Poesia | Jardinier di Ariel Spiegler (Gallimard)

Aggiornato il: apr 5

Oggi su Yawp Poesia presentiamo Jardinier di Ariel Spiegler (Gallimard, 2019). La nota di lettura e la traduzione sono a cura di Paolo Pitorri che sta portando avanti un progetto a lungo termine sui giovani poeti francesi da inserire in una futura antologia.


Ariel Spiegler è una poeta francese, nata nel 1986 a San Paolo. Nel gennaio 2017, ha pubblicato la sua prima raccolta con Corlevour, C’est pourquoi les jeunes filles t’aiment, che ha ricevuto, nel novembre 2017, il premio Découverte Apollinaire . A novembre 2019 pubblica Jardinier con Gallimard, nella collezione Blanche.


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Jardinier è un testo luminoso, freddo come la morte, in alcuni momenti pesante come una pietra pomice, le sue parole non affondano per scomparire, anzi rimangono a galla, chiare, ben visibili, senza paure, aperte come Gesù Cristo sulla croce, e vive come la sua resurrezione, è un’opera che consola anima e corpo da un destino che ha il volto di una malattia e di un addio.


Jardinier è un invito ad assorbire e attraversare il dolore, un dolore unico, personale che nessuno può conoscere se non chi lo ha donato. Per questo ogni poesia ha nel dolore un sapore irripetibile e singolare. L’impressione è che Ariel abbia scolpito una tomba al dolore, per metterla davanti gli occhi di tutti, come per dire: eccolo, guardatelo, è il momento che tutti dobbiamo affrontare. Da qui nasce lo stallo, il sogno, la visione, la turbolenza, l’acufene e il volo. Un insieme di dispercezioni che ci annebbiano. Il dolore diventa una melodia, un colore e un rumore da modellare.


Alcuni scenari di Jardinier infatti si confondono con il sogno, con il freddo, la nebbia, la notte. Tutto ciò rende la persona estranea, anzi più che estranea, persa. Non si comprende più la linea sottile tra sogno e realtà. Troviamo in Ariel la volontà di somigliare, o comunque di fare proprie alcune “scenografie” cristiane riportandole nella vita di tutti i giorni. Se Rimbaud è sceso nell’inferno, Ariel sembra essere rimasta sulla terra, confondendosi tra il sogno e la realtà. Questa dicotomia devia il pensiero in altre direzioni, spingendo l’asticella della fantasia e dell'immaginazione verso paesaggi ultraterreni.


La silloge ha una potente aria sacra che si respira da subito. A inizio articolo si citava Gesù non a caso, la silloge si apre infatti con l’epigrafe “Egli verrà a noi come la pioggia” dal libro di Osea che fu primo dei dodici profeti minori. L'epigrafe iniziale ci dà degli indizi interessanti. Se cerchiamo la frase utilizzata dall’autrice nel libro di Osea, vediamo che l’identità di questo Giardiniere si fa più concreta, l’epigrafe sembra veramente una frase chiave: “Egli verrà a noi come la pioggia, come la pioggia di primavera che annaffia la terra”.


Ora, mi sembra abbastanza chiaro sia la figura di Gesù e per avere delle certezze in più e per non far campare in aria questo pensiero, nella terza sezione del libro c’è un’altra epigrafe “Le prenant pour le jardinier, elle lui dit”, si tratta di quando Maria Maddalena smette di guardare l’interno della tomba e voltandosi vede Gesù, ma ancora scossa dalla sua morte, non riconosce il suo amato Maestro, lo scambia per il custode del giardino, dove si trova il sepolcro. Il dolore sembra possa essere curato solo da chi lo ha creato.


Quello di Ariel è un libro speciale, carico al punto giusto di sacralità "reale", come se le parole utilizzate siano veramente veicolate dalla parola del signore. Il più delle volte capita che le poesie dove è presente una specie di spiritualismo si attorciglino in un patetico astrattismo che fa perdere il valore sacro della poesia. Ariel, invece, è schietta, non usa fronzoli, è semplice. Non perde mai il fine, la fede, non fugge la luce, anzi affronta l’oscurità con mente e corpo. Si lascia abbandonare. Ogni poesia è una ferita, a volte profonda altre volte superficiale, altre invece solo un ricordo. È evidente la consapevolezza dell’autrice, parla a sé stessa parlando di altri, conosce bene il dolore con tutta la sua nerezza, conosce la divisione dell'anima e del corpo. Queste separazioni in Jardinier, sono molto evidenti:


«Je suis la meilleure part de toi / celle que tu écoutes le moins » o «J’ai attendu l’orage pendant un mois / mais c’était moi l’orage » oppure la poesia in cui la poeta si sveglia alle cinque del mattino e comincia a conversare con sé stessa, quasi fosse una resurrezione, uno specchiarsi e provare vergogna.


Alcune poesie fondono e confondono più significati. Ci sono più storie non solo un percorso spirituale, un dialogo con il sacro come sembra la prima parte del libro, ma anche un amore inarrivabile, intoccabile che spontaneamente verrebbe confuso con quello verso Dio, che visto in chiave “atea” è semplicemente attaccamento alla vita.


Jardinier è sicuramente un libro favoloso, spettacolare e ben riuscito. Gli ambienti di ogni poesia respirano arie mattutine, le emozioni che Ariel trasmette sono chiuse, inchiodate sulla pagina. A leggerle si ha la sensazione di stare sotto una luce al neon di qualche stanza di ospedale. La poeta riesce a creare delle bolle, dei mondi che riportano alla purezza, quella purezza facile da vedere solo perdendosi per poi ritrovarsi negli occhi dell'altro, dove non serve forzatamente consolare, ma accettare e capire.


Di seguito troverete tre poesie da Jardinier:


Ta solitude t'appelle. Sois silenciueuse, petite,

rien de plus.


Vois cette douleur, tu sais.

Est-elle seulement la tienne?


Tu t'es vouée à une blessure qui t'a menée ici, où tu ne sais pas,

avec l'obstination des saumons

à rebours des torrents,

ce que tu cherches.


La tua solitudine ti chiama.

Sii silenziosa, piccola,

niente di più.


Guarda questo dolore, sai.

È solo il tuo?


Ti sei votata a una ferita

che ti ha condotto qui, dove non sai,

con l'ostinazione dei salmoni

contro la corrente dei torrenti,

ciò che cerchi.


*


Pour Laure Garnier


Il m'a dit : « N'aie pas peur de mourir,

je suis là.

Tu deviendras un feu, un cèdre, ma danse.»

Il m'a dit : «Saute dans le vide. Je suis là.

Marche, je suis là.

Traverse.»


Per Laure Garnier


Mi ha detto: «Non aver paura di morire,

sono qui.

Diventerai un fuoco, un cedro, la mia danza.»

Mi ha detto: «Salta nel vuoto. Sono qui.

Cammina, sono qui.

Attraversa.»


*


Et ton corps là-dedans,

qui s'en va tout entier, pesant.


Excuse ma question,

peut-être que tu rêves ?


Comment cette manie a-t-elle commencé

qui ressemble tout de même à une tare,

pour tout dire à une maladie ?


L'as tu vue venir, étais-tu déjà cuite?


E il tuo corpo là dentro,

che se ne va intero, pesante.


Perdona la mia domanda, forse sogni?


Com'è iniziata questa mania

che somiglia dopotutto a un tara,

a dirla tutta a una malattia?


L'hai vista arrivare, eri già cotta?




*Copyright testi e foto di Gallimard


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