• Antonio Merola

Poesia | Nel suo nome di Victor Attilio Campagna

Aggiornato il: 26 dic 2019

Di che cosa Dio sia la metafora in questa raccolta, non ho modo di anticiparlo. Forse, le cose potrebbero anche mettersi così: Dio non sarebbe altro che la metafora di Dio. Credo però che sia meglio tenerci per buono il solo significante: in quanto tale, il sostantivo funzionerebbe come riempitivo. Ma sarebbe allo stesso tempo un significante agente: Nel suo nome è il titolo della raccolta d'esordio di Victor Attilio Campagna, in uscita per Ensemble. E di qui la domanda: nel nome di chi? Nella raccolta infatti, sebbene qui abbiamo deciso di svuotarlo di un proprio significato, Dio sembra essere il grande assente.


C'è allora un'ansia che pervade il nostro autore: Campagna vuole fare i conti con questa assenza, cercandone il rimpiazzo umano. Ecco perché la distanza immediata dalla religione canonizzata: nella prima poesia proposta, attraverso la narrazione di un episodio (biografico?), l'io bambino ne riflette la manchevolezza dell'umano. E che sia bambino, è importante: perché abbiamo a che fare con un io privo di esperienza nell'atto di una scoperta, che contrasta con quanto invece gli è stato impartito e che aveva preso per buono in nuce.


Dicevamo che ora l'io adulto è alla ricerca di un rimpiazzo. Per farlo, non c'è cosa migliore di rivolgersi alla creazione e, di qui, alla poesia. Dio infatti è decaduto per una summa di esperienze: la magia suscitata da ciò che è inspiegabile è stata via via sostituita dallo spiegato della scienza, la vera antagonista di questa raccolta, che ritroviamo lungo l'intero testo come fosse una speciale ansia generazionale. Poco importa che l'autore ora abbia con sé un bagaglio di significati: la magia si è spenta con la spiegazione esatta.


In questo spazio sottile, avviene il gioco di Campagna: creare. La creazione poetica sovvertirebbe cioè l'elemento magico della scoperta, creando ex novo, senza tralasciare l'ausilio dell'esperienza, intesa come lingua. Ma la poesia Nel nome sacro di Dio, chi sono le cicale avanza subito un nuovo problema: se la lingua è una esperienza, non è sicuro che questa sia universale: Campagna sembra risvegliare l'ipotesi Sapir-Whorf, secondo cui ciascuno pensa nella propria lingua di appartenenza, dove il pensare coinvolge non solo la forma, ma l'intero immaginario del parlante. La fa banale, solo per renderci l'idea: il versificare italiano sarebbe tanto colmo di aggettivi, quanto quello inglese di parolacce, e così via. .


Giacché però l'ipotesi Sapir-Whorf per ora è solo una ipotesi, perché non cercare lo scarto? La poesia successiva, si aggrappa dunque alla parolaccia. Ma non funziona: la scena è quella di un poeta tutto dedito alla creazione meccanica; un venditore di rime che è rimasto domato, invece di dominarla, dalla tecnica. E una poesia meccanica può perfino permettersi di cantare la scienza senza apparire incoerente arrivati a questo punto del testo, come nella poesia successiva.


Campagna a dire il vero ci si arrovella per molte poesie, sul perché lo scarto non abbia funzionato. Ma qui arriva la parte più alta (per lui) della raccolta: il problema era avere considerato la parola come esperienza della creazione. Questa infatti si situa altrove... e cioè nell'immagine: l'uomo pensa per immagini, che traduce in parole. L'ipotesi Sapir-Whorf potrebbe allora presentarsi in questa nuova maniera: l'incomunicabilità sarebbe situata nella traduzione dell'immagine, questa sì affidata alla parola.


Seguiamo il poeta, nell'ultima poesia: «Prendete queste parole: io sono triste». In un articolo pubblicato su Carmilla, sostenevo che l'uomo del nuovo millennio viva di un individualismo mancato. Questo perché ciò che egli sente, gli è già dato con la parola: se l'uomo primitivo infatti provava una emozione, non sapeva di stare provando la gioia o la tristezza, ma si limitava a sentirla. Con il tempo, gli uomini hanno definito una emozione che credevano comune chiamandola gioia o tristezza. Ma l'uomo del nuovo millennio è rimasto intrappolato nella definizione: se egli oggi sente qualcosa, questa è già nominata per lui. E se anche la poesia è una parola, una traduzione dell'immagine o del sentire, Campagna arriva a una conclusione drastica: la poesia, proprio come la religione canonizzata con cui abbiamo cominciato, non ha niente a che fare con l'esperienza diretta dell'umano. E allora che cosa fare per trovare il rimpiazzo tanto agognato? Cercare di andare oltre alle parole, sentire con: provare pietà... o empatia. Lasciare che nella vita di tutti i giorni la creazione altrui sia anche nostra, prima di nominarla. 


