Poesia | Settembre è una Preghiera di Lorenzo Mele


I vent’anni. La giovinezza. La perdita. L’assenza. L’oblio. Il precipizio. Un mese. Una stagione. Un anno. Raccolti in 10 poesie, 25 pagine; versi brevi ma portatori di innumerabili significati, preghiere, ricordi, apparizioni, sogni, momenti cruciali e missive d’amore.


© Mariateresa Quercia

È questo che contiene l’ultima silloge di Lorenzo Mele, Settembre È Una Preghiera (2021, autoprodotta), prefata da Michela Zanarella e illustrata in copertina da Mariateresa Quercia.


Protagonista indiscusso è il mese di Settembre, emblema della fine dell’estate: l’ansia che segue la spensieratezza; l’inizio della scuola; le vendemmie; gli ultimi giorni di luce forte, prima degli imbrunire feroci dell’autunno.

Protagonista secondario, non perché meno importante, ma perché situato leggermente dietro alle quinte, sospeso a mezz’aria “tra gli sprechi” e “gli sbaragli”, “i lumi” e “le rupi altissime”, tra la sensibilità tagliente e il dolore di rivivere i ricordi di un amico scomparso, è il senso di perdita. Dalla prima pagina, siamo informati che il libro è dedicato a Gabriele Galloni, poeta dal talento dirompente, mancato l’anno scorso.



E tutto, allora, ruota attorno all’importanza delle estati nella vita e nella poetica di entrambi i giovani poeti, come se la loro fosse una corrispondenza privata, versi, gesti scritti, messaggi segreti incomprensibili agli altri. Una partita a tennis tra loro, dove il sole estivo è la palla scaraventata abilmente tra i due campi. Possiamo sentire quel suono tipico che hanno le palle da tennis in lontananza, quando colpiscono la racchetta, possiamo essere anche spettatori dell’incontro sportivo ma non riusciremo mai a tenere i punti, a capire fino in fondo il senso di quei rintocchi. Del resto, un’aureola di mistero, copre generalmente tutto l’Universo della Poesia, ma questa tragica evanescenza si fa più profonda nella corrispondenza tra due penne che condividono un discorso con un linguaggio comune.


La seconda pagina porta una citazione di Cesare Pavese: “Tu tremi nell’estate”; come a sottolineare che la bellezza dell’estate è inscindibile dal suo senso di precarietà, una brevità che nelle notti fresche di Settembre fa tremare, quando l’autunno incomincia a prendere a calci gli ultimi rimasugli delle belle giornate. Ed ecco che Settembre si toglie la maschera e si rivela per quello che è: un’imprevedibile scommessa tra l’andare avanti e il guardarsi indietro. Precipitare, affondare, lo schianto, e poi l’elaborazione del lutto:


“È stato improvviso questo precipitare.

Io non me ne capacito.”



È tutto un rimanere appesi, immobili, come vestiti sui fili, a prendere gli ultimi raggi dell’estate. Un diventare grandi che fa male, dove le ansie gettate dai balconi, fanno retromarcia e, scodinzolando come cani, graffiano la porta per rientrare. Siamo chiamati ad assistere a “quello che poteva essere e non è stato”, mentre la ruota del mondo gira, le stagioni seguono il loro corso e le sigarette fumate oltre che a bucarci i polmoni, rendono anche omaggio a chi non c’è più: i morti.


Sarebbe un’impresa ercoliana se non atlantica, tentare di spiegare l’immaginario dei morti intavolato e descritto attentamente all’interno della sensibile e raffinata poetica di Galloni. Non sono un eroe né una semi-divinità e non lo farò. Quello che so di questo argomento è che i morti sono una lingua privata, un codice, il Santo Graal di una ricerca poetica che ci consegna le chiavi per leggere – non decifrare, badate bene! - solo leggere, essere testimoni, essere lettori dei suoi versi.

Se però da una parte Mele riesce a compiere quella mission (impossible) di decifrazione e condivisione del Regno dei Morti messo in scena dall’amico; dall’altra si schiera anche con i superstiti, quelli che soffrono, quelli rimasti, quelli intrappolati “nello spacco dell’anguria invecchiata” insieme a lui; potremmo essere noi, quei tali, e il poeta rimane con noi, ci guida, smezza il fardello, portandoci a riconoscere che non siamo altro che “bambole nel cemento/ scomposte e mai riesumate”, “discepoli del deserto”, nell’aridità della quotidianità che trafigge ossa, respiri e preghiere.



Alla fine di tutto, questo libricino irradia comunque un senso di speranza, nonostante l’atmosfera malinconia e devastante, due cose permangono e luccicano al buio. Due elementi sopravvivono e sopravviveranno per sempre: il ricordo di un amico e un senso di grazia sterminato.


Primo: Gabriele esiste, resiste, ci istruisce di restare luminosi, prenderci tutto il sole addosso:


“Ma lui ancora che parla, ancora che dice

di prendere con gli occhi tutta la luce che posso.”



Secondo: lasciamoci accecare da questa luce di Settembre, indossiamo quella “grazia sdolcinata” – e aggiungerei sconfinata – che rimette tutto e tutti al loro posto.


In questo invito alla dolcezza che è anche sofferenza, che è perdita intesa come amputazione: irreparabile, incolmabile, insostituibile, ma è anche rinascita, trasformazione; il libro sembra entrare in dialogo con la canzone An Attempt to Tip the Scales dei Bright Eyes, che parla di stagioni, cose perse nei dettagli, dolori primordiali, sottolineando quanto sia difficile vivere, respirare, esistere e stare a patti con il mondo ma elogiando un senso di rinnovamento e resurrezione finali incommensurabili: “Bè, l’estate arriverà/ E rannuvolerà di nuovo i nostri occhi./ […] Bè, l’inverno finirà/ E ripulirò di nuovo queste vene,/ Arriverò così vicino alla morte che potrò finalmente iniziare a vivere.”


Avanti, coraggio, incominciamo a vivere anche noi, a squarciagola, controluce, mentre i raggi ci trapassano, mentre la poesia ci accarezza, e Settembre, all’orizzonte, ride glorioso e trionfante, coi suoi ultimi baci estivi pronti ad atterrare sulle nostre fronti e augurarci Buon Viaggio, Buona Estate, Buone Cose.


Un mese, una stagione, un anno: 10 poesie, 25 pagine ci consegnano il “niente in questo tutto” e concordo con Zanarella quanto definisce la raccolta un “colloquio con l’invisibile”, qualità che abita ogni cosa e brilla a intermittenza al crepuscolo, come le lucciole, indicandoci la strada, soprattutto nelle estati e nelle preghiere di Settembre.



Nota critica a cura di Sara Comuzzo


***


Settembre è una preghiera,

e io ti penso ancora in piedi

a volere tutta l’aria in un attimo

solo; un colpo di respiro

a permetterti la grazia,

la stessa grazia sdolcinata

che indossano i morti.

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