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Poesia | Isola Aperta, Francesco Ottonello

Isola aperta di Francesco Ottonello (Interno Poesia, 2020) è sicuramente una raccolta particolare e sin dai primi testi si percepisce il climax che si accresce edificando l’architettura del libro.




Anzitutto, è utile, secondo me, porci delle domande iniziali per poi darsi delle risposte relative a un ampio discorso propedeutico. A questo scopo, perché l’esposizione della mia analisi sia nitida e sgombri dal campo fraintendimenti di sorta, preferisco riportare per punti le domande che da lettore mi sono porto nel corso della lettura.

- Cos’è un’isola aperta?

- Cos’è una casa?

- Cos’è la paleogeografia?

-E cosa la proto-sessualità?

Partendo nel trovare una risposta soddisfacente alla prima domanda, conviene prendere in prestito le parole di Tommaso Di Dio che ci chiarisce quanto un’isola aperta sia un arcipelago e come l’io – isola- sia non totalmente autosufficiente come unità ontica.


Ecco allora che l’isola (unità ontica del sé) per esistere sui unisce all’insieme di altri sé, probabilmente per praticare l’esistere si combina con la collettività, con una somma di che è poi la civiltà. In sostanza, non possiamo, almeno in toto, almeno in un quadro d’insieme, parlare dell’io totalizzante e autosufficiente.


Non c’è vita senza l’altro. Ecco allora che l’isola diventa il teatro di una commedia umana in versi, un progetto a divenire, un’arca di Noè ma piena di ritagli di rimembranze, di cose, di situazioni, di ricordi. Un’arca il cui assito è composto di ricordanze lunghe quanto lame di legno unite tra di loro a doppia cucitura: da una parte la Sardegna del sud più ancestrale – nello specifico il Campidano, zona già nota alla nostra civiltà letteraria, non per altro dalle pagine di Giuseppe Dessì, il celebre paese d’ombre- e dall’altra l’isola o quel grammo di terra che si diparte da Cagliari che è la casa del poeta, il punto di partenza di Ottonello.


Da qui si arriva alla edificazione della casa, del tetto d’origine, del nido pascoliano che è riparo da interferenze fastidiose, da insidie estranee a Francesco, o comunque a l’io narrante di questi versi. E la casa è il principio da cui si scaturisce il mondo, la realtà presente e futura, il grido dell’esistenza. Il riparo dove Francesco «chiama i ricordi con il loro nome», come suggerisce una ballata di Fabrizio De André.


Tuttavia, nel procedere con l’analisi, non ci rimane difficile il comprendere come questa casa, questo riparo, sia solo un pretesto per parlare di esistenza e la vita – la connessione dell’arcipelago- distrugge questa casa altrimenti non sarebbe possibile il salto: il tuffarsi nella vita sopratutto in quella dell’altro.


E l’altro è molto presente nel tessuto ontico di Ottonello, al punto che ne costituisce un arcipelago di voci, di rimandi, pur non rimanendo solo uno scricchiolio epifanico ma un insieme concreto: l’altro infatti è una persona. Una persona e poi una somma di persone che costituiscono il mondo di Francesco; l’arca di Noè, l’arcipelago del noi.


L’altro è quindi l’elemento che permette a Francesco di ricostruire una geografia – basata sui sensi, sull’olfatto, sulla visione- che non è, come ci insegna la letteratura dei classici, una reale ma sovrapposta a quella concreta. Si parla infatti, a mio avviso, di una Paleogeografia dove le distanze, i sinonimi e i contrari, la topografia urbana e rurale, le realtà antropiche devono essere rapportate a una scala più ampia di valori, forse a un ventaglio di colori, a una chiave di violino che sviluppa un pentagramma proprio.


Si tratta quindi di una geografia non convenzionale, fatta di affetti, fatta di teatri privati – la casa è un esempio emblematico- di giardini interferiti dalla natura, dal vento caldo del sud che pettina l’antica Cagliari cartaginese. In questo capitolo di considerazioni, in questo paese d’ombre si inserisce la geografia paleolitica del poeta che è antica, nel senso che spoglia il sé contemporaneo da ogni attualità e lo riposta ai primordi della vita sulla terra: al principio dei sensi.


L’altro diventa quindi, oltre che somma di presenze, oltre che civiltà e insieme di possibilità, attore sessuale tramite il quale si interferisce tramite un ritorno alla sessualità elementare, lontana da ogni preconfezionamento di sorta: all’origine dell’esistere. L’altro è il corpo da esplorare, comprendere, il corpo da amare e non si può adorare senza immedesimazione o scoperta dell’altro.


Ecco allora che Ottonello sull’arca trova il salpo sulla terra sarda, sulle sponde della propria geografia, come i cartaginesi fecero con Cagliari millenni fa. Ottonello è quindi l’uomo che grida terra, che lascia la lunga traversata del mare dietro a sé. Che fa del mondo un arcipelago di germogli per una nuova civiltà.

Testi tratti da:

Francesco Ottonello, Isola Aperta, Interno Poesia, 2020

Da Traversata:

Dopo i venti

Il giardino della nostra casa

ha alberi morti accasciati al suolo.

Residui di indolenza, così mia madre

pensa e io – io che faccio le radici

per essere staccato, per portarmi via.

Arriveranno domani ripuliranno il giardino.

***

Presagio

Nel parchetto vicino alla futura casa

vedo alberi senza oltre in me

sto solo, in monca radice

per un gesto senza più canto

perso, perso.

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