• Antonio Merola

Poesia | In che luce cadranno di Gabriele Galloni

La nuova raccolta di Gabriele Galloni ha il sapore dell'esperienza mediatica: a leggere la seconda tra le poesie qui proposte si vorrebbe intervenire sostenendo che normale non è, dopotutto. Ma è proprio ciò che Galloni vuole fare, a leggerlo bene: metterci davanti alla morte, attraverso la mediazione della sua scrittura – che sia poi un medium o meno, lo potrà decidere ciascuno. O meglio, ai morti: sono loro il soggetto plurale delle poesie di In che luce cadranno, che Antonio Bux ha fortunatamente (per noi) accolto nella piccola collana L’anello di Möbius che cura per RPlibri. E già questa è una nozione di merito per Galloni: il poeta ha scelto un io che è altro da sé, per trasformarlo in una poesia collettiva - un noi lirico... post mortem. Siamo ben lontani dall'Antologia di Spoon River: qui non c'è mai, cioè, uno spazio individuale per i morti. Tutti agiscono insieme, in ogni scena. Questo perché, nonostante sia morto, ognuno è ancora alle prese con (la verità del)la morte, come leggiamo nella terza poesia proposta. Ciò che è cambiato, in questo passaggio da una condizione a un'altra, è il tiro: i morti sono ancora alle prese con questioni più grandi di loro, tuttavia, al contrario dei vivi, cercano di interrogare soltanto queste. Si soffermano sull'essenziale. E per colmare una simile lacuna, Galloni risponde con la forma. Si è detto di tutto a questo ragazzo, che le sue poesie erano troppo brevi per poter essere commentate, che la sua scrittura era ancora troppo giovane perché qualcuno potesse parlarne da qualche parte: al contrario, credo che la seconda nozione di merito di Galloni sia da ricercare nella sua essenzialità formale. C'è un fenomeno nel nostro contemporaneo che mi piace chiamare effetto-Quasimodo: ho incontrato molti casi cioè in cui un poeta o una poeta inserivano qui e là nella loro raccolta delle poesie brevi, o brevissime, di circa due versi, senza che tuttavia questa scelta formale sembrasse coincidere in qualche modo con quello che si palesava essere, nelle altre poesie, come il proprio stile. In qualche modo, comprendevo che centrasse anche una causa materiale: un libro è pur sempre un oggetto, una collana è pur sempre una collana, e di conseguenza un numero di pagine limite da cui partire pare debba essere posto a priori. Galloni non cede a questo: In che luce cadranno è una raccolta tanto minuta nelle dimensioni, quanto perfettamente studiata. E nonostante le sue poesie siano brevi, non solo è evidente uno stile personale – che peraltro coincide con il contenuto - ma, forse non a caso, Galloni si concede il lusso di aderire all'effetto-Quasimodo solo una volta, a chiusura della raccolta: «La musica dei morti è il contrappunto/ dei passi sulla terra».


Nota di lettura a cura di Antonio Merola


Poesie estratte da Gabriele Galloni, In che luce cadranno, (RP Libri, 2018):


Ho conosciuto un uomo che leggeva la mano ai morti. Preferiva quelli sotto i vent’anni; tutte le domeniche nell’obitorio prediceva loro


le coordinate per un’altra vita.


*


Ai morti si assottiglia il naso. Quando li sogni se lo coprono. È normale vederli a volto coperto passare dal corridoio al bagno alla cucina.


*


I morti cagano, pisciano come i vivi. Solamente che faticano a rispondere a tutte le domande


che gli vengono fatte. Preferiscono ricordarsi di un nome, scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.


*


I morti hanno fiducia nella sorte. A notte fonda salgono sugli alberi del tuo giardino; li trovi che all’alba non sanno come scendere dai rami. Li vedi; non ti vedono. Li chiami e non ti sentono. Li aiuti – scendono.


Ogni notte ritornano e dimenticano.


*


Così un giorno, per caso, i morti costruirono il primo cimitero sotto il mare.


Se ne dimenticarono in un tuffo soltanto.

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