Poesia | L'umana Ferocia di Giorgio Anelli

Bestemmia, rabbia, delusione, disillusione, depressione, suicidio, inutilità della poesia, sguardo impietoso verso il mondo contemporaneo post-sessantottino… il libro di Giorgio Anelli L’umana ferocia (Kolibris, 2017) è un cioraniano “sommario di decomposizione” del mondo e dell’Italia guardata dall’angolo di visuale di chi, filtrando letterariamente lo sguardo, si proietta in una oggettivazione straniante del reale compiutamente e approfonditamente patito. Brevi quadri, che hanno un cronotopo ben preciso (la periferia milanese, sineddoche della città fin de siècle di memoria baudelairiana e naturalista a la Zola, dei giorni nostri, un luogo-non luogo in un tempo-non tempo che si articola nelle scansioni fluide della modernità liquida e deraciné) che si fanno palcoscenico di un teatro delle marionette in cui gli attanti (giovanissimi alcolisti “ragazzi di vita”, vecchie prostitute “tutte truccate e agghindate”, erotomani depressi “due dite nella figa e una mano attorno al cazzo”, poeti suicidi come Simone Cattaneo, coetaneo dell’autore e a più riprese citato nel testo) scontano la loro stilizzazione grottesca nel personaggio simbolico frutto di una riduzione a massa indistinta della soggettività (per esempio, viene ripescata la categoria del borghese).

Il linguaggio, privo di tensione lirica o metafisica, segue a ruota la riduzione categoriale dell’essere umano a tipo sociale e si rende poroso sia a una discorsività fredda e implacabile, sia a un linguaggio inclusivo (“fanculo”, “non luoghi”, “Ludiomil, Zyprexa, Gabapentin”), sia a espressioni entrate nell’uso comune. I modelli di riferimento di Anelli sono, evidentemente, i poetes maudits, Baudelaire e Verlaine in testa, con la loro carica di dissacrazione e di auto-afflizione che, per contrasto, riesce a trovare nel peccato, nell’abiezione, nella ferocia, una sorta di filogenesi umana allargata, una sorta di DNA comune che rende il singolo umano parte di una famiglia. Che si tratti di una famiglia che vive all’Inferno (il sottotitolo del libro è Poesie dall’inferno) non può che aumentare la temperatura poetica e umana; la condizione bohémien di metà Ottocento è quella che accomuna i vari personaggi dei Quadri non parigini ma milanesi, in una prospettiva scapigliata che punta a trovare, appunto, nella bestiale condizione contemporanea dei derelitti e degli ultimi un briciolo di allegria (l’epigrafe paolina “Come afflitti, eppure sempre allegri” è già un programma).

Se le prime 19 poesie (il libro non è diviso in sezioni) sono quello che si è raccontato finora, quelle successive alla poesia in doppia lingua “Gressoney” (località valdostana immersa nella natura: “Tutto grida il cuore della montagna / ed è drammatico il divino nell’umano, / è luce nella pioggia”) segnano un cambiamento di rotta mirando, stavolta in maniera lirica, a ritrovare un senso alla poesia, distogliendo lo sguardo dalla terribile città per trovare una naturalezza che, prima che luziana (il riferimento è al saggio del 1947 Naturalezza del poeta), è pre-Baudelairiana, ovvero leopardiana. Vari riferimenti, calchi espliciti o rovesciati (la luna con cui il poeta colloquia, “buia è la notte” che è calco rovesciato del “dolce e chiara è la notte e senza vento”, occhieggiamenti anche formali (la poesia “I versi del male” – chiaro adombramento del solito Baudelaire – è basata su una struttura tetrastica rimata a base settenaria) permettono di reintrodurre la vita e la sua possibilità nelle corde della poesia, e della poesia lirica, che adesso non si concentra sullo stereotipo marionettesco (a la Rilke) ma punta al cuore dell’umanità. Un tentativo, insomma, di rovesciare i termini della ferocia in quelli di una bestialità (Anelli non fa nessuno sconto alla durezza darwiniana dell’essere umano) che però è bestialità ferita, di animali messi alle strette dal mondo e dalla vita. La poesia ha perso la sua aura, è ovvio; eppure l’uomo ne ha bisogno, perché è una pratica umana (“”dove la poesia è puro movimento / è voce del verbo fare”). La ferocia si trasforma in tenerezza, le puttane diventano possibilità d’amore e di verità (per inciso, questo, come mostra de Sutter nel suo Metafisica della puttana, è retaggio baudelairiano), dietro al cemento si apre uno spiraglio di natura e, forse, allegrezza.


Nota di lettura a cura di Michele Bordoni a Giorgio Anelli, L’umana ferocia (pref. Andrea Temporelli, Kolibris, 2017)


Una vecchia prostituta tutta truccata e agghindata, ancora erotica, in un cinema di periferia a Milano, mi inebria con il suo coinvolgente profumo vecchio stampo. Vorrei tanto prenderle la mano e trascinarla nel film d’amore del quale stiamo godendo inconsapevolmente insieme


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Cosa speri di trovare tra le strade stasera disperato poeta affamato di parole? La vita. La mia e quella di altri. Ne sei sicuro? Una donna in cerca d’aiuto, forse un sogno ancora non infranto. Oppure morsi, calci e sputi? Magari un colloquio a tu per tu con Dio che mi salvi dalla barbara bestemmia. Ma se conosci più atei e disperati, che cristiani? Lasciami in pace voce nella notte, lo sai anche tu cosa c’è tra le strade stasera: donne di colore sfruttate al freddo e al gelo, ragazzini e ragazzine che si fanno di musica a tutto volume, alcol e qualche droga… Tutto il resto non si vede, eppure è peggio ancora Cosa spero di trovare tra le strade stasera? Me stesso, per contribuire anch’io con un verso immerso nel caos infame di questo mondo avverso


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Immortalità, la notte ci bestemmia addosso come l’outsider che guarda ben oltre la verità, destinato ad essere esiliato in vita e osannato dal mercato in morte: è l’umana ferocia sta tutta intorno a no

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