere umano: “cosa ne sarà un giorno/di tutto questo” (p. 28).

Non resta che perdersi allora tra “orge di colori” (p. 29) e “parole che colano” (p. 32), nella Big Sur di tele impressioniste navigate da “barche spaziali” (p. 30), dove trionfano “caramelle in assortimento” (p. 40) e “scintille radianti” (p. 41).

È una poesia che parla anche di confini, la linea d’ombra, il punto di incontro fra opposti: “la luna è tagliata in quarti/fra emozione e commozione/dove sta il confine” (p. 42). Il gioco di contrari, sempre e solo rivolto verso l’altro (qualcuno a cui raccontare le cose come stanno), continua in confessioni intimissime: “ti dico, la storia del continuo fare/e disfare valigie”; e sosta nella presa d’atto di dati di fatto: “le discese sono il contrario delle salite/e poco altro, ti dico”.


Ci sono immagini bellissime tra queste righe, gli accostamenti tra parole e le loro creazioni visive si dilagano dentro al lettore mentre sfoglia la pagina come una scheggia entra in un occhio, con la stessa delicatezza e la stessa violenza, la stessa sofferenza. E così, incontriamo “il disincanto dello spazzacamino” nei confronti di “colombe sbiancate” (p. 74), mentre noi ce ne stiamo idealmente sul pavimento a contare le bolle di sapone che fuoriescono dal tempo e siamo testimoni involontari ma assoluti della “raccolta delle acque nel lavandino sgocciolante” (p. 86).


Nella loro traversata dell’interspazio, queste poesie diventano carta di giornale indistruttibile, salpano per oceani inimmaginabili, improvvisamente diventano astronavi o mongolfiere e volano in aria sfuggendo alla pagina, nonostante siano ben incise su di essa. Il loro essere sfuggenti non è dato dall’assenza del desiderio di permanere, queste poesie rimarranno - ed è poco ma sicuro - ma necessitano nello stesso tempo di essere libere di fluttuare dove vogliono, senza permesso, in proprio spirito beat, fuorilegge tra qui e lì, adesso e dopo, vicino e lontano. Il duetto degli opposti ritorna, o meglio, non se n’è mai andato, e può allearsi con le parole dei Tame Impala, rock-band psichedelica australiana che nella loro Borderline cantano: “Siamo sulla linea di confine/presi tra le maree del dolore e del rapimento/Poi ho visto il tempo/l’ho guardato accelerare come un treno”.

Lo scorrere del tempo continua tra accelerazioni e frenate, vite vissute e altre solo fotografate, attraverso sliding doors che racchiudono potenzialità infinite e permettono al lettore di andare avanti e indietro nell’esperienza di queste pagine, in quello che sembra essere un imperativo invitante: “come un pendolo/entra e esci da una vita all’altra/senza permesso” (p. 69).

Inoltre, la poetessa ci prega di prendere nota di tutte queste immagini, racchiuderle dentro di noi e portarle lungo il viaggio verso orizzonti letterari e umani: “documentate all’osso per favore/documentate” (p. 84).


Nel trambusto e negli squarci di colori e parole, il finale è glorioso, positivo, delicato e l’ultima parola dell’intera raccolta luccica a perdita d’occhio: “pace”. Questa rivelazione conclusiva dona speranza al desiderio di poter vivere (e scrivere) senza permesso, rimanendo in bilico sulla linea di confine tra domande e risposte, fare e disfare, luce e oscurità, perché infondo si può brillare anche senza elettricità e queste poesie ne sono la prova. Ne sono la prova.



Nota di lettura a cura di Sara Comuzzo



***

veniamo qui solo a dormire, solo a sognare

siamo fatti di paglia, siamo la terra per ragni e mosche

le loro zampette ci percorrono docili

siamo lenzuoli e cellofan prima di andare in pezzi

così le nostre fragilità scorrono sottobanco

raccontano tutto e niente

fanno le bolle e scoppiano

a corpo nudo a pelle scoperta

*

questa, una spina al cuore

fiamme libere fiamme a spasso

è giusto così il sottofondo del cuore

in tanti che siamo emozionali

e vorremmo diventare leggeri

leggeri come libellula

falene svolazzanti e spericolate

tanto lucide tanto smaniose

alla fine siamo lucciole

tutti puntini accesi nella siepe

che scompaiono e appaiono

quando meno te l’aspetti

siamo a un punto di confine

lì restiamo per anni

ascoltando battiti

sentendoci respirare

mano nella mano

*

dodici sono un bel ciclo,

i nostri idilli sono amori sani

e quelli altri a bocconcini

quanto un lecca-lecca

quanto un pianoforte pieno di biglie

quanto manca a sole, tramonti, erbe

ancora vanno ruote che girano

e resta da chiedersi

dove i karma si avvicendano

si spengono sconsolati

queste che sono con noi

terre affollate di viaggio

viaggi affollati di terre

*

mi domando

quanto tempo ci vorrà

per impazzire del tutto per finire

sono stanca e sono lontana da tutto

ci sto dentro senza morsi senza liquami

al più correre all’interno del mondo

come pensano i ragazzini

per offrire intatta

la curva glicemica del dolore

invece stanno macchie da sciogliere

i sogni, tutti da rifare

*

ti scrivo da un’altra stagione

saltate le altre a piè pari

mi connetto se vuoi da un pianeta

solo per cronache aggiustate

quando saremo migliori

per quali eventi per quali movimenti

i soli sono offuscati

le lune sono debordanti

fontane e echi

niente dipinto che sia

il collage sta bene insieme


***

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