Poesia I Tornando a Casa di Luca Pizzolitto


© Illustrazione di Erica Valentina Morello

Nella sua ultima raccolta Tornando a Casa, edita da Puntoacapo Editrice, il prolifico poeta Luca Pizzolitto ci prende per mano e ci conduce in luoghi smarriti, tempi interminabili e silenzi sterminati. Il titolo non deve trarre in inganno però: non è un ritorno all’origine (o per lo meno non solo), non si descrive la destinazione, il movimento invisibile di una freccia unidirezionale che da punto A arriva a punto B. Il focus è invece spostato sul processo, il viaggio e ciò che si incontra durante lo spostamento; la matita che traccia la freccia pluri-direzionale sul foglio; i muscoli che ne sono coinvolti; il movimento della mano; la cinetica del gesto; l’aspetto del tratto; l’impegno e la difficoltà del compito; la cura; l'immagine che ne esce.


È un viaggio in mondi dove le cose si spezzano (e anche i legami); i ricordi sbiadiscono ma sopravvivono, come vecchi giocattoli lasciati al sole; e le preghiere rimbalzano tra le strade, i fiori e i take-away cinesi.

La poetica di Pizzolitto aspira a mantenere “una quieta distanza da tutte le cose”, a un ritrovarsi provvisori. Questa fragilità perpetua ed indefinibile è catturata proprio dal titolo stesso, espresso in gerundio, un modo indefinito, incompiuto, aperto a diversi significati. Difatti, generalmente, il gerundio presente indica un processo in relazione ad altri avvenimenti, una frase subordinata che specifica quella principale, o anche più di una: azione A e azioni B, C, D… (ecco che i punti della freccia diventano azioni). L’indefinitezza di questo tempo verbale, nel caso specifico la sua azione “tornando”, può essere reso più definibile e definito, più semplice, e cioè tradotto in una serie di frasi esplicite che però offrono diverse possibilità (tra cui la funzione temporale, causale, ipotetica, concessiva, modale). Senza traduzione esplicita, questa vastità di scelta strabocca in un ulteriore dilemma di temporalità: il gerundio, con la sua natura implicita, può infatti indicare contemporaneità, anteriorità o posteriorità. Ed è proprio questa la potenza poetica di Pizzolitto: il non avere un tempo definito, preciso, specifico ma, allo stesso momento, possedere e spaziare in tutte le dimensioni temporali.

E si entra allora in punta di piedi, tacchi a spillo o speroni (a seconda della traduzione esplicita del lettore che è lasciato libero di scegliere come interpretare quel gerundio), nel reame dei “ritorni finiti male” e delle “occasioni mancate” poiché “dura un istante questo morire” e poi si rinasce, inevitabilmente, si ritorna finalmente a casa, come frastornati Ulissi post-moderni che sbarcano su Itache cambiate e rinnovate, pullulanti di ricordi, dolori, fini inevitabili e nuovi inizi.

“Tornare” si trasforma quasi in un imperativo, o meglio, una necessità. Tornare a casa è indispensabile per poter ripartire. E in questo bisogno primario si snodano i versi di questa raccolta che sembrano accompagnati in sottofondo dalle parole del cantautore folk Sam Beam, in arte Iron and Wine, che nella sua Walking far from Home descrive il processo inverso, ossia cosa succede nell’allontanarsi da casa “Stavo camminando lontano da casa […]/ho visto un cane rincorrersi la coda/e un paio di cuori scolpiti su una pietra/ho visto gentilezza e un angelo/piangere implorando riportatemi a casa, riportatemi a casa”.


L’allontanamento comporta sempre un riavvicinamento così come la fisica ci insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.


E allora partiamo, fotografiamo le distanze che incontreremo nel mezzo, perché ciò che accade tra qua e là, tra ora e dopo, appartiene a chi sta uscendo ma anche a chi sta rientrando. Andiamo, avanti muoviamoci, tutto questo è scritto tra le pagine e le tappe di un movimento circolare in cui partenza ed arrivo si sfiorano fino a combaciare. Ed è lì che stiamo andando, dove direzioni opposte convergono nello stesso punto e distanze transatlantiche si allontano ed accorciano nello stesso istante.

Proprio lì.

Presto, fate i bagagli, controllate di avere tutto perché ora stiamo tornando a casa.


Nota di lettura di Sara Comuzzo


***


MARZO


Si affretta il vivere nelle stanze

bianche di noi, anche marzo

può spezzarsi tra le labbra.


Siamo due cose di poca importanza,

confuse tra la folla di un take away

cinese all’ora di cena.


*


OCCASIONI


In un paesaggio senza amore

il corpo parla di tristezza

e ritorni finiti male, occasioni mancate.


È l’alba e i pescatori tirano le reti.


L’inquietudine fa il rumore di un ramo

spezzato che cede all’inverno e cade,

cade sotto la neve.


Ho preso tra le mani un pugno

di terra bagnata, l’ho gettata

sulla pelle di quando ero bambino.


*


Ogni istante lasciato al caso si fa

cieco e inutile, giace sprecato

tra le alghe e il riscatto del mare.


Siamo ancora vivi.

E non lo sappiamo.


*


Tutto trema nella vastità dell’estate,

nel sapore acre del tuo sguardo

che cade a pochi centimetri da un addio.

Il polline è neve bianca che danza nel vento.


Le tue carezze e gli abbandoni,

lo stato incerto delle cose.

Le mie mani tra i capelli, come accade spesso,

come in tutte le partenze.


***


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