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Poesia| Il crollo del mare di Iuri Lombardi

I

Scacciavi l'idea della morte, agitando le braccia, sfollando per timore o per diletto solo l'aria dalle mosche. Minacciata dalle ombre della sera che scivolava colando di bave scure lungo i vetri e le piste d'asfalto o rena assediate da timidi lampioni. Remoto il sogno sapeva già molto del presagio, del presente liquido di quando lo concepirono. Fu per svogliatezza che lei cercò tra le gambe di lui il membro eretto nei jeans disegnati d'azzurro. Il mare – constatavi- si aprì poco dopo e si ebbe il suo crollo. Il tempo era un grappolo di ragazzi sui convogli nella miseria di una sconfitta atavica, incassata dall'edicolante dalla pila della resa. Non sapevi ed era una luce dopo il lavoro da precario, sullo slargo di glicini e verande riempite di viola, nell'inquietudine di una comunicazione sullo schermo a maglie ottiche; la voce tremula, arzigogolata da intermittenti interruzioni; erano solo sorsi d'acqua non bevuti, persi nel vuoto che la gola agognava in quel ridere discorsivo di un pianto lasciato alle parole: spari di fuoco sull'assito tramortito dall'unto della roggia a portico. Eravamo in Italia? Sì, in Italia e il paese altro non è (adesso solo lo riesci a dire, a confessarmelo da oltreoceano, tra le maglie ventose di cielo) altro che uno scintillio di fiammelle e stelle cucite; di strade piene, di ragazzetti che scivolano tra i palazzi del centro, le luci pesanti delle piazze, in parte intimiditi da una paura che preclude il respiro di quando si stendono assopendosi. E sono grappoli di ardori, nodi d'aria che il vespro luccica, vegliando l'insonnia costretta della bottegaia che vende di tutto, nell'androne buio, e che ha per luna solo una lampadina sul piano di marmo su cui col coltello si adopera scacciando il residuo della farina, in attesa dell'arrivo del figlio anch'esso esule d'oltremare, tremante: mentre fuori crolla la vita, la storia, e s'alza sparuto il grido di un uomo.

II

Lo sfidavi a colpi di Canon, allora come ora, cercavi di definirlo, di lasciartelo indomito sulla porta e il flash era una nidiata di allodole e nulla più. Adesso che lo sfido è una lotta del tempo: sempre alla ricerca di un lavoro (precario, perennemente precario), stanco mentre il TV color blatera il crollo di Wall Street. Io attentavo a me senza alcuno sparo, dilatavo l'aria aspirando e con essa le narici per non sentirmi solo. Mi racconti così della morte di un paese, dell'Italia affetta da un demone inodore, dell'idea imprecisa di una Europa combinata solo da quattro calcoli finanziari. E ti gioca il tempo, allontana da te ciò che rimane della storia. La storia d'Italia - e lo dici prendendo appunti col lapis sul quaderno a cancelli – la questione del sud esplosa per ogni dove. Ti sfido allora a parole e ripeto a memoria (qualche accordo per dimenticanza) i versi di Fortini sull'autostrada del sole, e mi assale l'angoscia del paesaggio rotto, incompreso se non cinto dall'aprirsi del mare senza un Mosè addomesticato. In alto nel cielo anche le rondini emigrano....

III

Volteggia nell'aria la colpa di un tradimento consumato sulla linea meridiana di una luce nuova: ed è aprile!Il sole mogio serba in grembo più giorni. Non ti contieni e affranta ti raccogli nel ricordo delle fughe all'alba di viola meridionale, appenninico, o poco dopo, lungo il viale di pini loricati dove aprile smette ogni smania per spalancare il mare ad una nuova angoscia. Nell'incontrarsi vengono a galla i relitti della stipsi che viviamo- mal pagati, il lavoro che c'è a fasi alterne- e la luna tramonta dietro i denti ammuffiti di questa catena: ed è il padreterno! I facchini edili smettono alle cinque di lavorare, una stanca festa di vana gloria esplode nei cantieri, a me addossa il presagio di quando cercavo (e forse tutt'ora cerco) di scacciare il demone invisibile, separare l'aria dall'aria, al bagliore del lume che mi avrebbe inchiodato alla bellezza. Erano forse quelli i giorni in cui tutto si consumava in una voluta di ardori? Ora vivi un tempo di un tempo che non ti è dato sapere; sai di essere vinta, esclusa dalla storia e il riscontro è ciò che vedi: un grappolo di operai con la camicia sudata, le mani impegnate da una pala che scava e dalla terra geme una stilla di latte ed è luce. Siedi sulle gradinate della piazza, mentre i mendicanti assalgono le porte delle chiese, si mettono ad elemosinare sugli stipiti delle botteghe promiscue. Il mare si apre sempre, vigila in te quel senso di colpa, di un tradimento verso qualcuno a cui hai mentito: sono i lampi dell'esclusione. Non c'è salvezza e ti perdi a guardare le ombre che si incrociano sul soffitto di tavole e calce; sono giorni uguali a giorni, nulla cambia, almeno cosi pare. E resti muta.

