Poesia I Testi di Luisa Valeria Carpignano

Aggiornato il: set 5

“Scrittura Lunare” è la prima cosa che mi viene in mente leggendo questi testi.


Difatti, i mondi delineati dalla penna della musicista Luisa Valeria Carpignano si espandono tra “pretesti lunari”, “cortesie paradossali” e “desideri di compagnia”. Se la sua poesia inizia in versi, diventa presto irriverente, innovativa, di difficile collocazione, se ne infischia dell’andare a capo e sosta a metà tra narrativa, prosa poetica e monologo teatrale: liminale, come un rito di passaggio, inevitabile per chi fa parte della tribù dei lettori e degli ascoltatori di una certa artisticità italiana multidisciplinare contemporanea. E così, si procede tra “disorganizzazioni mentali” e nomi da dare alla luna, in una sorta di clessidra frammentaria in cui tempo ed eventi sono singoli nella moltitudine, come la pioggia di granelli che passano quasi singolarmente da una parte all’altra, per scandire i minuti, gli anni che vanno avanti.


Si incontrano molte vite in queste righe, in brevi descrizioni che da una Unità, intesa come l’individualità propria dell’Io Narrante, della clessidra, si estendono all’Altro.

È un leggero e necessario tenersi (e tenerci) compagnia in silenzio, in mezzo a viaggi mentali, flussi di semi-incoscienza coscientemente disposti sul foglio, “ad occhi socchiusi”.

Se di solito si evitano i dolci per paura del diabete, Carpignano sceglie di mangiarli per non uccidere. E suggerisce che invece di camminare, la vita vada vissuta danzando. Il reame delle metafore spalanca il suo cancello dorato per farci entrare in paesaggi di altri luoghi, altri satelliti, forse, proprio la Luna. Nel loro dolcissimo e alternativo invito, questi pezzi tengono il ritmo della canzone di Soko, artista francese che, nella sua I Wish I Was An Alien, canta: “Ci siamo incontrati un giorno/in cui ho pensato/di essere un’aliena/Ti ho detto/di procurarti un costume/e danzare con me/come un alieno”.


Dall’Io (“la mia identità”), l’essere, inteso come esistere, si estende poi al mondo. Rimane particolarmente impresso l’incontro con gli occhi dei bambini, simbolo non solo di innocenza ma anche di dipendenza dall’altro e di una certa purezza implicita e inesauribile: non sanno fare del male o perlomeno non volontariamente. La stratosfera degli adulti è invece albergata da una certa sofferenza insita nella dimensione degli affetti, intessuta nelle loro relazioni difficili, fragili e precarie. E così, tra “descrizioni approssimative” e “malinconie indicibili” si finisce per “soffrire inutilmente”. “La narrazione problematica” prende il volo e sembra riuscire ad atterrare solo sulla superficie lunare, data una certa innegabile attrazione per novilunio e luce bianca. Queste righe ci conducono “alla fine del mondo” e ci propongono di immaginare la vita come una “collezione curiosa” e, come le fenici rinascono dalle ceneri, allo stesso modo, l’umanità sembra rinascere dalla polvere.



Nota di lettura a cura di Sara Comuzzo

***

(EPPURE SON SOLO)

Scrivere prima di dormire

è solo un pretesto lunare

le parole si accompagnano

una con l'altra a casa,

come è paradossale la cortesia

quando il desiderio di compagnia

tiene svegli.

*

RITARDATARA


Che risultato sia,

essere riconosciuta per disorganizzazione mentale mentre credo nel ricorsivo degli esseri, nella periodicità degli accenti. Aver fatto tutta la propria valigia di parole e di concertati culturali, e accorgersi che è troppo pesante per andare dove si vuole andare.

Rovinarsi la vita per amore di un gatto, miglior partito della gelosia per i figli e per gli amanti. Lunghi volatili. Chiamare la luna con mille nomi, dare un nome a ogni giorno, non so riconoscermi allo specchio, progettare una morale estesa per creature innocenti che non credono che alla terra su cui camminano.

