• iurilombardi

Poesia | Infinito mobile, Marco Mazzi

Scritto in Albania nel 2016 da Marco Mazzi, fotografo, regista e artista multimediale il cui itinerario si suddivide fra Firenze, Tirana e Tokio, Infinito mobile (Arcipelago Itaca, 2020) più che un libro è un’esperienza totale radicata nel modernismo, come ci ricorda Alessandro de Francesco nell’introduzione.


La sorprendente mole di immagini che si susseguono, il cui ordine sembra casuale o impenetrabile, costringe il lettore a un surplus di attenzione che lo obbliga a liberarsi delle consuete strutture analitiche abbandonandosi non solo a un concetto di spazio dilatato ma a uno di tempo assolutamente non lineare.


Abitato da personaggi a tratti ricorrenti ma di fatto marginali rispetto allo svolgersi simultaneo di immagini, oggetti, azioni, Infinito Mobile non ripropone la successione antinomica di un Dylan Thomas ma una narrazione a cerchi concentrici che non ruota intorno a un centro fisso ma si sposta sfuggendo a un’ermeneutica tradizionale fondata sulla lingua.


L’assenza di metafore e similitudini che ci trascina fuori dall’esperienza poetica italiana, avvicinandoci al romanzo minimale francese, al minimalismo americano o al segno vuoto degli haiku nipponici, dona al testo un mistero fenomenologico che abortisce la comprensione in funzione della rivelazione; non c’è manicheismo né presa di posizione morale da parte di un autore in grado di accostare a momenti di bellezza assoluta “ tutti i miei giorni sono fatti di suono” attimi di violenza inaudita, descritti con l’impersonale realismo di un filmaker (“una donna uccide sua figlia senza motivo/ finirà col prostituirsi”).


La visione “neutra” della realtà, di chiara ispirazione orientale, che abolisce il sillogismo divino di cui parlava il Manganelli poeta sacrifica il simbolo sull’altare del segno che svalutando ogni significato rende la semiosi un puro riconoscimento (e attraversamento) di significanti.


La terza persona si alterna a un io narrante la cui identità si moltiplica come il tempo e i luoghi di questo diaporama a più voci dove l’interiorità e l’esteriorità hanno lo stesso peso al punto che fra monologo interiore e ricordo o descrizione presente non c’è alcuna differenza; cercare parentele poetiche non è solo difficile ma anche inadeguato, l’unico paragone possibile nella nostra cultura è forse l’ Ulisse di Joyce per la capacità di creare quel cinema totale in grado di polverizzare ogni forma precostituita, trama o idea di personaggio, anche se nel caso dello scrittore irlandese più che di infinito si potrebbe parlare di Infinito mobile.

Un elemento imprescindibile dell’opera di Mazzi è la memoria.

Come un accumulatore seriale di esperienze visive egli trasforma la realtà in ricordi da tracciare con precisione chirurgica (“provò a ricordare con estrema precisione”) e l’immagine del bisturi che separa le carni d’un paziente viene infatti usata come allegoria della morte, in quanto doppio.


L’irriducibilità del reale a un unico codice che mette in crisi l’idea d’un soggetto-creatore in grado di donare un ordine al rutilante caos di sensazioni in movimento, trasforma il linguaggio di Mazzi in un archivio babelico sulla scia di Borges.


Questa frammentazione jazzistica si esprime anche attraverso una punteggiatura che non segue le regole della comune semantica ma quelle della respirazione convulsa dell’io (o degli io) narranti: le parole si sfogliano come palpebre o fotogrammi e il segno d’interpunzione diventa l’intervallo d’un piano-sequenza senza la ricombinazione logica d’una post-produzione o quella analitica della critica.


Oltre alla memoria, un tema ricorrente di Infinito mobile è la morte.

L’idea che la morte non sia la fine ma un passaggio è ben testimoniata dalla sua natura “ferina” (“una membrana limpida e calda”) e dall’abbondare nel testo di rettili, anfibi, crostacei, la cui natura mutevole e al tempo stesso feroce rappresenta l’energia senza polarità del divenire: “una parte di me appartiene ai morti, una parte fisica, una parte concreta, un grumo di cellule e fibre, una parte del mio corpo appartiene a loro. Il mio corpo serve a questo, a nutrire, a dare forma e energia ai morti.”


“Per morire, per estinguersi, il corpo ha bisogno di due cadaveri”, scrive Mazzi in un passaggio dedicato al suicidio e sembra davvero che più della morte fisica si stia parlando dell’immagine e della sua ombra, dell’oggetto e della sua rappresentazione, poiché in “Infinito Mobile” non c’è alcuna differenza fra parole e cose, segno e oggetto.


