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Poesia | La terra originale di Eleonora Rimolo

Aggiornato il: 11 dic 2019

«La qualità che più sorprende nella giovanissima Eleonora Rimolo è la fermezza della tessitura stilistica: la precisione del suo andare a capo, l’equilibrio finissimo delle soluzioni metrico-sintattiche. Ogni sequenza, nella densa brevità del suo procedere, si risolve in un unico strutturatissimo movimento, in cui brevi sintagmi si annodano entro una trama di riprese e di variazioni per via di scarti, scatti improvvisi, ricongiungimenti. La sensazione è che ogni incipit richieda una sua conclusione imminente, necessaria, febbrilmente invocata fin dal suo porsi, ma anche che ogni conclusione ingiunga con altrettanta urgenza un nuovo ricominciamento. In una poesia che pare ubbidire esclusivamente ai moti del desiderio, sempre sul punto di perdersi in correnti inaudite, in figure dai forti contrasti, soccorre ogni volta il senso di una misura fortemente perseguita, forse proprio come argine all’incursione concitata dei pensieri e delle immagini [...]»,


dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia a Eleonora Rimolo, La terra originale, collana Gialla, Lieto Colle, 2018


Dalla sezione Viaggi:


Ci hanno detto di uscire il meno possibile, solamente se urgente: polveri sottili, smog, troppe sirene moleste. Mi difendo così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi che non avrei incontrato. Trascorro i giorni della malattia respirando la stessa aria di sempre, osservo la sua caparbietà la comparo alla mia penso a chi andrà via per prima. Intanto la plastica fonde cerca asilo nei polmoni dei superstiti, con la pioggia non si può deglutire, brucia l’ipotesi della resistenza, acre carità.

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Sono cresciuti insieme a te i miei capelli, io meno. Ancora sono tentata dallo svanire se ogni giorno scavo un lembo di pensiero e mi riduco a un liquido vischioso, irriflessivo, che non lascio bere a nessuno. Potremmo davvero esserci tutti senza nient’altro -solo nutrirsi ogni tanto - umane necessità. Cosa riempirebbe allora le coscienze, quale commento, quante penose idee.

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I maestri insegnano in silenzio quando la sera viola svuotata rincorre tra le nuvole lo spazio sporco delle rotaie e dietro siede il nemico, ed io prego che resti per riscrivere le lezioni perdute, per il lupo che divora in tutte le direzioni raggiunto dalla fame, perseguitato dalla pulce, sconfitto da un timido sonno straniero.

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Sul delta della tua mano dove il sole è malato, fiorito cadavere, in punta di piedi ti chiedo come perdutamente aggiungi amore alla sottrazione, perché non inchiodi la penna alla cornice mentre inghiottiti dai dubbi pensiamo alla fatica come condanna e la sfinge pretende una soluzione, uno sforzo che mai si cheta e ci divide, strappando dal tuo occhio con morsi insaziati il vizio di brillare.

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Dalla sezione La Notte più Lunga dell'Anno:

Ascolti disteso il respiro del vento finché non ritorna l'insonnia del giorno e l'indifferenza del gallo, del cacciatore smarrito al tramonto. Andremo via così senza cose, non ci muoveremo di un passo: ogni tua rosa sta già per marcire.