• Antonio Merola

Poesia | La vita in più di Daniele Pietrini

Aggiornato il: 14 dic 2019

«Fu per lui e pochi altri che sette anni fa proposi a Nicola Crocetti la rubrica di inediti “Cantiere” che, proprio in questo settembre 2016, ho deciso di interrompere nella sua cadenza mensile, perché la poesia “fisicamente insopportabile” come quella di Daniele Pietrini è rara, se non rarissima. Sotto morfina, negli ultimi mesi, Daniele ha scritto un’opera lucida e coraggiosissima sulla propria fine, che sapeva imminente e dalla quale è stato purtroppo raggiunto, sempre in questo settembre [2016], mentre noi preparavamo queste note. Un cerchio si è misteriosamente chiuso. Eppure, Daniele scrive: “do disposizione / che in quell’istante ogni uscio resti aperto”[…] La direzione della poesia di Pietrini è infatti tutta, coerentemente, verso il fuori di sé, è la direzione di uno sguardo che parte da terra (“Guardare in su non mi salva: mi crea”) e circola in direzione dell’umano: “il nulla diviene qualcosa / grazie alla tua attenzione”».

dalla prefazione di Maria Grazia Calandrone a Daniele Pietrini, La vita in più, LietoColle, 2017


Dalla sezione Eterno per la Terra:


Da un po’ di tempo, qualcuno bussa alle mie mani. La spiegazione c’è: danno neurologico da chemio. Battevano, il piede, la mano - ora visite hanno fragorose. Chi cerca chi? Mi sporgo, guardo in giro. A tutte le ore. Invisibile è l’ospite.


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Dalla sezione Duplicati sensibili:


Alba, vista di spalle a un’altra alba: la casa, tremante, dilatata verso oriente - accostandoti a una finestra, bisbigli ovunque - sguardi luminosi, apnee. Con un guardiano hai passato la notte: cosa ti spiegò, lo intendi ora.


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Dalla sezione Borghi limitrofi:


Fa rima il corpo, con le emozioni. Tra un pensiero e l’altro, stilla. In esso, un punto dove tu avverti la rotazione terrestre - emozione del mondo. Terra lieve brivido del Sole, il nulla diviene qualcosa grazie alla tua attenzione: sei una metà.


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Dalla sezione Morfina:


Premuto, esisto. La casa spinge sulle fondamenta, l’uomo sulla vista: il sole, fino a sgusciare via. Premere la fronte, l’aria, il cielo, alzando gli occhi. Anche la parola, schiaccio, sino a farne luce. Guardo a destra premuto da quanto mi sta a sinistra. Non so quale vertigine: l’estate, forse, la massa di luce trascorsa - il riposo di tutte le macchine del mondo. Oppure di nuovo il Fallo, albero maestro, il suo stormire all’altezza del cuore.


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Do disposizione che in quell’istante ogni uscio resti aperto. Il tetto non lo posso scoperchiare, ma ogni notte ha preso le misure alla mia voluttà: amico fidato. Tralascio il resto: finestre, solai; vengo al sodo. Un capezzolo mi pungerà in fronte, passerà sulle labbra. Io, in mille pezzi. Lo so, perché sta accadendo ora. Aurea trave: sarà pure allora “il qui e ora”.

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