• Alfonso Canale

Poesia | Ri-scritture: ‘Abū’l-Qāsim al-Šābbī, l’ansia poetica di vita

Breve nota sopra Ri-Scritture

“Cercate la scienza fosse anche fin in Cina”, recita un detto di Muḥammad.


Riscrittura. Re-interpretazione. Azione. Conoscenza. La traduzione può essere considerata più di un’attività meramente letteraria o metaletteraria: è un processo cognitivo imprescindibile per qualsiasi essere umano, per qualsiasi essere vivente, in questa ‘cosa’ che viene banalmente e comunemente definita ‘vita’. Traduzione significa rappresentare, contornare con il proprio linguaggio, il proprio corpo, le proprie misure la realtà, modificandola e rendendola indispensabile alla sopravvivenza, nel bene, nel male, oltre il bene, oltre il male. Ogni atto è traduzione in un mondo sempre più a misura umana, un mondo di simboli, quasi irreale, un’attività di conoscenza.


In questo delicato momento ‘storico’ (che divertente vocabolo!) la letteratura, la traduzione e tutto il discorso artistico in toto stanno evolvendo velocemente, così come la realtà ‘umana, troppo umana’ che li definisce, in un clima di sospensione. Crisi e opportunità. Di conoscenza, faticosa, muta, bistrattata conoscenza. ‘Dio è morto’, qualcuno disse e con lui il sacrificio. Forse si stanno solo spostando, dei e sensi, e non trovano più casa e carne. Tutto è labile, fluido, in moto e nessuna rete concettuale sembra esser adatta a pescare un piccolo relitto di senso. La biodiversità e il suo gioco di essere e non essere hanno fatto crollare dogmi su dogmi, rendendo la realtà qualcosa di sempre più inafferrabile. Forse l’oceano del Web è il fenomeno più indicativo delle schiere di repentini cambiamenti che il mondo sta subendo: un marasma di voci, informazioni, la virtualità del pensiero a portata di click, commento, lettura.


E allora come è possibile che nell’epoca della ‘post-verità’ (un altro divertentissimo vocabolo!), nella caduta (o movimento) del senso, di tutti i setacci che per millenni hanno, in fede, agito sul reale per scovarlo, ancora si trovi rifugio in apparenze, superfici, ceppi bruciacchiati di antichi idoli come galleggianti di fortuna sulla liquidità del reale? Le cose sono molto cambiate dal secolo scorso, le possibilità di conoscenza si sono ampliate a dismisura: una sovrapproduzione ansiogena, nevrotica, che cerca di cavalcare la volubilità di un universo indecifrabile. Ogni griglia interpretativa sembra essere obsoleta, oppure c’è dell’altro? Una rivoluzione antropologica senza precedenti o pari in potenza alla comparsa della scrittura? Può darsi.

Il solito vizio di forma ‘occidens’? La ragione, la superiorità, il progresso, la storia, il ‘mai abbastanza’? Probabilmente.


Questo piccolo progetto, che ora si avvia e vuole gettarsi nella mischia del mondo, proponendo contributi traduttivi in merito ad autori figli dell’uomo e della sua differenza, è la traduzione di un’ambizione e una necessità: la conoscenza fine a se stessa.

Per quanto possa esser di parte, parziale, viziata dalla propria singolarità, vuole, in arrogante umiltà, strappare alcuni pesanti e appiccicosi veli rimasti impigliati sui nostri occhi, sotto l’egida di una libertà che si fa disciplina, personale scientificità, interpretazione e ri-scrittura. Letteratura arabo-islamica, europea, nordamericana, latino-ispanica, indiana o cinese o giapponese: sono solo ‘definizioni’ di un discorso più ampio, semplicistiche categorizzazioni per un ‘codice’ condiviso che vuole ingabbiare il reale, donargli senso, forma e valore. Quando appaiono, sull’uscio del vostro idioletto, a indicarvi qualcosa, loro e loro consorti, un piccolo invito: alzare la testa, vedere, sentire, con le proprie parole.


