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Poesia| La crepa madre di Carlo Tosetti

Tosetti: il Pascoli della Lombardia


Un lavoro particolare, sicuramente che odora d’antico, la nuova raccolta di Carlo Tosetti La crepa madre (Pietre Vive Edizioni, 2020).


Si tratta di un romanzo in versi alla Bertolucci e che ha forti echi pascoliani a cominciare dal gioco doloroso delle vicissitudini e dall’accettazione della sofferenza. Di un dolore felice che allestisce un universo di personaggi, di storie, di dinamiche sino al momento del crollo e quindi della sparizione di quel mondo che Tosetti ci presenta.


Il poema che già di per sé è un genere arduo riproporlo oggi, si compone in IX capitoli o in quadri (volendo assoggettare il lavoro a un discorso diegetico) che formulano la trama del romanzo come fosse uno sceneggiato per versi. Infatti, a mio avviso, se il primo atto La casa ci introduce a conoscere il nido dei nonni paterni, nello specifico della nonna, già in questo episodio che è di fatto propedeutico ai fini della trama, si delinea quell’universo di possibilità e probabilmente di occasioni perdute della lanterna magica,il secondo canto è in grado di introdurci nella storia.


Tuttavia, ciò che stupisce è l’aver scelto l’uso del poema e non del poemetto (molto più moderno) che ci induce a riflettere su come Tosetti abbia operato in questa occasione. Non mi sento quindi di sbilanciarmi molto nel riferire la trama in quanto essendo un’opera narrativa – se pur in versi- è bene che il lettore interagisca da solo con la pagina e che non gli sia precluso l’effetto della sorpresa.


L’utilizzo del poema allinea, nel solco della tradizione poetica, Tosetti a Bertolucci con la querelle del romanzo in versi, anche se si avvicina per la forma e non nella sostanza. Mi spiego meglio.


Se per quanto concerne la struttura può ricordare il Bertolucci de La camera da letto, nell’insieme della storia, della dinamica in sé si allontana. I fatti narrati nei settenari del poema alludono a mio avviso non a un intimismo tout court quanto a un intimismo mistico ed emotivo che ricorda il Pascoli dei Primi poemetti e dei Canti di Castelvecchio.


Come il poeta romagnolo Tosetti ha la capacità di presentarci la tragedia, il dramma sfociato in qualcosa di irreparabile, in modo mistico e sublime; di ricreare un mondo, un universo che ruota attorno al soggetto del fatto sviluppando così uno status quo di non ritorno. Come Pascoli sa sviscerare le sfumature, Carlo sviluppa una sensibilità peculiare nei sensi dall’odorato a l’uditivo sino a epifanizzare eventi e situazioni.


Tosetti nella nuova raccolta è infatti un fanciullino e il paese pare essere ridisegnato dalla sua sensibilità; il poeta fa del borgo un qualcosa di altro, gioca la sua possibilità in una dimensione mnemonica e così il piccolo centro lombardo diventa una sorta di Castelvecchio, il luogo prescelto non solo per una questione legata agli affetti ma di osservazione delle cose: la casa del nido e poi la sua sparizione.


Il nostro Carlo quindi veste i panni di un geografo interiore che non fa altro che confondere le acque per ripristinare una certa calma; inventa e sovrappone al mondo reale, al contesto del contado comasco, il proprio universo. E in virtù di questo sarebbe persino capace di portare il mare in Lombardia, un mare interno, un viaggio vertiginoso come quello del fiorentino Giorgio Saviane.


E proprio come Pascoli alla tragedia (la crepa in questo caso) viene relegato una posizione di simbiosi con il creato da lui edificato. Il Tosetti del poema non si sottrae alla storia e al suo destino segnato; si spalanca con fiducia al dolore e all’impatto, come sa ascoltare anche il silenzio del dopo. Quanto sto dicendo è chiaro nelle sezioni La distruzione e Crepa madre, i capitoli centrale del romanzo che segnano la distruzione del nido(la casa in oggetto della storia che è quella della famiglia che vive accanto alla casa dei nonni), la dispersione degli affetti e l’essere da parte di Carlo il protagonista. Ecco allora che la crepa non solo diventa l’ente del disastro ma è quella traccia, quel dissesto che lacera l’universo per poi trasformarlo, come fosse il naufrago ungarettiano.


Una cosa deve essere chiara: il protagonista è un fanciullino e la tragedia quindi è comunque osservata e vissuta, per non dire fronteggiata dal bambino, mediante la lente della lanterna magica. Il mondo, anche se sofferente, è per il piccolo una bottega dove si crea il mondo, la fucina da dove germogliano possibilità reali e invenzione. Ecco allora che il tono pascoliano si fa ancora più acuto, perché se in un primo momento veniva impiegato come un alibi per il bambino del poema, adesso è un movente per un delitto perfetto.


E lo sappiamo, come diceva anche Fabrizio De Andrè traducendo George Brasses «Qualche assassinio senza pretese/lo abbiamo anche noi in paese»: perché? – per il semplice e adesso inequivocabile fatto che il poeta, protagonista della vicenda, come inventa i fatti che vive così inventa il delitto e l’offesa: propone a un paese nascosto tra il sonno delle campagne comasche la traccia sanguinante di un delitto.


La tragedia, la crepa che spalanca gli inferi il paese a due passi dal lago e perso nel verde cinerino dell’entroterra contadino che a tratti ricorda la fotografia del cinema di Ermanno Olmi, è forse inventata dal bambino stesso ma per quale motivo? Non certo per un bisogno di catarsi aristotelica, non per sfidare la sorte da eroe o riconoscersi nel male, ma semplicemente perché come la Castelvecchio pascoliana Erba è la lanterna magica entro la quale essa stessa fa succedere di tutto e senza interferenze.


Altro aspetto su cui vorrei riflettere è certamente del perché abbia utilizzato il poema che però non si può considerare epico per questioni di metrica e soffermarmi proprio sulla questione sillabica.


Partiamo dal primo punto che secondo me la scelta è ovvia anche se importante e coraggiosa per i tempi: non poteva consumarsi una tragedia in uno spazio limite, quindi Tosetti ha optato per un genere (anche se non attuale) che gli consentisse di sviluppare una intera azione, una favola omicida per la costruzione di un proprio universo affettivo.


In secondo luogo ciò che mi sorprende è la metrica; l’uso dei settenari fa sì che il romanzo in versi, il poema freni questa sua vocazione epica per rimanere arroccato a una linea lirica. Anche in questa esperienza Carlo va considerato un lirico e non certo un poeta brechtiano in senso epico del termine. In opposto all’epica il lirismo non pone le distanze tra l’evento e chi lo subisce (in questo caso il lettore) ma incalza il discorso, crea un’armonia di sensi, addolcisce la goccia di cicuta giornaliera.


Non ci resta quindi che darsi alla lettura e lasciarci sedurre dalle corde pizzicate della sua lira.

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