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Poesia | l'uomo è verticale di Sacha Piersanti

Aggiornato il: 11 dic 2019

Interessante è fuori di dubbio la raccolta poetica L'uomo è verticale di Sacha Piersanti e per due ovvi motivi – che in teoria, all'occhio comune possono apparire banali, ma agli addetti alla poesia no: per prima cosa riguardo la questione sempre aperta e a mio avviso mai risolta del post-ontologico, ossia di ciò che avviene dopo il periodo del trionfo dell'io- adesso tramontato, ecco perché post-ontologico; il secondo motivo è perché ci troviamo davanti a un poeta. Certo uno che scrive poesie non può che essere un poeta, direste, sì... ma un poeta oggi per essere definito tale deve subire il trauma del post-ontologico, di ciò che è avvenuto dopo l'età dell'industriale.


A mio avviso questi due elementi fanno della raccolta di Piersanti un'ottima prova di ciò che viviamo e sentiamo, drammaticamente estroversiamo nell'età a noi corrente. Nei versi del poeta quindi sentiamo la destituzione dell'io, una brusca caduta che costituisce la struttura del suo pensiero e dei versi, la cui colonna portante, il plinto che regge l'insieme delle cose, pare essere quel senso di rimorso.


Il concetto stesso di rimorso – che può avere un'eccezione antica o comunque evocativa- è assai determinante alla lente del lettore di poesia o del critico. L'impianto post-ontologico è dunque sostituito (intendo la caduta dell'io) da quel senso di rimorso per la tragedia avvenuta – si intende un dramma storico, che il poeta sente suo, come se certi atti li avesse commessi lui direttamente. Il rimorso quindi sostituisce l'io e la cosa inedita, ma si potrebbe dire laconica, è che non appartiene a una sola persona (cioè al poeta) ma a un noi: cioè a una collettività, un senso d'insieme altro.


In questo giro di vite emerge anche il rinnovo come una voluta mancata restaurazione dello stile classico e lo si ha con l'uso della misura e dei versi e di certe forme di poesia legate a una stagione storica della letteratura: ossia l'uso frequente del poemetto. Il poemetto che in Italia ha avuto un ruolo suo, come figlio minore, anche se tanto minore non è, del poema; ossia il legame con il sentire il sociale e il civile e da qui a cantarlo. Il poemetto è infatti utilizzato dal Pascoli – grazie alla sua riforma quasi scientifica - dal Pasolini – il cantore di Roma e non il lirico giovinetto friulano - dal Pagliarani, dal Bertolucci, dal Volponi. Tutti poeti civili. Il poemetto in Piersanti sembra giustificare due ragioni: la prima relativa a quel senso di rimorso di cui sopra – e non poteva scegliere genere migliore. In secondo luogo, ma non per importanza, per un aspetto tipico del drammaturgo. Non è un caso che il poemetto è un genere drammatico per eccellenza, figlio minore o comunque discendente dell'epica e del poema, come non è un caso che l'autore della raccolta sia anche un regista teatrale. E la lezione teatrale è presente in tutti i suoi versi. Pare infatti che quasi Piersanti scriva i versi con il corpo e con la mimica, con un po' di cipria e a sipario aperto.


In altre parole, si tratta di una raccolta fortemente anti-lirica in senso buono, mentre invece si tratta di un romanzo del dramma e della vertigine – la poesia diceva Montale è un viaggio verticale - che colpisce l'individuo dopo la tragedia. Dopo lo scotto, dopo il dramma, dopo il sangue e il lutto il senso del rimorso, della vertigine: quel sentimento del dopo che segna la fine di un'epoca e l'inizio di una nuova stagione.


nota di lettura a cura di Iuri Lombardi

Poesie tratte da Sacha Piersanti, L'uomo è verticale, Empiria, 2018


Dalla sezione Epigrafe/Epitaffio:


ESERGO

(E fossi anche solo uno, un pezzo di uno solo, a leggerti leggendo questa maschera di rabbia che la gioia indossa nella sfida a quel sovrano che annienta l’intelletto umano…)

*

TRE AVVERTENZE E UNA (QUASI-)DEDICA

I

Non chiamatelo raccolta questo libro che è una storia a ritroso verso il punto d’arrivo e di partenza per lambire lì l’essenza e vivere d’assenza.

Il modo migliore per arrivare (l’unico) è deragliare.

II

Sì, va bene, è vero ch’è il pianto il primo parlare che s’apre la vita al dolore e si chiude nel nero:

ma c’è una bellezza e non sfugge questa bellezza che sfugge nel prenderla seriamente per gioco questa vita che è niente ma è tutt’altro che poco.

III

Non traccio non vergo ma imbratto non taglio non limo ma strappo non fogli non carte ma unghie e lunette e falangi di suono.

Me ne frego della fantasia, io faccio metavita non metapoesia.

*

Quasi una dedica

(Padre, vorrei essere tuo padre per non esserci per non volerti come figlio – padre vorrei essere mio figlio per capire dove non sono figlio per conoscerci figliopadre in uno che sia armonia: nessuno. Padre vorrei essere tuo padre perché anche tu scoprissi la potenza che mi hai dato nel non essermi padre, perché tu figlio mio non voluto capissi quanto l’odio, che adesso è puro suono, mi fu padre e spinta al farmi padre d’ogni umano.)

***

Dalla sezione Lo Spreco:

Non temere. La morte è così oltre che è già qua.

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