• Antonio Merola

Poesia | Invito alla lettura della Nuova poesia americana, vol. 1

Sono stati, questi ultimi anni, anni di antologie. Spesso però quando è stata pubblicata una antologia di poesia italiana contemporanea ci si è concentrati su questo o quel curatore, anziché sui poeti che essa contiene. È difficile trovare articoli che si soffermino sulle singole epifanie dei poeti proposti in una antologia – impossibile trovarne qualcuno che legga uno o due poeti in particolare, perché magari più interessanti degli altri.

Quello che segue vuole essere un semplice invito alla lettura della Nuova poesia americana (2019), primo volume pubblicato da Black Coffee di quella che spero una lunga serie a cura di John Freeman e Damiano Abeni (traduttore) e che include Tracy K. Smith, Terrance Hayes, Robert L. Hass, Natalie Diaz, Layli Long Soldier e Robin Coste Lewis. Leggendo per la prima volta questi sei autori e non potendo confrontare la traduzione con il testo originale è difficile provare a fare considerazioni critiche. C'è però da sottolineare una cosa, anche se ovvia: la condizione del poeta negli Stati Uniti è nettamente diversa da quella italiana. Questo salta subito all'occhio leggendo le note bio-bibliografiche dei selezionati, ricche di Poeti Laureati, premi Pulitzer e National Book Award, storie di attivismo o cattedre universitarie. Ma soprattutto nella maniera di costruire l'oggetto libro, che è sempre centrato su un focus particolare: dalla questione delle minoranze, come la ricostruzione della storia degli indiani d'America in Layli Long Soldier, al rapporto tra fiabesco e miti mohave, come in Natalie Diaz, o al tentativo di fare luce su come sia stato costruito nel tempo il corpo delle donne nere, a partire dalle Indie coloniali e in stretto rapporto con le forme assunte via via dalle dee, fino alle questioni ambientaliste o di carattere scientifico, come le scoperte del telescopio Hubble in Tracy K. Smith. Ci sono poi delle tensioni comuni a tutti questi poeti, che mi auguro di essere riuscito a rendere, perché nessuno dei focus analizzati pare possa essere del tutto isolato dagli altri. Prima di cominciare infine vorrei riprendere le parole con cui Freeman accoglie questo libro e sperare che diventeranno anche vostre: «ogni nuovo volume di questa collana sarà una specie di piccolo evento, anche perché nessuno di questi poesi è stato ancora pubblicato in italiano». ___________________________ TRACY K. SMITH


Con Life on Mars Tracy K. Smith si è aggiudicata il Pulitzer (2011) e con il memoir Ordinary Light è tra le finaliste del National Book Award per la saggistica (2015). Siamo davanti a una poesia che si interroga con genuinità sulle Grandi Domande: che cos'è l'Universo e in quanti siamo ad abitarlo? Anche Dio abita laggiù? E noi e gli altri animali è laggiù che andiamo dopo la morte? È però con l'occhio curioso di una bambina, il cui papà le ha lasciato in eredità una «cosmologia intera» (John Freeman), che Tracy K. Smith pone a se stessa e al lettore queste domande e cerca di darsi delle risposte convincenti per quell'età: «Quando mio padre lavorava al telescopio Hubble […]/ Abbiamo visto ai confini di tutto ciò che c'è – / tanto brutale e vivo da raccoglierci tutti». In fondo, è proprio come dei bambini che ci sentiamo anche noi quando per dirne una Elon Musk ci promette che entro il 2040 ci porterà su Marte, perché anche se non capiamo bene come ci riusciremo, siamo fermi quaggiù con gli occhi che luccicano mentre in diretta seguiamo il viaggio spaziale di un manichino alla guida di una Tesla sulle note di David Bowie. «Ottimismo, pessimismo, che si fottano! Noi ce la faremo», parola di Elon Musk. È questa la magia della poesia di Tracy K. Smith, che non cerca di sostituire con presunzione le proprie scoperte a quelle degli scienziati spaziali, ma che una cosa la sa: la sua è una poesia che non può fare a meno di seguire quegli scienziati verso l'ignoto, guardandosi intorno e trovando il suo spazio. È una poesia che non potrebbe parlare di altro, perché sa che la poesia potrebbe trovarsi prima o poi ad avere lo stesso ruolo che ebbe Scout ne Il Buio oltre la siepe salvando Atticus e Tom Robinson dalla possibilità di essere gambizzati da un gruppo di contadini inferociti. Chi ha letto il romanzo coglierà al volo, altrimenti immaginate questo Atticus come il telescopio Hubble e la piccola Scout come la poesia.

