Poesia I Testi di Stefano Flares

La poetica di Stefano Flares è un treno merci che sfora i 300 km/h o uno skater che scende dall’Everest e se ne infischia dei freni, dei tornanti o degli stop. Scende di brutto, con la stessa velocità e la stessa efficacia di una ghigliottina.

Le teste sotto la lama sono le nostre. Noi, lettori ideali.

È una poesia istintiva, viscerale, che esce dalle righe e in splendido ossimoro sosta in movimento sui versi, come un borderline vive la vita, tra alti e bassi, in balia degli estremi. Tutto o niente: il surfista che gioisce alle onde alte 10 metri o lo struzzo che cerca di infilare la testa 10 metri sotto terra. Vivere o morire, tagliarsi o cucirsi.

E così le “schegge di ruggine” si confondono con la “carta da parati”, mentre “secchioni pieni di orchidee” sono pronti per essere svuotati “in nuvole” e/o pozzi, buchi neri, dorsali oceaniche. “Le cimici di neve” e “i chiodi negli occhi” creano un immaginario surreale e a tratti post-apocalittico, in cui “lucciole si dissanguano sbagliando oscurità”. La lingua diventa “fiume” e poi “ponte”, si arriva alle porte di città in cui ci si arrende, esausti e sconfitti, disarmati e redenti; si trasloca in scatoloni, corpi, identità e indirizzi “infilati in taxi come camerini”.

Più in alto sulla destra o in basso a sinistra, insomma più o meno dove vogliamo, poiché, meravigliosamente, non ci vengono fornite indicazioni spazio-temporali precise, le parole viaggiano anche in diagonale e il nostro compito è stare al passo, cercare di non perderci, puntare alla stella polare, controllare il volante del veliero, non perdere il senso dell’orientamento. Ed è proprio per questo che la poesia di Flares spazia (e spezza) ogni coordinata, si beffa di latitudini, longitudini e calendari e fotografa “angeli compilare moduli”, mentre gli umani - rappresentati nell’ultima poesia proposta nel ritratto di una famiglia comune, quasi “normale” - si smarriscono tra la dolcezza e la violenza delle feste di compleanno, che accendono e spengono candeline per il “catalogo delle promesse ammazzate”.

Proprio per queste sue caratteristiche irriverenti e originali, questa scrittura arriva dritta allo stomaco, quasi ci sventra come animali da macello, insegnandoci che del resto ci si taglia anche per radersi, ci si taglia anche con un foglio di carta. Questa immediatezza, questo susseguirsi di pause, ritmo e giochi grafici sulla pagina o sullo schermo, che se ne infischiano delle strofe, dà una dimensione quasi teatrale al tutto, ponendo il lettore al centro del palcoscenico camaleonticamente mimetizzato con gli stessi personaggi di questi versi.

Siamo lasciati con il dolce-amaro in bocca, la pastosità di certe caramelle o il gusto secco della disidratazione mentre il “profumo di vodka” sconfina, invade e trabocca nella “tazza da tè” (altro splendido ossimoro: alcolici bevuti nelle tazze da bevande analcoliche)

Leggere questi pezzi è come essere al bar, voler ordinare il drink preferito, ma non essere serviti. Allora decidere di voler fare di tutto per attirare l’attenzione del barista, a sua volta impegnato in una conversazione metafisica sul prendere o lasciare.

Lo stereo nel piano bar oscilla tra “ali di schiuma” e “angeli in ginocchio”, non fornendo una definizione al mondo che rimane solo (ed è già tanto) “silenzio non ben rappresentato”. Ma ci vengono offerte le linee guida per realizzare, prendere coscienza, capire, finalmente, una volta per tutte, ora adesso e qui, che “la luce del giorno cade esatta”.

Prendete e bevetene tutti.

Abbiatene ancora.

Abbiamo sete, barman. Versaci da bere in tazzine di porcellana pregiate comprate al negozio di 99 centesimi.

Nota critica a cura di Sara Comuzzo

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RADERSI


C’è un corpo più piccolo,

cucito dietro questo che respira.

Schegge di ruggine

ma dovrebbe bollire sangue, e

spesso nell’aria immobile la carta da parati trema

come un’ape. È difficile

svuotare secchioni pieni di orchidee in una nuvola.

Penso che è strano. Penso che è strano se non lo sia.

Imbraccio il mio aratro

fatto di denti di lupo caduti nel mio salone, le punte


soffici come cimici di neve posano ali di schiuma da barba

sulle foglie morte nel mio giardino.


Chiedono il suo vestito migliore. Avranno l’unico che indossa il mio corpo


minuscolo cucito in fondo allo specchio. È strano


quando sei morto, si piegavano i rasoi.

È strano cosa riflette lo specchio.

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AUTORITRATTO DI ANGELO DA GIOVANE Stai cercando di capire cosa vuole dio. Un chiodo nell’occhio. Forse la mano ferma. Forse trattenerla.

In fotografie di rito ero ferito.

Non riuscivo a diventare un uomo in tempo, per il flash,


fingere così a lungo uno sciocco ferito dalla

dolcezza dell’aria il silenzio non

ben rappresentato. Paura che gli occhi mi tradissero,


continuando a dirlo, a dirlo. Nel corridoio, lucciole si dissanguano sbagliando oscurità. Parola dopo parola

fino a chiudere tutti gli occhi sulla mia faccia.

E trasformare la lingua in fiume.

* la mia lingua è un ponte attraverso 12 finestre frusta il cielo,

come


in un overture nascondo la voce

nel mantello rosso delle mie labbra.

Ci spostiamo in città, dove ci siamo arresi. Infilati in taxi come camerini.

* la pozzanghera è un miracolo, così anche ubriachi possiamo guardare in cielo, in colori scacciati dal paradiso.

Ancora col nostro amore sfregiato possiamo ottenere un lavoro, o gratitudine o lanciare centesimi in acqua nel bicchiere ho visto angeli compilare moduli. Con un polso timbrato. Angeli in ginocchio. La cui canzone sono monete rotolate, bossoli di pioggia sul ferro del tombino, una volta la mia mente era un tombino era gigante, vedevo passare i topi polverizzati dalla scienza che travisa i fulmini

una volta mi infettai con il mercurio candescente della parola.

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TORTA DI COMPLEANNO


Potremmo cadere su loro come la luce del giorno, cade esatta. Nei vuoti sulla terra. Noi potremmo nei vuoti della casa. Pranzi. Cene. Stesso piatto. Compleanno dopo compleanno. Stesso piatto. Stesse delie che muoiono stessi sei giorni ad agosto. Potremmo rinominarle, un catalogo delle loro promesse ammazzate con nomi di fiori, divisi per profumo. L’ombra ad ognuno correttamente assegnata. Potremmo attraversarli come la luce attraversa un corridoio, indifferente; alle grida di due genitori che a proposito della libertà, insegnano; come una mano, la stessa alzata in giuramento è libera di pronunciarsi in lividi sulla sua schiena. Di definirsi la mano di lui.

È il cancro di lei. I silenzi di lei. cicatrici dove trattiene il sangue delle parole. Trasloco dopo trasloco aprono gli scatoloni ognuno ancora al suo lato della promessa. La mano è ancora di lui. Profumo di vodka nella tazza da tè di lei.


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