Poesia | La bestia divina di Mario Fresa

Mario Fresa – Bestia divina

Bestia divina, edito da La scuola di Pitagora, di Mario Fresa è un lungo, scuro, profondo sogno. È “l’ombelico del sogno, il nodo inaccessibile all’analisi”, per usare le parole di Freud. Perché i confini si confondono, i contorni si sfumano, i soggetti scompaiono e si mescolano tra di loro, le parole non hanno una voce ben definita, aleggiano, le frasi restano sospese a mezz’aria.

È un linguaggio fatto di “scelte contro-intuitive” che abbandonano ogni legame di causa-conseguenza per gettarsi nel fluire confuso dell’inconscio. Le poesie di Bestia divina parlano il linguaggio pre-verbale, ancora simbolico, della coscienza, di un Sé che non è ancora riuscito a costruire delle rappresentazioni delle sensazioni che lo colpiscono.

E se il linguaggio dell’inconscio è proprio il sogno, allora anche i versi di Fresa procedono seguendo quei meccanismi di condensazione e spostamento tipici dell’attività onirica.

La poesia diventa così “estroflessione dell’inconscio”. Fresa parla di ciò che vorremmo dire a parole ma che ancora non è pronto.

Allora anche il silenzio parla, i puntini, gli spazi bianchi parlano e sono interpretabili. A volte, questo silenzio, è ancora più carico delle parole. È carico della possibilità delle frasi che potrebbero nascere. Ed è come in quei sogni in cui vorremmo parlare, e non ci riusciamo.

E come nei sogni, quello che resta e che permane è “la sensazione”. Il sentimento puro.

Di cosa parla allora Bestia divina? Dell’intrattabile, potremmo dire. Di ciò che non ha parola, che non può essere descritto, o che non conosce una forma codificata e regolamentata per essere detto.

I versi creano nel loro susseguirsi e intrecciarsi immagini sconnesse, a focalizzazione mobile, in un continuo cambiamento di soggetto-oggetto. Le figure sono immerse in un’atmosfera confusa e rarefatta. A prima vista potrebbe sembrare spiazzante, quasi una lettura fastidiosa. Ma, come nei sogni, quando ci si abitua, ci si lascia trasportare; diventa piacevole abbandonarsi e mollare la presa della logica razionale.

Non ci sono vere e proprie coordinate spazio temporali, né linguistiche o sintattiche a darci degli indizi. È materiale libero che può essere interpretato da ognuno di noi sulla base delle proprie esperienze.

Gli oggetti diventano i loro attributi in un un movimento di unione e condensazione. “il giornale morte”, “il marito condimento”, “il cinema odore”, “il corpo- trasloco”.

Quello di Bestia divina è un mondo popolato da personaggi indistinti, figure arcaiche, il padre, la madre, e nomi propri che non hanno un volto o un corpo materiale. Sono il corpo che si fa pensiero, immaginazione.

È una poesia che racconta piccole storie senza inizio né fine, spaccati onirici in medias res.

I versi di Fresa sono da leggere “a sentimento”. Bisogna lasciarsi investire dalla sensazione visiva, dall’esperienza fisiologica trasmessa senza cercare di concettualizzare e intellettualizzare troppo.

Sono sempre presenti il dolore e i fantasmi, il divorare, il mangiare, la sofferenza. Il sonno, il risveglio, il sogno che arriva sempre a metà, sempre in bilico nel dormiveglia.

Il tempo si dilata, tutto subisce piccole metamorfosi. Il colloquio diventa un “insetto male”, il corpo diventa “spettro e bicchiere”, le forme sono fluide e in continuo mutamento.

Ed è bello, durante la lettura, lasciarsi andare e trasformarsi insieme alle immagini evocate da Fresa.

Conversazione

A quanto pare, la chiama sua madre stamattina,

e lei se ne sta zitta, dal pomeriggio in su.

Ed ecco il giornale morte, invece.

Racconta che le sale questo nome dalla gola:

si apre un’identità che macina una specie

di monito serpente.

Se ne sta ferma, allora, senza una sedia ossigeno

che possa farle quadrare i conti.

Solo a fatica parla. E si distacca da sé.