Oltre tutto questo, e nei vincolanti limiti del discorso ‘umano’ dell’arte letteraria, Ri-scritture si propone di abbattere qualche muro sulle parole, i sensi, le forme e i valori di uomini e donne provenienti da ogni dove e quando, di tracciare sentieri, sondare alcune esperienze poco note. Essendo qualcosa in via di definizione, nella speranza che possa non raggiungerla mai, siamo ben aperti a chiunque voglia proporre contributi traduttivi ‘ben fatti’ su qualsivoglia autore o testo, a qualunque critica o osservazione (da trasmettere in via telematica a yawp@outlook.it o canale.alfonso@gmail.com). S’inizierà con una biografia o introduzione di varie dimensioni (a discrezione del singolo articolista) sull’autore selezionato, proseguendo con la traduzione del testo o testi scelti nella produzione dell’autore e finendo con il testo in lingua originale per coloro che vogliano o abbiano la capacità di confrontare lo scritto e la sua versione. Le note traduttive saranno inserite laddove sarà strettamente necessario. Semplice e diretto: a voi l’interpretazione.


Sembra ormai tutto conosciuto a questo mondo, sembra che solo il cosmo si erga a ultimo baluardo d’ignoto. Eppure quella sagoma nello specchio, quel viso che pensa un’altra lingua, quel muro così solido: qualcos’altro, si nasconde, sotto ed oltre, noi stessi.


Gli stranieri sono tutt’intorno a noi. Siamo noi. Se guerra deve essere, guerra sia, se dialogo deve essere, dialogo sia. Se senso deve essere, che sia la conoscenza.


“Cercate la scienza fosse anche fin in Cina”, recita un detto di Muḥammad.


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‘Abū’l-Qāsim al-Šābbī (1909-1934)

‘Abū’l-Qāsim al-Šābbī naque nel 1909 (per alcuni il 24 febbraio, per altri il 3 aprile), in una ricca famiglia del Sud Tunisino, presso Šābbiyya, vicino Tūzur (Tozeur), figlio di Muḥammad Ibn ‘Abū’l-Qāsim Ibn ‘Ibrāhīm al-Šābbī.

In quel periodo, la regione meridionale della Tunisia, nonostante l’autorità beylicale e il Protettorato francese (instaurato con il Trattato del Bardo del 1881), conservava una certa autonomia riguardo a costumi e tradizioni, specialmente per quanto riguarda lo statuto personale patriarcale e l’educazione infantile, tradizionalista e conservatrice. Il padre aveva concluso i propri studi nell’Università Islamica della Grande Moschea del Cairo, al-‘Azhar (dove fu allievo di al-Afghānī et Muḥammad ʿAbduh, i due maggiori esponenti del panislamismo), che gli valsero la licenza qāḍī (giudice), e indirizzò il figlio verso la tipica educazione islamica cui moltissimi giovani dovettero sottostare nei primi decenni del XX secolo.


Šābbī frequentò il kuttāb, la scuola primaria legata alla moschea del villaggio, i cui principali obbiettivi erano inculcare nelle menti scolaresche il Corano, le regole prosodiche per la sua esatta recitazione e basilari rudimenti della lingua araba. A quest’educazione, si affiancarono quella paterna, caratterizzata da un pronunciato gusto mistico-ascetico, e un’infanzia di spostamenti attraverso la quasi totalità delle regioni tunisine, a causa dei mandati d’ufficio ai quali il padre dovette rispondere in qualità di giudice. Questi primi dieci anni, “felici” e “spensierati”, tanto cantati quale paradiso perduto, permisero al poeta di conoscere a fondo la Tunisia nelle sue varietà e differenze.

All’età di dodici anni, a partire dall’ottobre 1920, fu inviato dal genitore a seguire gli studi secondari nella prestigiosissima Università della Grande Moschea al-Zaytūna , a Tunisi, seconda nell’area nord-africana solamente all’al-‘Azhar del Cairo. Per il giovane poeta significò, al varcare del solenne portone dell’Università, emancipazione, indipendenza, prematura maturità; Tunisi appariva ai suoi occhi come un varco sul mondo, sua città d’adozione e di liberazione. Ma, quel che non sapeva, anche l’immersione in un contesto ideologico-culturale in piena crisi, dove passato e presente, tradizione e modernità, s’affiancavano, senza compenetrarsi, ma spesso e volentieri scontrandosi.