Nel descrivere la decomposizione di un topo le cui carni sono diventate un ammasso gelatinoso il cadavere sembra fatto di cemento e calcina e in fin dei conti la realtà del topo, la realtà delle ossa, è fatta di gesso e calcina; non solo la realtà coincide con la sua immagine ma anche con la luce che la rappresenta.


Solo il bianco, come assenza di colore, può fermare la morte, proprio perché è il contenitore di tutti i colori e perché parla la sua stessa lingua, quella fantasmatica dell’azzeramento e della reincarnazione.


Nell’elenco dettagliato delle sue “sequenze” Mazzi non segue il principio di contiguità della vertigine della lista ma un principio di giustapposizione che asseconda il flusso narrativo abolendo un centro (un soggetto) perché lo moltiplica all’infinito.


“Tutti i miei giorni sono fatti di suono […] il testo è reale e fatto di suono. Ogni volta che pesto un tasto si forma il suono. Nasce il rumore. Il rumore dei tasti è il rumore delle parole.”

In questo frammento, che riecheggia della logica di Wittgeinstein, l’azione dello scrivere rende il pestare sui tasti e la nascita delle parole un tutt’uno grazie al suono come testimonianza di realtà.


Come i surrealisti preconizzavano un mondo in cui non ci fossero più barriere fra sogno e realtà grazie a una memoria onirica sempre più sviluppata, allo stesso tempo Mazzi descrive la capacità di Iy, la ragazza cinese ricorrente nel testo, di generare attraverso il ricordo veri e propri “organismi di memoria, come membrane che palpitavano nel buio”.


Leggere Infinito mobile è lasciarsi attraversare da questo mutevole serraglio di immagini che sciolgono il nodo del tempo in un’idea di movimento incessante.


È chiaro che risulterebbe difficile concepire un libro simile nei rigidi schemi della poesia classica e così, parafrasando il David Foster Wallace de Di carne e di nulla, che riconosce il valore trasgressivo della poesia in prosa solo quando riesce ad evocare le stesse suggestioni della poesia in versi ma senza affidarsi alle sue efficaci strutture, potremmo dire con David che l’operazione riesce benissimo a Mazzi e che il suo Infinito mobile è un “aeroplano di ghisa capace però di volare”.

Germano Innocenti

Marco Mazzi, Infinito mobile, Arcipelago Itaca, 2020


***

Una parte di me appartiene ai morti. una parte fisica, una parte concreta, un grumo di cellule e fibre. una parte del mio corpo appartiene a loro. il mio corpo serve a questo, a nutrire, a dare forma o energia ai morti.] in quell’istante si formò un brusio. proveniva dalla cucina. iy immaginò che fosse il suo cadavere, il corpo con cui si era suicidata. immaginò che il suo cadavere fosse poco più grande di una farfalla, una piccola lumaca rossa che striscia in un sottoscala. era il suo corpo, era là, vicino al bollitore.


***


La realtà è anche la realtà dei morti. ciò che sembra il cadavere di una farfalla, non è il cadavere di una farfalla. ciò che appare sotto forma di cadavere non è il cadavere.] guardò l’acqua, le pillole sul tavolo, l’astuccio, un sacchetto blu attaccato alla sedia. il suo cadavere continuò a avvicinarsi. la luce attraversava la stanza, spariva nel corridoio, entrava nel bagno. [ho visto una scia di luce, era un animale, forse era un’aquila. ho visto il mio cadavere, so che è il mio cadavere. ho davanti a me il corpo che ho ucciso.] si aprì la porta dell’ascensore, fuori. la cabina vibrò, iy cercò di pensare, di concentrarsi sul suono gelido delle lamiere. [sono viva o sono morta? devo scegliere. sono costretta a scegliere. in un antico cimitero, da qualche parte in asia, decine di monaci sistemano le ossa dei defunti. una donna con un velo azzurro cammina fra le tombe. sono viva? sono io?

***


Un sibilo indistinto vibrava nella stanza. [il corpo che ho ucciso è qui, lo sento, lo vedo. la morte lo costringe a guardarmi, lo costringe a guardare chi lo ha ucciso. non sono viva, no. sto salendo lungo una scala di legno, ho rubato la scala a qualcuno. la scala conduce a una finestra. c’è un negozio di giocattoli e dolciumi, entro, lascio cadere la scala e riempio le tasche di biscotti e gelatine.] iy chiuse gli occhi, vide le proprie dita sfiorare una lama. vide se stessa seduta in cucina, una felpa grigia, i capelli raccolti, un elastico al polso.

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.