Ray Bradbury sorriderebbe a leggere come Smith immagina che accoglieremmo i marziani se mai giungessero sulla Terra: «Mi casa es tu casa. Mai stati più sinceri,/ vedendoci capiranno in modo esatto ciò che vogliamo dire.// Ovvio che è nostra. Se è di qualcuno, è nostra» perché noi umani «Vogliamo così tanto». Quando le parole di Tracy K. Smith rimangono sulla Terra hanno colori cupi. Qua c'è una tale confusione, che persino «Dio scende lungo la strada con i/ finestrini abbassati […] nella jeep» come in un safari cercando di salvare il salvabile, che nella poesia di Smith è sempre qualcosa di piccolo, una apocalisse fatta di minuscoli dettagli, come un cervo intrappolato in una tagliola. Ci sono immagini bellissime che qui non vogliamo citare per intero, altrimenti rovineremmo la scoperta della lettura e chi ci propone antologie come queste, merita di essere letto, supportato e incoraggiato a continuare. C'è ne è una però con cui ci piacerebbe concludere, una strada biforcuta davanti al cui bivio la poesia di Tracy K. Smith ci lascia per farci scegliere quale delle due seguire: «I nostri due occhi vedono al plurale:/ ciò che capiamo e ciò che verrà a mancare». Se non ci sbrighiamo a capire ciò che c'è da capire, il pianeta potrebbe presentare uno scenario in cui «Una lunga epoca trascorse […]/ Allora animali da tanto creduti estinti scesero/ dagli alberi» e allora a mancare saremo noi. Capite?


TERRANCE HAYES

Con Lighthead Terrance Hayes ha vinto il National Book Award (2010). La sua ultima raccolta si intitola Sonnets for My Past and Future Assassin, dove Hayes gioca con una forma di sonetto che è stata definita golden shovel. Oggi insegna alla New York University. È una poesia piena zeppa di echi, la sua, fin dalla prima che ci viene proposta: Al Pegasus infatti ricorda laStatua di sale di Gore Vidal, uno dei primi romanzi americani che seppe affrontare in maniera esplicita il tema dell'omosessualità. La scena si apre in un gay bar dove il protagonista rifiuta un ballo, perché ha altro nella testa: «Vengo solo per la musica»/ dico al tipo che mi invita/ a ballare. Ma mi sono portato/ un ragazzo sulla schiena già prima di allora [...]». Sembra ormai qualcuno incapace di amare qualcun altro, eccetto il ragazzo a cui pensa così intensamente. Quando poi, tra un drink e l'altro, gli torna alla mente il torrente dove «Non ci siamo tornati mai più./ Ma ricordo il suo peso/ meglio di quanto non ricordi// il mio primo bacio», Hayes sembra catapultarci nello stesso luogo in cui Jim Willard e Bob Ford conoscono i loro corpi per la prima volta.

