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Poesia | Il quaderno del topo muschiato di Víctor Rodríguez Núñez

Aggiornato il: 5 giorni fa

Víctor Rodríguez Núñez il Márquez della poesia cubana

È una bellissima cosa quando mi è data la possibilità di poter scrivere su di un autore straniero, perché occasione di unire linguaggi e continenti, sponde unite da un ponte invisibile che stabilisce una geografia dei sensi. Il caso mi è presentato per il poeta cubano Víctor Rodríguez Núñez pubblicato da TAUT editori nell'anno corrente con l’opera Il quaderno del topo muschiato, a cura di Alberto Pellegatta.

Si tratta nello specifico di un’opera articolata che evoca un mondo particolare, che è quello di Núñez, fatto di personaggi e di situazioni, di possibili incontri. Un universo di sensi che ridefinisce in termini sensoriali, come accenno sopra, una geografia interna, intima e che, probabilmente, solo l’autore può conoscere. Sarebbe scontato dire che dentro questo mondo si nascondono voci e spauracchi di uno scenario che delinea il paesaggio intrinseco ma allo stesso tempo estroverso e che sa comunicare con il mondo.

D'altronde di questo autore sappiamo poco o nulla in Italia, ma il personaggio vale la pena conoscerlo. Giornalista, docente universitario, critico letterario è un conoscitore autentico del proprio paese e non solo, ma direi di tutta l’America Latina.

Nei suoi versi, precisi e onirici, si riscontra Márquez con la sensibilità di quel Realismo magico, che il nostro poeta non rifiuta e lui stesso dice di essersi ispirato. Lontano da stilemi politici o da attitudini facinorose, Núñez crea un universo di identificazione fatto soprattutto di sensi e attenzione ai particolari. Si tratta di una minuziosa scoperta di un mondo in armonia con se stesso e che si esprime attraverso l’osservazione delle armonie terrestri quasi, a voler fare un parallelismo del tutto italiano, simile al sentire pascoliano.

Ecco allora che, a mio modesto avviso, questa coscienza che fa di un canarino, delle linee di un quadro, di una strada affollata dalla penombra, i protagonisti di un tessuto sensibile, Núñez diventa internazionale.

Si tratta di un universalismo in parte tipico di certi autori latini, e per altri versi di un’attitudine alla comprensione del mondo. Questa particolarità che anima i dintorni di una città, di una casa, di una stanza, persino del capezzale di un letto, è appunto da ricercare in qualcosa di più ampio e che diventa coscienza cosmopolita.

Non mi è possibile soffermarmi sugli aspetti linguistici perché Pellegatta – a cui va il merito ancora una volta di aver fatto un lavoro magistrale – ha comunque tradotto e quindi rapportato da una lingua all’altra questi testi; ma ciò che posso fare e che con entusiasmo faccio è sicuramente il rilevare questa valenza, considerare il quadro d’insieme, insomma misurare la temperanza di questo interessante poeta.

Un poeta che è conosciuto a livello internazionale o almeno in quasi tutti i paesi, e che ha più di un merito che cerco di elencare per punti allo scopo di oggettivarne la mia modesta lettura.

- La forza internazionale e quindi l’arguzia del tutto letteraria di saper unire fatti di cose e culture apparentemente lontane;

-la questione di aver fatto conoscere la poesia in un continente in cui è più forte l’attitudine alla narrazione;

- Il fatto di somigliare ad alcuni padri della poesia ispanica e non solo;

- la capacità di unire la narrativa alla poesia.

Partendo dal primo punto, non posso che ribadire questa attitudine, tanto da riscontrare nella sua poetica non solo richiami espliciti a Márquez (suo maestro e probabilmente riferimento a lui più vicino) ma ad altri poeti lontani e per epoca e per linguaggio come nel caso di Pascoli – le cui similitudini sono percepibili. Come Pascoli infatti vi è l’attenzione e la capacità di animare le cose, animare gli oggetti che ci circondano, di dare essenza alla vita. Altro riferimento rintracciabile e evidente è all’altro grande cubano Carpentier, a cui pare unirsi per la naturale evocazione per i grandi affreschi. Altri echi e similitudini possiamo rintracciarle in lui con riferimenti al poeta britannico Auden e poi ancora al brasiliano De Andrade.

Sarebbe impossibile nominarli tutti, sono comunque diversi. Ciò che unisce questi nomi di continenti e culture distanti è certamente questo Imagismo Magico, questa spettacolarizzazione del tangibile, tipica dell’America Latina ed evidentemente non solo.

