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Poesia I Temeraria Gioia di Eleonora Rimolo

Aggiornato il: 11 dic 2019

«Allora intravedo una possibilità: che Eleonora sia una di quelle vedette che di tanto in tanto sorgono qua e là per riaccendere la torcia della poesia che ovunque nel mondo si va spegnendo o anche soltanto per essere semplicemente un’erede, tra tanti «diseredati della parola», che lotta con il corpo e la parola perché quella torcia non si spenga nel buio piatto e nero della modernità, perché tra una torre e l’altra che si alza dalla terra rasa, a distanza di secoli e chilometri, corrano gridi e richiami in codice simili a quelli che si scambiano le vedette da un fortino all'altro o qualche usignolo in volo. In questo concerto di voci che si parlano magnificamente da lontano non è azzardato pensare che Eleonora conosca molto bene, tra i padri e le madri possibili, Amelia Rosselli o Eugenio Montale, e chissà magari Pietro Tripodo, con cui gareggia quanto a acume filologico».


dalla prefazione di Gabriella Sica a Eleonora Rimolo, Temeraria Gioia, Ladolfi, 2017.


Li vediamo dal basso, scendono gradino dopo gradino esperti itinerari della trascorsa stagione: minano la quiete della stanza, parlano con un fiore in bocca e dicono – ci confessano, mormorando alle nostre inquietudini solenni – da lì, se sali, si vede anche, si vede anche il mare, una striscia di cielo rubata ad un dio morente: e attraverso la cella, se ti concentri, si sente pure, si sente pure il sale, briciole sulla lingua a misura di bacio, uno scambio di oceani tormentosi, quella scia di pietà che colora di petrolio un altro dramma negato.

*

Il mattino dopo brandelli di ossa e scarti di epidermide si confusero col ferro: il sole sciolse il senso del dolore trascorse un egoismo attraversò il binario, planando, l'angelo nero alzò un piede scavalcò quell'altura vischiosa, nessuna traccia, diranno, sulle suole delle scarpe, di plasma, nessuna: incolpevole solamente il sollievo della gente mendicante meschina della sola propria salvezza.

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Tu eri il tuo nodo, le domande ti braccavano morbose, ti parlavi con una lingua di cenere, intraducibili visioni di un altrove che mai raggiungeremo.

Ma siamo qui, e me lo ricordi senza equivoco.

Eppure dicono che tendere il pensiero risolva l’enigma: mentre ti specchi una schermaglia di volti rovescia il tuo messaggio e la cifra delle malinconie si azzera ai piedi della luna.

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Più avanti quegli armadi mostruosi suggeriscono ardite acrobazie: non so dove vidi quell'ombra che supina si stende e tende all'indietro e prega che si riempia un cono di doni, che si svuoti un centro di libidini assediate crocifisso a un palo di rinunce attraverso il verbo a piè sospinto lavoro e levigo la rena e aspetto, infinitamente aspetto, che si compia il gesto supremo.


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