Come in Tracy K. Smith, anche la scrittura di Hayes ricerca l'armonia: «Essere divisi è essere moltiplicati. Dovremmo/ riflettere su com'è che io & te siamo rimasti/ vivi». Ma è alla poesia di James Dickey, in Italia conosciuto purtroppo solo grazie a Elmetti (Passigli, 1992), e alla sua capacità di collegare una cosa all'altra, di farci essere prima qualcuno e poi subito qualcos'altro, che forse bisognerebbe guardare. Se per esempio con La cerva il poeta quando si imbatte nell'animale esclama: «se l'avessi voluto sarei potuto io essere cervo», proseguendo nella lettura ci trasformiamo anche noi di nuovo: «e ho visto quando ero il cervo che non dovevo per forza essere cervo,/ sarei potuto diventare un'auto con una donna a bordo»... e così via. Questo continuo salto analogico si risolve, da una parte, in Poesia della carpa nella rappresentazione del Ciclo della Vita: Hayes immagina che Gesù sia riuscito a camminare sulle acque tenendosi in equilibrio sopra il dorso di un grosso pesce, sfamandolo «con briciole di ostia e pane tostato», che poi a sua volta sarà trasformato in una «pagnotta», che a sua volta sfamerà i discepoli. Dall'altra è occasione di aperta denuncia sociale e ambientale, quando Hayes immagina invece una serva nera ridotta a semplice «mobilia» dal padrone bianco, ammonendo che: «La mobilia non si strugge per un futuro in cui la casa della piantagione/ del padrone sarà razziata da cavallerie o calvari». Ma se, come scrive John Freeman, il poeta «Nero e fiero di esserlo, respinge l'idea secondo la quale la sua estetica dovrebbe riflettere solo e soltanto questo», allora ecco che il lettore è invitato a fare un ulteriore salto, dove la ricerca di una armonia non guarda più solo agli esseri umani tra di loro, ma riguarda, o dovrebbe riguardare, anche essere umano e ambiente: «Con così tanta mobilia/ dappertutto, ci sono molti meno boschi» e concludere poi, tornando alla casa del padrone bianco ormai vuota di persone, però rimasta piena di mobili, così: «Se resta integra, vive abbastanza a lungo da diventare antica». Ma ormai la sovrapposizione ha funzionato e non saremmo più in grado di distinguere chi sia la foresta e chi la serva. È però in Pino che il meccanismo analogico si inceppa per la prima volta, facendosi concreto. Qui, due giovani neri sono a spasso di notte, quando vengono sorpresi dalla polizia che li accusa di furto. Ma mentre uno viene ammanettato e arrestato, l'altro si salva perchè rifugiatosi sopra un albero. Ognuno a questo punto pensa alla fine che farà l'altro, ma nessuno è poi davvero l'altro, perché se uno andrà in prigione, il secondo «Anche quando tutto è finito/ deve essere restato lassù».

ROBERT L. HASS

National Book Award (2007) e Pulitzer (2008) per la raccolta Time and Materials: Poems 1997-2005. Come sottolinea John Freeman, Hass scrive «infondendo a ogni verso un afflato whitmaniano». È una poesia spesso didascalica la sua, dove chi scrive è parte del mondo, in un tempo e in un luogo: «È estate, ora che scrivo,/ nella California Settentrionale». Freeman segnala anche gli influssi «e la precisione espresse dalla poesia in Estremo Oriente», come in questa coppia di versi: «perché i desideri non si scindono, c'è un unico desiderio/ che tocca le molteplici cose ed è continuo», e nello specifico l'amore di Hass per gli haiku giapponesi, come in questo passaggio in cui il poeta riformula una sentenza di Bashō: «Se l'orrore del mondo fosse la verità del mondo,/ aveva detto, non ci sarebbe nessuno a raccontarlo/ e nessuno a cui raccontarlo». C'è una contrapposizione esplicita, fin dalla prima poesia, non tanto tra essere umano e natura, quanto tra la loro armonia e disarmonia, come negli altri poeti antologizzati: «La solita storia: qui ha inizio la vita immonda». È interessante notare anche qualcosa che avevamo già notato per alcuni poeti italiani contemporanei e che Hayes coglie bene qui: «Tutto il nuovo pensiero è sul lutto./ In ciò somiglia al pensiero antico». C'è poi un gioco tutto postmoderno nella poesia di Robert L. Hass, quando cioè lo scrivere e il linguaggio sono messi in primo piano come in «Immaginiamoci che siano morte adesso./ «Morte adesso», non è un'espressione strana?» o in «Una frase che contenga «pmbra screziata» […]/ La mente alla spasmodica ricerca di somiglianza. «Tenerco cielo», ecc./ curve che le rondini tracciano nell'aria», fino all'estremo ironico in cui un suicida si blocca poco prima di lanciarsi per sempre giù perché colto da un dubbio linguistico: «Era salito sulle travature del ponte,/ verso la baia, un pomeriggio terso, celeste./ E nell'aria salmastra gli era venuto in mente, sull'espressione/ «frutti di mare», che sapeva vagamente di ridicolo. Nessuno/ diceva «frutti di terra». Tutto quanto si è detto fino ad ora trova poi un punto di convergenza in Prima poesia,dove convivono insieme didascalia whitmaniana e postmoderno, perché Hayes elenca una serie di affermazioni in coppia dove il primo verso bilancia il secondo e viceversa, essenzializzando o arricchendo di particolari una stessa immagine: «Nel sogno lui era un falco con il becco insanguinato./ Nel sogno lui era un falco». Come a mostrarci che si può dire una stessa cosa sia scavandoci dentro, sia sfiorandola appena appena.