Se dal suo conclamato maestro Márquez apprende l’epicità del quotidiano traslandolo su di un piano magico e trascendentale, dal poeta De Andrade apprende l’ironia sottile, quell’umorismo – a tratti tragico- che smuove le acque, ridefinisce stati d’animo.

Ma a trionfare sempre è appunto l’epicità del suono, della dimensione dei piccoli gesti che inaugura, a mio avviso, un linguaggio di escavazione che alla lunga può instaurare familiarità con una lettura quantica del tangibile. Al di là delle leggi della fisica – causa ed effetto- vi è infatti tutto un mondo sommerso che solo la luce e il suo opposto può rivelare. Ecco allora che Núñez diventa poeta universale. Ma la sua capacità va ancora oltre ed è più che lecito spenderci due parole di fatto.

In secondo luogo, Núñez ha l’opportunità, essendo poeta, di far emergere un continente che per la maggiore si è espresso in narrativa e non in versi. Se consideriamo tutta la letteratura ispanica delle Americhe del sud dobbiamo tenere presente questo fatto: la maggioranza sono scrittori e la querelle legata all'epicità si ha solo attraverso narrazioni di grandi romanzi. Grandi autori non solo cubani ma brasiliani, colombiani – uno su tutti Mutis – hanno saputo narrare grandi cose in pregevoli e inarrivabili pagine di prosa.

A soccorrermi uno per tutti e che ben sintetizza il mio pensiero è certamente Amado da cui il nostro apprende l’attitudine di riformulare la realtà attraverso l’olfatto. Come in Amado infatti Núñez ha la sensibile propensione a rivisitare le persone, gli stati di cose, i contesti e interi immaginari attraverso gli odori. E l’olfatto è uno dei sensi sul quale poggia una buona parte della letteratura planetaria. Attraverso gli odori Proust ha ricostruito Parigi, Amado il proletariato brasiliano, e perché non ricordare il grande Böll che ne Le opinioni di un Clawn sente gli odori per telefono.

Questo aspetto, forse il terzo, tanto volendo fare un altro richiamo, implica un ulteriore passo di stile che lui stesso compie: il saper congiungere la grande narrativa alla poesia. Il congiungere quell'epicità che di norma alberga nelle grandi pagine di prosa allo stilare versi. E questo non è un compito da tutti. Anche perché non tutti i romanzieri sono e sanno essere poeti ma molto spesso uno scrittore di versi sa anche produrre una formidabile prosa. Questo è il caso di Núñez e di quanto c’è dato da leggere.

Questa peculiare attitudine lo fa ricercatore di possibilità e di similitudini, lo inchioda a rimandi continui che fa della letteratura una disciplina di sottrazioni e non di somme. Sapere infatti sottrarre, spostare l’asse del proprio interesse dal centro della pagine verso il margine è il compito del letterato. Sarebbe banale sostenere che le lettere sono solo storie, mentre invece la letteratura è la cornice, il margine, il non rivelato. Se la musica è evocativa – è sufficiente pensare alle grandi arie dei classici- la letteratura è percettiva. Una negazione di un empirismo autentico in quanto epico, fuori misura, incalcolabile, edificatore di epifanie sia visive sia uditive.

Insomma, Il quaderno del topo muschiato è un’opera autentica di buona poesia e che mancava nel nostro paese. Va quindi ad Alberto Pellegatta il plauso di averci fatto conoscere questo autore e di aver tradotto e curato con minuziosa precisione la consapevole voce di un poeta e la moltitudine di un intero popolo.

Víctor Rodríguez Núñez, Il quaderno del topo muschiato, a.c di Alberto Pellegata,Taut Editori

Il sole esce da un bavero del cappotto

la luna ritorna dal camino

il resto lo fa la pioggia

con la sua densa soluzione connettiva

l’ananas e il fenomeno

l’essenza e il cipresso concordano

davanti alla tua nudità la luce si nasconde

l’ombra si rivela come pelle

nell’angolo celeste impauriti

cani che nessuno può separare


lune da tutte le parti

con la voglia di non perdersi niente

non c’è altro che paglia secca

vento di regione montuosa

nella brace il capretto che trascinava l’audacia

soli disappannati dal vino

intorbiditi dal gin

l’arpeggio e l’immagine escono a ballare

la memoria a brandelli

di chi non è stato lì ma si ricorda

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