IV

Blablabla si vedeva nel verde di un freddo aprile, nel bianco e nero di quei giorni tanto sintetici che parevano finti. (A volte da un particolare nasce una vita). Fuori la primavera segnava il suo volto da scolaro, un alunno atemporale in-conforme alla morale del maestro. Sentiva sulle spalle il peso dell'estate a venire, abbracciava l'amico paralitico – lo sentiva nel sangue e nel cuore- che aveva un piccione per messaggero, addomesticato: veniva lui, bastava un cenno di chiamo- al colpo secco della Canon. Attentava poi al giorno nel parco dell'edificio scolastico – tu non sai ma quei mattini erano freddi, il ghiaccio penetrava nelle ossa, si misurava la morte a perdifiato – lungo i praticelli sputati di verde, tra le insenature degli alberi gementi nell'accorata primavera, e là se lo ricordava, seminudo, sulle sponde del fiume a copulare nuovi amori: era aprile. La luna si nascondeva tra i rami quasi nudi, riflessa sui canali del giardino, in quell'acqua che era un sorso, tanto per inumidire la terra. Bacchettava sulle mani il maestro: non doveva parlare il suo dialetto – che comunque echeggiava nel buio androne della cucina a carbone, sua madre nel nero eterno di un peccato che non c'era ma che sentiva – ma la lingua nazionale. L'Italia assassinava se stessa nell'odore pungente di un'altra stagione. Mi confessò che era ateo, o me l'ha confessato adesso?, a pranzo, per aversi dato senza riserve. Lo perdonai?- mi chiedo- non lo perdonai, c'è chi lo fece al posto mio e posso dire il nome. Adesso è di nuovo aprile, e mi perdo come lui nel parco argenteo di un sole quasi accecante di un principio di secolo, mormoro qualcosa nel blablabla di cose che non furono. (Le cose anche se non vuoi si ripetono nel tempo). L'Italia raccolta dietro i banchi, intimorita, ma forte, con il calamaro ed il quaderno a cancelli, è un frignare tra le mosche che non scaccia più: si lascia assediare, ed è un lombo di carne e ardori appeso alla fune sulla porta di una casa pubblica. Io lo guardo di profilo, non so se piange, se ride – la foto è compromessa dagli anni- nel quadro corale di bambini ingrembiulati. La luce mi acceca, s'apre il mare oltre il cielo, e poi oltre la terra, crolla per un esodo a venire. E' lui il biondo ideale che ammuta.

V

L'ariete inaugura i giorni freddi di un breve inverno ma è un'altra stagione; l'idea butta i ragazzi per strada e allegri intonano canti pellegrini; lancia soubrette dall'abito sgualcito sotto luci di un altro varietà. E' il celebre montone dagli occhi azzurri, il fluire delle polveri viola dei glicini nell'aria tesa di un aprile che non fu mai. Tu nell'ora del pranzo (in quel pugno di tempo consentito) consumi il tuo pranzo al sole, cerchi di assentarti remissiva alle fatiche dell'ufficio. Ma il più delle volte consumi il pranzo alla scrivania e non hai tempo per il mondo: sembri perduta. Chi ti nega questo possibile amore? Questo aprirsi alla forsennata lotta? Dimmi il suo nome: Chi? Non è più il sogno di Gobetti a riscaldarti il petto nell'incedere del filo della corsa degli occhi della rivoluzione sfumata. Preferivo Levi, si fa per dire, suo allievo, il suo cristo remoto e indolore, scalfito e indomito tra le arenarie di una luna tra corsi d'acqua e scempi d'arbusti e gelsi: me è la trama la nostra di una rassegnata se pur compromessa rassegnazione degli umili apostoli che siamo. Ed il mare si è aperto: è crollato.


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