• Antonio Merola

Poesia | Persona di Fausto Paolo Filograna

Persona (Ladolfi, 2017) è una raccolta dall'organicità che è del tutto impossibile rendere per estratto. In poco meno di una cinquantina di paginette, Fausto Paolo Filograna ha formulato una poesia assoluta: crediamo profondamente di essere di fronte a una raccolta in grado di perpetuarsi oltre la contemporaneità, uno di quei lavori cioè non solo impossibili da ignorare, ma anche e soprattutto capaci di scuotere le cose, il fare poetico collettivo, di rappresentare e descrivere un mondo così presente e insieme atemporale, astratto, comune, rinunciando alla prepotenza dell'io lirico per rendere lo stesso poeta personaggio (o persona) di questo tutto. Anche Fausto cioè gioca con gli altri uomini, sulle soglie di una terra che è ancora e sempre una terra desolata e mitica, divinatoria, diremmo meglio: simbolica. Ciò che è interessante è forse proprio il ruolo che riveste il simbolo e che proprio perché viene dotato di una parte, diviene personaggio anch'esso, meta-simbolo: Filograna riprende continuamente interi versi e immagini per ripeterli identici un po' più avanti, in un nuovo contesto. Eravamo a Gallipoli notte piena, così come le altre poesie estratte di seguito, diventano quindi dei significanti che possono essere applicati altrove, acquistando una nuova carica semantica di volta in volta (e nell'insieme) che tende a collettivizzare l'individuale scoperta della realtà. Ogni personaggio risponde con la resa lirica di un simbolo, quello che crede essere il proprio simbolo, all'esigenza dell'indagine: e in effetti, è proprio così. Il simbolo gli appartiene perché, seppure uguale a livello testuale rispetto ai precedenti, la situazione ne cambia la lettura; allo stesso tempo, quel simbolo appartiene a tutti gli altri perché vuole indagare una realtà comune e la similarità testuale ne spersonalizza la carica semantica individuale. Ecco perché abbiamo scelto di proporvi le liriche di seguito, congiunte a un breve estratto dalla prosa che chiude la raccolta: ciascuna di queste tre poesie racchiude infatti quei versi e quelle immagini che saranno poi ripetute e riprese per l'intera Persona. Crediamo infatti che sia meglio suggerire proprio le poesie da cui la ripetizione parte, piuttosto che darne un esempio specifico (proponendo cioè solo quelle liriche che riprendono la prima poesia). Il risultato finale della raccolta non sarà allora una litania, ma un coro che è cominciato con la filastrocca di un bambino sperso da qualche parte nell'eternità del nostro tempo: Arri arri, cavalluccio.


Nota di lettura a cura di Antonio Merola


Eravamo a Gallipoli notte piena eravamo pochi e bianchi faceva freddo non ho voglia di mangiare questa notte eravamo suicidi e battezzandi attraverso la strada principale si arriva presto


fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare la bionda seduta è vestita uguale all’altra e ha gli occhi di un uomo morto fermate la bionda non sopravvivrà ha gli occhi di chi se lo prende il mare


un tizio con una torcia è messo a scacciarci siamo troppi e puri come bestemmie siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.


*


Ricordo di spessore


Vita è violenza di immaginazione o solo ricordo e qui, sulla via del mare solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre non scoprono gli occhi e tutto è ciò che è solamente. Non qui non qui si può volare dal mondo, non qui riemergere o spirare, qui sarebbe già troppo immaginare. Tutto questo spazio non è che arbitraria voglia di danzare, volare tra i crocicchi in assenza di peso ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare e ci vogliono occhi, almeno dotati di gambe; la luce non è che luce, di stelle o vetrine e una danza, in definitiva, non attraversa la strada: puoi solo immaginare ciò che vive in assenza, la danza di foglie che non avviene dalla schiera dei caseggiati a quella di fronte. Qui non emerge che una foto, nella luce impossibile e forse ricordo di stelle lontane. Le pietre ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi abbreviati e forse stesi come guardare in alto l’uomo che ti sotterra. Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi non chiamarlo volto è ciò che è solamente come un’automobile che, spiegando le ali non si riesce ad alzare. Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre ciò che è è solamente sotto le macerie appena la metà e il resto è solo ricordo e voglia di religione...


È solo violenza l’umano prevaricazione o eccessivo sforzo, in fin dei conti fraintendimento. Colore sbiadito, o foglia che si posa su un volto ghiacciato senza per questo farne un albero. Trasparenza in fin dei conti senza corpo da trasparire luce, ricordo travolto di luce luce che non può nutrire, luce soltanto. Miracolo è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche ne diffondono le intermittenze e tutto è ciò che è solamente luce e ricordo di spessore. Qualcosa color ametista. Pietà Signore, pietà.


Una città ci dev’essere, e questa ha conosciuto le tenebre delle vetrine il silenzio delle croci disabitate da anni e mai rinfrescate da un corpo e qui, definitivamente chiamate strade.