Alle frasi spedite mettere le virgole, agganciare i gomiti a quelli che vanno di fretta, impaurirsi del ricordo di una notte lontana nell'infanzia della coscienza, sorridere raramente delle proprie debolezze, farsi scrupolo della propria vanità. Danzare perché non so camminare bene, stancarsi durante il giorno per dormire meglio la notte, l'arte di ascoltare la peluria della propria pelle, arrotolarsi un ricciolo inesistente sulle dita smangiate a mo' di nascondiglio per l'ambizione lebbrosa. Grattare gli ombelichi in estremo disaccordo: voi siete qui, ma so che non ci siete se appena un po' chiudo gli occhi. Ad occhi socchiusi si appendono come orecchini alle ciglia gli spettri di chi ho mangiato.

Mangio dolci per non uccidere.

*


GRAFIE: FOTOGRAFIE


Quasi tutti i bambini hanno gli occhi bellissimi. Io penso perché non hanno ancora fatto male a nessuno.

*


La vita amorosa è in una descrizione approssimativa non molto distante dalla tessitura degli affetti barocchi, una sequenza di malinconie indicibili e meravigliose alternate a momenti sottili di felicità strazianti. Nel corso del tempo si ottiene una composizione tutto sommato equilibrata, una equazione che stupisce per l'eleganza e non per il contenuto: a vent'anni fantasticavo di soffrire per x, a 16 per y; a 24 mi consolavo col caro tizio, a 22 Caio mi aspettava, ma io dormivo e poco di più facevo, leggevo. Il risultato è sempre una assidua frequentazione di me stessa, prova paradossale della molteplicità del mondo. "Me stessa", il risultato dell'equazione, col suo monoteismo imballato, con la sua volgarità tuttavia sincera addita lo snodarsi di eterno fascino dell'equazione: tolta della sua risoluzione (la mia identità), la narrazione problematica, con i suoi facili e fragili misteri, rimane ancora bella. A vent'anni, soffrivo per x, e questo è più grande e inutile di me.


*


WUNDERKAMMER


Oggi vorrei che almeno fosse possibile, portarti fino alla fine del mondo.

Immagino che la vita, se considerata nella sua interezza, quindi a posteriori, non si possa segnare a dito con altro che alcuni dei pezzi che la componevano, i quali per forza e fantasticamente rimandano ad altro; immagino che la vita sia una collezione curiosa, e si possa contenere in una camera, o comunque, in un numero ragionevole di camere; ma, vorrei che il tuo ritratto desse il nome alla mia opera di collezionista; e vorrei che fosse la mano del maestro più prezioso a ritrarti; e poi, qualche ora prima di morire, la sottrarrei al suo posto d'onore: e mentre si accende una luce sull'ombra alla parete, e per i posteri si accende la fama della strana collezione che porta il nome del suo pezzo più meraviglioso, e della fantastica assenza, io stringerei il tuo volto dipinto su un pezzo di legno (ad occhi chiusi e come se ballassi); e anche se poi me lo togliessero, conserverei ancora nelle mani la forma gelosa che ti conteneva.

E ancora da polvere, dopo molti vortici, mi anniderei ai bordi della tua immagine, per non staccarmi più.


***

Luisa Valeria Carpignano: pianista, compositrice, curatrice. Ha suonato in varie istituzioni internazionali come l’Istituto Italiano di Cultura di Londra e la Columbia University di New York (“Barnard International Artists Series”, 2015). Come compositrice ha ricevuto diverse commissioni, ricevendo anche il supporto della Ernst Von Siemens Foundation. È stata selezionata nel doppio ruolo di concertista e compositrice in diversi progetti internazionali e residenze d’arte. Inoltre è stata curatrice di molti eventi e concerti che combinano il repertorio classico o prime esecuzioni alle altre arti. È stata coordinatrice oltre che pianista di FLAME | Florence Art Music Ensemble e co-direttrice artistica di Firenze Suona Contemporanea.


Le sue esperienze nella musica cercano il confronto con il teatro e la danza, e includono, oltre il repertorio pianistico classico, l’improvvisazione, la performance con oggetti, l’interazione con l’elettronica. La sua pratica artistica si nutre dell’interesse per la ricerca filosofica, e di un dialogo serrato con la scrittura letteraria.

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