Il vento innovatore della Nahḍa (un processo di risveglio e rinascita culturali del mondo arabo iniziato nel 1798 con la campagna napoleonica in Egitto), che dal Vicino Oriente stava soffiando in tutte le direzioni, dando spinta al discorso delle idee arabo e vita a iniziative di riforma del sistema educativo, alla stampa periodica, all’istituzione di scuole moderne e rinnovamento degli antichi istituti formativi islamici, giunse anche in Tunisia sotto l’egida di figure del calibro di Ḫayr al-Dīn Bāšā (ministro riformatore tunisino dal 1873 al 1877), fondatore nel 1875 del primo istituto liceale moderno tunisino, il Collegio Ṣādiqī, o di rappresentanti del movimento nazionalista dei “Giovani Tunisini”, come Bašīr Ṣfar, responsabile della fondazione dell’istituto della Ḫaldūniyya nel 1896.

La Zaytūna smise di essere la principale istituzione responsabile della trasmissione del sapere arabo-islamico, la concorrenza si aprì, la crisi fu inevitabile. Agli occhi del nostro giovane poeta tunisino ciò significava un bipolarismo culturale imprescindibile: da una parte le anguste ed insalubri madrase, le lunghissime, tediosissime lezioni di eminenti šuyūḫ, preoccupati più di riempire quelle giovani menti di saperi enciclopedici, di commentari su commentari, sviluppati all’infinito, di stesse opere mastodontiche, stessi nomi e teologia (kalām) e Diritto (fiqh) e la retorica (balāġa), che di accendere in loro la pericolosa fiamma dello spirito critico, con la sola aspettativa di divenire, a conclusione degli studi, al più dei subordinati nell’amministrazione coloniale. Dall’altra la realtà tangibile tunisina, quella dei problemi politici, sociali e culturali, inconciliabile con gli strumenti che la Zaytūna voleva fornire; il Collegio Ṣādiqī e l’Istituto della Ḫaldūniyya, veicoli di un’apertura al mondo, di una mentalità nuova, di confronto, dialoghi, traduzioni e nuove possibilità di conoscenza.


Šābbī si gettò a capofitto nelle loro biblioteche, dal 1923 negli spazi della Ḫaldūniyya dove ebbe modo di confrontarsi con le correnti letterarie e intellettuali arabo-islamiche dei primi tre decenni del Novecento, aprendosi anche alla cultura e alla letteratura occidentale. Divorò letteralmente le opere che ebbe a disposizione: dai classici orientali come al-Mutanabbī, al-Maʿarrī, Ibn al-Rūmī, Ibn al-Fāriḍ ai poeti occidentali andalusi, come Ibn Ḫafāǧa e Ibn Zaydūn; dalle tre traduzioni arabe del Raphaël di Alphonse de Lamartine, I dolori del giovane Werther di Goëthe e di qualche strofa dei Canti d’Ossian di James MacPherson; ai grandi nomi della letteratura araba moderna, quali Ǧibrān Ḫalīl Ǧibrān, Ṭaha Ḥusayn, Muṣṭafā Ṣādiq al-Rāfiʿī, ʿAbbās Maḥmūd al-ʿAqqād, Zakī Mubārak, Muḥammad Ḥusayn Haykal, ʿAbd al-Qādir al-Māzinī .

Iniziò ad elaborare le sue prime composizioni e i suoi primi articoli, che apparvero su alcune riviste letterarie tunisine come al-Zamān, al-ʿĀlam al-Adabī, al-Nahḍa; 27 delle sue poesie riempirono circa 50 pagine dell’antologia letteraria elaborata da al-Snūsī, al-Adab al-tūnusī fī-l-qarn al-rābiʿa ʿašar, pubblicata nel 1927 e nel 1928. Contemporaneamente si lanciava con la stessa passione nei caffè letterari, nei circoli di studio e nelle riunioni ideologiche. Dopo l’iscrizione alla Scuola di diritto tunisino (1927-28) fu la volta del Club Letterario, che poneva la sua attività nei quadri dell’Associazione dei Vecchi del Collegio Ṣādiqī, e della biblioteca dell’omonimo istituto dove il giovane Šābbī entrò in diretto contatto con le fonti del romanticismo europeo, e con mentalità più aperte, più liberali, più imbevute di cultura e letteratura francese: una stagione all’inferno terribile, ma necessaria. Poiché infatti, al contatto con i giovani occidentalizzati, la crisi latente della Zaytūna si rivelò in pieno giorno. Era la crisi del pensiero e dell’educazione islamici inadatti a realtà politiche, sociali e culturali estremamente nuove e dinamiche.