NATALIE DIAZ

Di Natalie Diaz, John Freeman scrive che «Le sue poesie sono come fiabe». E se leggiamo per esempio La cura della malinconia è prendere un corno gli ingredienti della fiaba sembrano in effetti esserci tutti: «Un tempo si riteneva che la polvere di corno curasse la malinconia […]/ La regina Elisabetta ha ceduto un castello in cambio di un unico corno». C'è però, nelle poesie di Diaz, una carica erotica che irrompe nelle fiabe, come per esempio in questo passaggio, alterandone l'atmosfera: «fatico per far saltare le tigri smeraldo/ che lei ha in gola,/ per condurle, verde che brucia, a bere/ dal viola profondo che le fa zampillare i seni». Che si concentra sui «corpi» e che si spinge fino a descrivere la violenza sui corpi, come nella prima poesia che si apre con questa scena: «Mio fratello ha in mano un pugnale./ Ha deciso di uccidere mio padre» e in cui l'io lirico «cronista, osservatrice e coscienza» (John Freeman) piange scorpioni dagli occhi che, uscendo dal corpo, agiscono poi sul corpo: «In loro c'è ciò che mi trafigge – / trascina a terra mio fratello [...]». Ossessivamente compare nella poesia di Diaz la «luce», che non si contrappone al corpo, ma che anzi è partecipe della sua carica erotica: «la luce fa pulsare ogni cosa [...] E io, vorace di luce, innamorata di luce». La luce è il mondo, la luce è il corpo. In Mio fratello, mia ferita corpo e luce si incontrano quando il fratello «Fece scivolare la forchetta tra le mie costole […]/ Vi infilò la mano/ e accese la lampada –/ non avevo mai saputo di essere una lampada –/ finché la luce/ non si riversò su di me/ cadde lungo la coscia, volò su di me» e che si conclude con una immagine ambigua, tra magia bambinesca e violenza: «Dove vai? chiesi./ A fare un giro sulla ruota panoramica, disse./ poi mi montò dentro come fossi una finestra».

È la prima poeta dell'antologia le cui poesie sono estrapolate dalla sola raccolta Postcolonial Love Poems. Forse, più che nella fiaba, è qui che dovremmo cercare l'atmosfera che aleggia in Natalie Diaz, poeta mohave della Gile River Indian Community. Come in Dal campo del desiderio dove con una spiccata sensibilità ambientalista immagina che [o forse riprende un mito mohave in cui]: «Per salvare i nostri pesci, li abbiamo sollevati dallo scheletro dei letti di fiume,/ e lasciati liberi nei nostri paradisi […]/ Nuotano calmi lassù con branchie di stelle. Li vedete adesso», cioè a galleggiare nella «'Achii 'ahan nyuunye –/ le nostre parole per Via Lattea».

