Poesia | Nei giorni per versi di Anna Maria Curci

Scegliere di scrivere centosettantatré quartine di endecasillabi è senza dubbio una scelta ardita e importante. È la scelta della poetessa Anna Maria Curci, nella sua ultima raccolta poetica, Nei giorni per versi, edita da Arcipelago itaca (2019).


Perché dico che si tratta di una scelta ardita e importante? Perché una forma così conclusa, così tanto utilizzata in passato, può sembrare un anacronismo, può sembrare quasi inattuale in un momento storico e letterario in cui si dà spazio alla forma aperta, alla voce libera e fluida. Le quartine di endecasillabi sono rigorose, non lasciano scampo, vanno rispettate. Inquadrano e sono inquadrate. Accolgono il vissuto e il sentito modificandolo, accomodandolo, contorcendolo.

Eppure l’effetto della lettura delle poesie della Curci non è né anacronistico né straniante.

È chiaro che la quartina di endecasillabi per la poetessa è sia forma che contenuto. La forma del verso è anche il contenuto del verso. È il mezzo che accoglie il materiale, che modella il materiale, e che diventa il materiale stesso.

È un’imposizione di ri-elaborazione, pausa, distacco, riflessione.


La poesia della Curci non è una poesia immediata, né nella lettura, né nella scrittura. Dai suoi versi emergono un lavoro di cesellatura, una lunga ricerca, un lungo rimodellamento del vissuto.

Tutto ciò che è sulla pagina non vi è caduto di getto, ma è stato elaborato e ri-elaborato. L’effetto di immediatezza è ottenuto grazie all’attenta scelta lessicale e alla cura rivolta alla creazione del verso. Ed è proprio questa cura, che è cura della parola, cura che porta alla crescita, all’aumento di potenza del sentito, a rendere la profondità del componimento.

Curci scava, a tutti i livelli. Non le basta la prima impressione. Vuole lasciar decantare il brivido per restituirlo ancora più forte. In uno scavo quasi ossessivo, testardo e cocciuto, la poetessa non si arresta: in se stessa, nella poesia, nella tradizione, nell’extratestualità, nella parola, nel verso, nella quartina.


Così il personale e l’autobiografico non risuonano semplicemente in superficie come registrazione immediata dell’avvenuto. L’analisi, la pazienza, l’ostinazione, l’attesa, portano la parola ad un livello superiore. Ed ecco che l’esperienza dell’Io diventa l’esperienza universale. Non è forse questo, dai tempi degli antichi, l’obiettivo della Poesia? Rendere l’universale attraverso il particolare?

Curci si iscrive così in una tradizione millenaria, rielaborandola e rendendola attuale.


L’esperienza umana ha uno spettro relativamente limitato di eventi: amore, gioia, dolore, morte, tristezza, felicità, nascita, gelosia. Quello che cambia è il modo di declinare, di volta in volta, il tema.

Attingendo all’esperienza personale, che diventa l’esperienza di tutti, Curci regala insegnamenti senza aria di superiorità o saccenza.


A volte, nel suo stringersi e costringersi, il verso si fa quasi criptico, richiedendo una seconda o una terza lettura. Ma è giusto che sia così. Al grande lavoro della poetessa, il grande lavoro di interpretazione e decifrazione del lettore.

Curci seziona, analizza, smonta e rimonta. A noi lo stesso compito con le sue parole.


IV


Hai diviso, sezionato, riposto,

glossato e modulato con l’artrosi.

Sui piedi e le misure le escrescenze

si spingono, arrendevole reclamo.


(P.18)


XII


A scrivere si va, furiosamente,

col contagocce o piena senza presa.

Senza pudore scimmiotta il lenzuolo

l’ardire di coperta rimboccata.


(P.22)


XXXI


Se tu, mio cuore, sei connesso altrove,

se chiami canto strida di cornacchie,

si separa lo sguardo e scorre mano

con carezza sottile su altre rime.


(P.32)


LXVIII


Spezzetti e ricomponi la mia angoscia

(compagno mio, non ti ho riconosciuto).

Mi dicono, sei angelo che allevia,

ma pesa il tuo respiro alla mia veglia.


(P.53)


XCV


Quando accediamo, gli occhi dilaniati,

alla stanza che ripara il mistero,

è già tutto perduto. Lo sapeva

il reduce dall’eterna penombra.


(P.67)


CIV


Eppure tu mi dispiegavi carte

che io mi ostinavo a non capire.

Ora, le spalle curve senza scopo,

simulo a vuoto prove di espiazione.


(P.71)




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