Ai domestici ho lasciato i miei primi 14 chili

e la foto riuscita solo per un insetto;

dall’altro, c’è una Leica sempre in vista:

topi e famigliari più telescopio da consiglio

di sventura. Partì da solo.

I chili restano ancora sulla tinta irreparabile

del mondo da capello: Anthony giù, con la foto

avventuriera che pensava giusto a te:

serraglio di caffè, ansia o bollendo te,

fossa da inchino; una schiacciata

umanità.

(P.20)

Il marito condimento

Si dimostra d’accordo quando gli viene

dato un insistente cinema odore.

Non si può lasciarla andare ma

la vede precipitarsi, a dir poco,

in un sonno macellaio.

Chi l’ha capito? Si aprono i congiuntivi della testa,

sì da farmi cadere nella fretta somiglianza.

I piedi uguali al resto. Albicocche e pagelle.

Anzi un solo compenso pediatra,

come il mostro di un corpo vivo

che ha perduto la speranza di restare...

Allora, non entrò. Né vide spina mortale ma

un architetto dalla solita bocca più che longeva,

né mangiare né facchino;

e Agnese è colma di sale e fa un incendio

di severità. Ma quanto terrore sta

nel tuo infinito corpo-trasloco?

(P.22)

Giustizia

I domestici, vedi, hanno gambe

di morti. Le mosche

si aprono all’orecchio; portami via.

Anzi si spacca sul vetro fino, diresti,

a non essere più.

Resti alla luce di questo corpo d’attesa.

È questo il labbro senza chiavi,

il soffio della serra che le confonde dentro?

E poi c’è questo sicario che parla

proprio come me,

che ha il nome uguale al mio...

Questa storia mi mangia, mettiamo,

con una cottura fine, messa da oggi nella lista

universale della spesa.

E mi fa quasi mostro, solo a guardarla in due.

Come farla finita.

Il giornale, perciò, mette lo sguardo su di

lui, per timidezza o nell’intento di qualche

panico serale. Pretende, che guaio, una risposta;

lingua di cane che si restringe fino a qui.

Lo ricorda perfino il medico,

scuotendo la sua coda: non può mica migliorare.

Lo vedo infatti allo specchio più disastro

di prima; mentre, con le sue mosse strane,

si taglia fuori da tutto l’alfabeto,

con l’aiuto di uno sparo.

(P.26)

Metamorfosi e destino

Lì, mano cocciuta e parola divorata,

vede Goffredo tutto disteso qui.

Le salta il muso nel suo bagno preferito,

e soffre appunto da pesciolino

che si muove in una vasca piccola, invertita.

La buona notte è degli altri e mica tua;

e invece sarà solo degli spettri di Paola,

caduta per le scale della Patria;

“Mi sono sposato l’altro giorno

e sono diventato una persona a Roma.

.......

.....

...

Il suo corpo e la faccia, soprattutto, chiede

a volte un ritorno di diluvio. Se voi sapeste.

(P.29)

Premi e castighi

I.

Avete visto com’è spettro e bicchiere, questo corpo?

Quando la noti, si fa destino intero;

viaggio di lingua e orrendo viso di terrore.

Il nostro colloquio s’apre come un insetto male

che ad ogni dolce notizia spara, dalla ringhiera,

[in due;

s’ingoia proprio tutto, stomaco e sogno:

fino al cervello celeste, possessivo.

*

Si soffre quasi di respiro televisore.

Poi dentro vi guardo te,

lucente cura;

forse al posto di tutto il corpo.

2.

La soffio bene e la detesto.

Come sarà per sempre, se una volta

ogni mezz’ora cade e poi rivede

il tarlo della mano che diluvia

senza fine?

Le carte s’aprono segrete sull’emicrania. Peggioro bene.

Era più vuoto e sosteneva, infine, di essere almeno

un guaio di giornata: uno che ha sempre, con sé,

mobili antichi e fame. La solitudine giura che

non è bello ma piuttosto

se ne andava, a nome bianca o Sara, con una certa

severa vitalità. Anzi, una sera. Fu come un cane breve

da dimostranti: e spesso, proprio da qui, tra

le pareti inganno, mostrami a dito queste carte

da risposta gentile:

mostrami te; cane di vanità. Sorpresa della morte.

(P.34)



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