*


I


Ti dedico la grandezza che non ho. Quando il pensiero non vola, le parole non sono una danza e tutto sta in un riposo da nulla nella notte che non è riposo dal giorno né attesa ti penso, amore mio e ti dedico il nulla. Il pensiero legge seduto e mi inforca come un paio di occhiali, vorrei dirti l’amore che sento in questa paralisi senza bocca seduto al balcone a questo paralitico cenozoico di albe ripetute a notti e notti. Datti calma, fa’ silenzio, ascolta un concerto di odori si espande blu, verde, giallo il canto dei colori – albeggia tra i monti tra gli alberi – e fende lo sguardo e l’immobilità. Dove tu sei dove tu sei un intrico di ruote si spagina l’universo brancolando tenta nuovi uguali cicli e l’alba il sole in una distrazione di hangar ci promette l’eterno. E noi? Io tento una vita, un nome a giorni innominabili tento di alzarmi e di dire «... ...» vorrei sorriso millenario rivolgerti mille parole non c’è secolo per questo fastidio né giorno che viene né notte che passa c’è che a volte seduto al balcone mi sento fissare. Sento l’enorme marchingegno guardarmi non mutare mai da un tramonto due cariatidi sembriamo, sprezzare il vento la pioggia i fulmini, io con occhi e tu no, mentre qualcosa dice non finirà mai tutto ciò finirà la carne lo spirito ma la volontà l’altezza io penso a un risveglio, a un’alba a un’aria freschissima e respiro l’immoto svegliarsi delle cose e il mio intentato, penso a un risveglio a ipotesi e ipotetiche salvezze nell’alto sospeso con uno sguardo a un balcone – dalla bocca del mondo una lingua nel cielo – è questo, mi chiedo? è questo il vento della carne che soffia da dietro e mi spinge alle stelle?


Sentimi, amore che vai, pregherò al Nord come l’ago di una bussola con un corpo di albero sorriso dal vento beato e immobile. È questo il nulla che sento e mi ammala di me? miserere mei me stesso, Fausto, miserere del nulla del sonno, sogno una luce impossibile rifarmi l’anima, fa luce tra gli alberi, e una forza sovrumana non sorge, Fausto, non è possibile che la disperazione per noi. Sento un malessere sopra la pelle uno sciame di strade che va perdendosi e io mi chiedo dov’è dov’è, e mi risponde, l’impossibile stradario: niente. Perché non più ritornare non più ritornare è possibile – madre da dove io uscii io torno. Nulla sono, né sono stato né ho sperato di essere. Io penso a un risveglio, all’infinito propagarsi dal balcone gli alberi, al verde, senza muovermi dal mio balcone. – Arri arri cavalluccio, un canto si propaga e induce al sonno, all’eterno, e dormo, nato mai nato, senza azioni e senza sonno dormendo. Io penso a un risveglio, io penso e mi dico: “senza azioni non esisti Fausto, tu sei quello che fai” e intanto si sfa l’ambaradan universale, mentre tutto ruota il disastro. E penso al freddo su Plutone all’invivibile vita di noi, alle risse delle mosche, tutto ridicolo.


L’umanità litigherà anche stanotte, io sono solo un individuo che un insetto verrà a visitare con sguardo umano. Vieni gran madre e vattene, lasciami solo, che dica: io ho fatto io sono. Intanto sogno inondazioni, precipitazioni terremoti e morti e morti, tutto sa di nuovo la pioggia, dal mio balcone il disastro, l’odore il tabula rasa universale. Scivola vai via, lasciami fare, morire. È tempo, sono grande.


***


«Dopo mesi di ricerca nel campo della morale sono giunto a un bivio. Non a un bivio, anzi, ma a una constatazione. Volevo morire. La domanda sorge spontanea: come fa la morale a permettere ciò? Ho indagato molto, l’argomento, e di fatto, per ciò che concerne l’uomo e questa scelta, non c’è nulla da fare: la morale permette. Come uscirne dunque? […] Si arriva a un punto di necessità in cui l’uomo cerca il fondamento, la decisione prima, il genitore […] Tornando al motivo iniziale cosa mi dice la morale di fronte alla domanda: perché continuare a vivere? Nulla. Ho cercato il fondamento della vita nella volontà di vivere, ma la volontà passa, e rimane il non-senso. Penso di essere giunto a un punto di non ritorno, perché la morale non è risolutiva. Bisogna uscire dalla morale, fino a che, se si è obbiettivi, si giunge a un punto di totale arbitrato, a un punto senza spiegazioni, ingiustificabile, assurdo, che riguarda l’eterno, l’immodificabile […] Ciò che eterno invece è estremamente duttile. La moralità è condizionata dal desiderio, dal vivere comune, dall’avere uno scopo, un senso. Le cose immortali sono libere, perché insensate e arbitrarie. E bisogna tirarle fuori così, con naturalezza e senza spiegazioni. Qualunque discorso vitale a un certo punto deve tirar fuori le cose eterne, il tempo, le cose immutabili», (Fausto Paolo Filograna).

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