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Poesia | Inventario per il Macellaio di Nicola Grato

Aggiornato il: 11 dic 2019

Bisognerebbe domandarsi che cosa è un macello, e nello specifico cosa intende il poeta, Nicola Grato nel suo Inventario per il macellaio (Interno Poesia, 2018), per macellazione. La questione, almeno per me, sta incentrata nell’oggettività del suo processo poetico. Sta, in altre parole, nella sua capacità di scendere a osservare le cose, di scendere sui particolari sviscerandoli; ecco allora la macellazione. L’oggetto osservato diventa materia poetica e la materia, assoggettata alla lettura, inevitabilmente si fa corpo. Direi quindi, senza preamboli, che la raccolta di Grato è un’opera fisica dove a far da protagonista è appunto il corpo, diciamo meglio: il tangibile della realtà. E di cui la macellazione è appunto la lettura di questo corpo, l’analisi a crudo di un corollario di occasioni, avventure, ricordi e suggestioni che nulla hanno di astratto. L’attrazione dei contesti, spesso rimembrati, assumono un aspetto terreno, quasi a testimoniare l’urgenza del poeta di sviscerare il reale, la propria biografia, quella di una collettività, il contesto sociale ed è qui che si cela la posizione ideologica dell’autore.


Nicola Grato è un poeta della materia che lui stesso, analizzando, muta, perfora, trasforma. La sua rivoluzione da intendersi come intervento poetico sta nel fatto di intraprendere un colloquio con questa materia tanto da realizzare una poetica del tangibile. Ma cosa è il tangibile? Quando si può riscontrare?


A questa domanda possiamo rispondere che il tangibile, anche il sentimento e la pura emotività, è quando ci si rapporta al fisico, al corpo - persino se corpo astratto. Quando, in altri termini, tutto diventa concreto. Insomma, Grato con coraggio affronta secondo me un nuovo modo di fare poesia e si riallaccia, consapevole o meno, a tutta quella letteratura civile che inevitabilmente ha cantato la materialità della storia. Grato è dunque un poeta civile anche quando parla di cose sue, anche quando scende nel privato, regalandoci un corollario di versi come un diario di dolore e felicità.


Nota di lettura a cura di Iuri Lombardi a Nicola Grato, Inventario per il macellaio, Interno Poesia, 2018


Dalla sezione Terrazza di cenere e sale:

la casa al 2H di via Cristoforo Colombo in sogno è colma di vento d’ocra quello che d’estate soffia sui lumi del cantiere e tiene in scacco i nervi; i morti sono in fila sul settimanile dove riposa ancora una ciocca di Teresa bambina; l’armadio nello stanzino cela il suo velo di sposa, cianfrusaglie di tante vite, cose da poco, monili perciati destinati al fuoco.

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fuoco greco sul mare un festino di tanti anni fa – le barche schierate all’imbocco del porto; i lenzuoli bruciati carcerati in rivolta la tua ansia sommessa si faceva dirotta preghiera alla Madonna del Molo: la vita vola, un fiato solamente, la promessa di un marinaio partito per sempre.

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Dalla sezione Un paese di persone in volo:

torna come fa la luna ogni mese, esci dalla nuvolaglia di silenzio e raccontami di te – di quel che vedi e che hai veduto se ancora rimani muto davanti al cangiare dei cieli di maggio; se ti ricordi dei campi di sulla, delle giornate di luce brulla al Castello Maniace di Siracusa, o delle serenate al tuo paese che ingegnavi su un mandolino a tre corde. Torna e dimmi qualcosa, la parola che non ho capito – senti l’attrito dell’aria quando è caldo, segna col dito sul vetro appannato la forma di un sole, il tuo rito privato per un domani migliore.

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un paese è anche passeggiare con un cono gelato in mano. Può sembrare strano, lo so, ma non ricordo più l’ultima volta che abbiamo passeggiato insieme con un cono in mano. Farei di tutto per incontrarti al bar, prendere un gelato, la mente sgombra e il cuore assente, le mani occupate a tenere il cono al limone, e intorno un paese, uno vero, un paese di persone in volo.

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la fabbrica di mobili e la tua infanzia tra pialle sgorbie chiodi viti – mestiere di segatura fina e rombo in testa a sera quando marzo si gonfia ad esplodere nelle ultime gemme ancora chiuse e primavera chiamava a corse balli gioventù. Non so chi eri né i tuoi dolori o come guardavi fuori e se ne avevi il tempo ma la tua traccia è nel mio volto il tuo nome nella vita che viene.

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