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  • Alfonso Canale

Poesia | Ordalia. Trentatré liriche di rinascita di Valerio Carbone


«L’ordalia era una pratica giuridica utilizzata dai popoli barbarici durante tutto il Medioevo, secondo la quale l’innocenza o la colpevolezza dell’accusato dovevano essere determinate sottoponendolo a una prova fisica dolorosa o a un duello. La determinazione dell’innocenza o della colpevolezza derivava infatti dal completamento della prova senza subire danni (o dalla rapida guarigione delle lesioni riportate) oppure dalla vittoria nel duello. L’ordalia era quindi un iudicium Dei: una procedura basata sulla premessa che Dio avrebbe aiutato l’innocente, in caso lo fosse davvero (molto in voga fu, per esempio, l’ordalia contro le streghe). Questa pratica andò progressivamente sostituendo, in tutta l’Europa rimasta orfana dell’Impero, la giurisprudenza romana: l’ordalia s’inseriva dunque in un contesto essenzialmente feudale, impregnato di simbologie magico-religiose e prevedeva un rapporto privato tra vittima e presunto colpevole. Il giudizio veniva formulato da un magistrato imparziale, che si affidava a un giudizio divino materializzato in prove che il presunto colpevole doveva affrontare o sopportare: torture, duelli e giuramenti solenni. E Dio giudicava, naturalmente, come previsto dai dogmi: non potevano sorgere dubbi sul controllo e la manipolazione da parte dell’uomo della sua forza misteriosa e sovrannaturale».


dalla prefazione di Fabrizia Olimpia Ranelletti a Valerio Carbone, Ordalia. Trentatré liriche di rinascita, Prospero Editore, 2017

IV.

Ascolto il mondo da una ferita aperta lo faccio entrare capisco le meraviglie e un tempo perduto. Piango, voglio piangere solamente mentre vivo e sento il mio dolore.

Senza bisogno di scappare da niente da nessuno. Senza più paura di avere paura.


***

XXII.

Il bianco del foglio accoglie ogni altro colore assenza di segni diranno i saccenti scherzetto in minore.

Non sei troppo grande per questi artifici? Non è solo smania di farti vedere? La smetti piuttosto di essere greve, che vuoi dimostrare? Se citi Prévert, se fingi Pavese, non puoi solo scrivere lettere amare impara a essere meno esemplare comincia a contare.

Ci piaci di più se vai a lavorare se smetti di fare il grande cantore di ridicoli e loffi esercizi di stile.

Un retore stanco, un prete mancato perché non ritorni a giocare coi fogli, perché non riprovi a usare l’inchiostro per altri prodigi?

Su, scrivi romanzi, racconta di mondi: non sei capace di dipingere l’assenza dei segni e non sai che c’importa del troppo dolore.

D’accordo continua con questo squallore rimescola ancora parole finzione che non ci crediamo che stai così male cos’altro vuoi dire?

Il bianco del foglio è il mio canto per te il resto è soltanto un tentativo di usare dei segni d’inchiostro per fingermi vivo

per fingermi vivo per fingermi vivo per fingermi vivo.


***

XX.

Calypso soltanto conserva il ricordo tormento dell’uomo più furbo gettato dal mare ferito salvato portato dal dio così dolce e paterno, incapace d’amare. Curato in una grotta profonda entrato nel tuo stanco giardino di fata rivisto partire migrare su una zattera di lacrime e legna.

Hai strappato le croste dai suoi polsi robusti lavato il suo sangue dalle gambe malconce per tornare a correre insieme, speravi, magari... È la tua solitudine d’oro imposta da un dio forse per gioco beveva vino prezioso da un calice immortale. Ora canti, Calypso, piangi ragioni e a volte sorridi nelle prigioni di sale e ninfee; l’aedo racconta che sei pronta a consolare nuovi uomini stanchi.

Innamorata, Nereide, sempre ammaliata per sempre rapita nascondi ogni ferita che ti ha reso immortale. Li hai visti parlare raccontare tutti tutti quanti russare ingoiare sputare. Anche lui è partito come chiunque, senza memoria, l’uomo più astuto la seduzione forse infantile che ancora sapeva bagnare il tuo ventre come labelia sprezzante nella fiumana.

Prendo l’orsetto riprenditi il libro e quegli appunti il sasso di spiaggia a forma di naso la maglietta regalo la foto sul mare la rima distale che canta il poeta, l’unica che abbia ancora un sapore: l’amore col cuore, l’amore per caso, il resto che schifo è tutto mortale! Rivoglio quel quadro, il fiore essiccato, è tua la collana comprata insieme, ricorda ogni cosa lascia la casa non ti scordare nel mio bagno spazzolino cipria rossetto riprenditi tutto dimentica il tempo.

Custodirò per entrambi il senso e questo nostro racconto. Calypso, soltanto conserva il ricordo.


***

XXI.

Tutto questo sesso è sopravvalutato

a sera tornavamo stanchi e prendevo le scarpe di entrambi per metterle insieme, in fila, fuori dalla porta. Poi la aspettavo nel letto, contento di dormire.

Le sue scarpe erano molto più piccole e di gran lunga più pulite delle mie.

Poi una volta ho visto lei fare lo stesso: prendere le scarpe di entrambi, metterle insieme. Così ci siamo amati per duecento anni, ogni sera con le scarpe in fila fuori dalla porta.

Duecento anni non sono uno scherzo la ferita di un saccheggio non si rimargina, l’incuria, l’essere così maledettamente distratti mentre la meraviglia si scioglie a colpi di noia e muore di fame per la centesima nave mai accorsa.

Una notte qualcuno entrò nella mia stanza gridò: “I turchi hanno preso Costantinopoli, Costantinopoli è caduta per mano dei turchi!” La città d’oro e di luce si è spenta l’undicesimo imperatore capitolato per difendere la patria, ma di lui soltanto rimasero stivali rossi e una testa mozzata al posto del cuore, appesa sulla colonna che un tempo portava il suo nome.


***

XXXIII.

Nell’immagine tua e nella somiglianza il nostro sacro cuore diventato ormai reliquia una passione incarnata in croce posta spenta la pesantezza tutta umana dell’assenza mancanza innalzata a preghiera. Questa sera ritorna nella casa vuota l’unica dolcezza di madre mai avuta il legame di due volti come cuccioli spauriti fatti per camminare a fianco sanguinare e lavare l’anima nell’acquasantiera. Il perdono della nottola il volo per quel che solo mi rimane: la bellezza di una storia che mi lascia voltare pagina.

La fiducia, un peccato d’innocenza salvezza e non più grazia del nostro finire.


Valerio Carbone