LAYLI LONG SOLDIER

Si intitola Whereas la raccolta di esordio della poeta sioux oglala Layli Long Soldier. Gli Oglala sono una delle sette tribù dei nativi americani Lakota, che abitavano le Grandi Pianure. La poesia di Soldier è il tentativo di riscrivere la storia americana, descrivendo gli abusi perpetuati ai danni delle tribù native. Ma soprattutto è una poesia che, mostrandoci ciò che non era stato mostrato prima, ha qualcosa da rivendicare anche nel presente. È una delle penne migliori di questa antologia, ma su di lei non possiamo dire molto, perché ci viene proposta una sezione composta da solo due testi e non vogliamo rischiare di rovinare il piacere della lettura. John Freeman, a proposito di Diaz e Soldier, scrive che «Gli scrittori sospesi tra due lingue o più lingue […] si trovano ad affrontare sfide sempre nuove nei loro panni di lessicografi di metafore. Sono costretti a creare un'intera mitologia attraverso un linguaggio che funge da doppio vetro isolante» e in particolare su la sola Soldier: «sfrutta le accezioni che una parola ha in lingue diverse per comporre poesie che gettino nuova luce sulla storia degli indiani d'America». A questo proposito, per esempio, «whereas» è la parola con cui si apre il documento ufficiale di scuse redatto da parte del governo statunitense nei confronti delle tribù native. Una riscrittura, quindi, che non riguarda solo la storia, ma che ha a che fare anche con il linguaggio. «Vi potrà interessare che io non consideri questo un «pezzo creativo» ci dice Soldier nella poesia che apre la sezione e che ricostruisce come gli americani siano riusciti a sottrarre le terre alle tribù Dakota del Minnesota (o meglio «Mnisota», dove «mni significa acqua; e da sota, che significa torbido»), a cui segue la Sollevazione dei Sioux («Sono incline a definire questo atto dei guerrieri Dakota una poesia» scrive Soldier a proposito dello speciale trattamento riservato al bianco Andrew Myrick) e l'arresto di oltre mille Sioux e dell'impiccagione dei «Dakota 38» il 26 dicembre 1862, concludendosi infine con la «deportazione» nelle riserve in Sud Dakota e in Nebraska. Tutto con uno stile che imita quello che nel mondo americano e anglosassone chiameremo «essay», pungente e serio, che mostra al lettore tutte le informazioni necessarie a ricostruire l'obliato. È interessante anche il passaggio, sempre a proposito della Sollevazione dei Sioux, in cui Soldier in un primo momento scrive che «Non c'era testo» nella poesia dei Dakota, ma...

ROBIN COSTE LEWIS

Robin Coste Lewis è la prima poeta dal 1974 a vincere il National Book Award con una raccolta di esordio: Voyage of the Sable. Come scrive John Freeman a Lewis interessa «fare soprattutto luce sul modo in cui il corpo delle donne nere è stato visto nel tempo». Sulla strada per Sri Bhuvaneshwari, la poesia poemetto che ci viene proposta, racconta il viaggio in India dell'autrice per ricostruire le varie forme assunte sulla Terra dalle dee e attraverso questa ricostruzione interrogarsi «su quanto indietro debba risalire per raccontare la storia del proprio corpo» (John Freeman). È una poesia che riconosce la forza del linguaggio nel definire i corpi: «Ciò che noi chiamiamo montagna/ loro dicono collina». E di conseguenza la necessità di agire sul linguaggio riscrivendolo, tema che comincia a essere affrontato (con molta ritrosia) anche in Italia. Con ironia, Lewis ci mostra il dato maschile che è dato per scontato nella lingua: «Il Mondo vuole sapere/ di che pasta sono fatta. Cerco/ di trovare un modo/ per risponderLe». Il problema della lingua si fa babelico in passaggi come questo in cui «L'autista, che è cresciuto in questa valle,/ parla due dialetti, quattro lingue indigene oltre all'inglese,/ non capisce una sola parola di nessuno». Lewis non tralascia nemmeno di soffermarsi su come la colonizzazione britannica e quindi la lingua inglese abbia influito sulla lingua locale e quindi sulla percezione degli abitanti: «Gli studenti universitari americani si cimentano/ col loro hindi da kindergarten: ha-pee-tal» scoprono molto presto «che non è hindi, ma inglese/ scritto in devangari: hospital, ospedal». Ma, accanto alla definizione del corpo, è anche sul corpo fisico che la poeta si concentra: se «Per anni tutto il mio corpo è fuggito/ via da me» perchè definito per ciò che non è realmente o perché definito da altri, un corpo è anche la sua fisicità che parla alla prima persona e, in quanto corpo del soggetto, fa sentire il soggetto: «Ho il mestruo, ma mento/ in modo da poter entrare a vedere» il tempio in cui è racchiusa una reliqua della divinità incarnata. «Ma poi penso, forse/ prendere corpo è così sconvolgente, che perfino Dio/ viene distrutto dal dubbio».



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