Nota di lettura a cura di Antonio Merola a Victor Attilio Campagna, Nel suo nome, Ensemble, 2019



Da bimbo fui portato da una prelata alla sala docce, un lungo corridoio buio, color rubino, forse ametista -ricordo solo un chiaroscuro- davanti ebbi l’occasione di passare per una sala bagno femminile dove ragazze nude di cui ignoravo il significato, s’imbarazzavano constatando la presenza di un bimbo tra loro.


Ero talmente stranito che scivolai sulla pozza del loro bagnarsi, cadendo di culo e lasciando la presa della suora che quasi mi strattonava, per fare più in fretta. Lei, scandalizzata, mi rialzò e riprese per mano. Sento ancora le risa sguaiate: ridevano di me, bimbo grassoccio e triste, conscio che l’imbarazzo si era capovolto.


Oggi sospetto che il loro corpo sia come quello di tutte le altre e che il loro istinto di comunanza non si sia mai realizzato. In un ambiente di chiesa si può avere il sospetto che il loro nudo fosse occasione per un tìaso, un eremo di educazione alla vita.


*


Nel nome sacro di Dio, chi sono le cicale, chi le fisarmoniche? Non suona niente. Non suona niente; carissimi miei, dove siete? Io sono ridotto alla patina che ero, per questo m’è presa la scrittura, non un’esigenza, ma una finzione.


Chi giudicherà il mio cammino se non il nulla?


Il frontespizio non m’entra in tasca e di quando in quando sento cascare giù la sottana di un marasma politico.


Una pletora di aggettivi è l’unica ragione per cui l’italiano sprizza di versi e non tanto di sconcezze prosastiche; per queste useremo l’inglese nel dirci suadenti parole, promettenti bimbi coltivati, frantumi di ossa guarite e qualche sclerotico che cammina.


A che serve la lingua?


È proprio nell’esattezza di questa parola che sta lo sconvolgimento della poesia, ma non credo possa capovolgere una situazione in cui siamo capriole in atto, un versante contrario, nel momento proprio del rovescio, rovesciare, rovesciare il rovesciato. E di qui il rovesciabile.


*


Posso spuntare la casellina e stemperare il colore della finestra, abbassare le tendine, schifando la gente del passato inquadrando un fatturato mensile non tanto dissimile dalla lite ch’ebbi con un coglione appena passato dalle rive di questa rima spezzata, dove scolpivo statue di marzapane prima di accorgermi del pane appena sfornato da zia Gerba e… merda, ho finito le rime.


[Dlin-dlon]


Il verso riprenderà tra cinque minuti. State pure comodi, non alzatevi, saremo noi a venire da voi.


*


Le catecolamine circolano per il pelago, arrancando lente lente, fragili, provate, circolano scardinando le varie valvole (sporadiche membrane). Ticchettano poi le gocciole di sangue, ticchettano e suonano a ritmo di preghiera, mormorano di notte l’oriente stretto, si riflettono dentro lo specchio, inavvolgibili speranze dettate dall’urlo di un nano.


Questa cintura stronca ancora la mano morta sotto il culo.


Di nubi pitosfòriche non se ne può più, né di onagri: la lingua non sta nella precisione; è l’errore che sporca la porta di sangue a salvare le filippiche dei poeti. Siamo pochi ormai e il nostro suono, il passo trapestante, diretto alle fionde delle cloache, spergiura e riduce a polvere la morte.


*



© Roberta Villa (Rorò)

Prendete queste parole: io sono triste. In questi luoghi comuni sta una fetta enorme della contemporaneità: trovatemi in un canto di terra le anime che condividono questa sensazione e fatene un bel sacchetto, impilatelo quindi, poi scortate le vostre sensazioni su quei volti, date loro magari qualche grammo di felicità, qualche altro di armonia, cantategli la nenia dell’impiccato e chiedetegli se vogliono o meno morire. Alla loro risposta corrisponderà un bacio e da queste premesse inizierà la pietà.

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