Tra i suoi studi e le sue letture di questo periodo si possono annoverare: À quoi tient la superiorité des Anglo-Saxons di Edmond Desmolins, Paul et Virginie di Bernardin de Saint-Pierre, Le dernier des Abencérages e Les Martyrs di Chateaubriand, Pour la couronne di François Coppée, Thaïs e Le Lys rouge di Anatole France, Sous les tilleuls d’Alphonse Karr, La Dame aux Camélias di Alexandre Dumas figlio e novelle di Tristan Bernard, Colette, Claude Farrère, Paul Hervieu; ma soprattutto, Victor Hugo, De Vigny, Musset e (di nuovo) Lamartine, tradotti e pubblicati nella rivista egiziana Apollo, i cui numeri erano parte del fondo bibliotecario; alcuni studiosi lo vogliono anche appassionato degli esponenti del romanticismo inglese, come Wordsworth, Blake, Shelley e John Keats.


Maturò in questi anni una rottura definitiva tra il poeta, i suoi contemporanei e la tradizione: l’adīb o lo šaʿīr non si richiamavano più al passato, ma, forti di nuovi legami, al futuro. La nuova tradizione divenne la rivendicazione intellettuale sul futuro, suo campo di realizzazione.

Busto del poeta a Raʾs al-ʿAyn, Tozeur.

Presso una sala della Ḫaldūniyya, il 1 febbraio 1929, espose una conferenza di circa tre ore intitolata al-Ḫayāl al-Šiʿrī ʿinda l-ʿArab (L’immaginazione poetica presso gli arabi), che suscitò un enorme clamore negli ambienti letterari tunisini ed arabi. ‘Abū’l-Qāsim fu il primo tunisino ad avere il coraggio d’affrontare pubblicamente un soggetto spinoso: quello della ridefinizione del rapporto con il patrimonio classico della poesia araba. Passando in rassegna tutte le produzioni poetiche arabe dal VII al XX secolo, dall’Arabia all’Iraq, alla Spagna, Šābbī cercò di definire la propria concezione della poesia e di abbozzare un’arte poetica nuova, a passo con i tempi. Il poeta tunisino, a soli venti anni, si dimostrò un critico letterario sagace, ma più che convincere il suo auditorio della validità delle proprie tesi, riuscì a scioccarlo profondamente per l’audacia dei suoi giudizi, l’originalità delle sue idee e la novità del gusto. Le sue parole riecheggiarono per tutto il Maghreb e il Mondo Arabo, destando una serie di reazioni violente da parte delle personalità e degli ambienti più conservatori, ma destando anche simpatie e genuini interessi, come quello di ‘Aḥmad Zakī ‘Abū Šādī, fondatore e direttore della rivista egiziana Apollo, periodico all’avanguardia nella letteratura araba moderna.


al-Ḫayāl fu pubblicato e Šābbī, fiero del successo, volle cercare di farsi editare una raccolta di poesie, precisamente una scelta di 83 poemi, Aġānī al-Ḥayāt (I canti della vita), ma malgrado parecchi tentativi e molta speranza, il dīwān non sarà pubblicato che postumo.

L’8 settembre 1929 il padre esalò il suo ultimo respiro. Fu un duro colpo per il poeta: perse la persona alla quale era più legato, la più amata, la più rispettata, nonostante la diversità d’opinione. In questo stesso periodo si collocò il suo matrimonio. Il 1 gennaio 1930 iniziò a scrivere una sorta diario, fino al 6 febbraio dello stesso anno, interessante testimonianza della vita intellettuale tunisina all’inizio degli anni 30. La pagina del 13 gennaio riporta la sua amarezza per la sala vuota che si trovò davanti in occasione di una conferenza che avrebbe dovuto tenere nella Madrasa Slīmāniyya sulla letteratura marocchina. Triste risultato della propaganda dannosa perpetrata dai limitati ambienti nazionalisti e dagli studenti zaytūniani complessati, dopo la celebre conferenza della Ḫaldūniyya del 1929. La presa di coscienza fu inevitabile: non c’erano orecchie per le sue parole.

In Italia, l’unica edizione incompleta de “I canti della vita” di Šābbī risale al 2008, a cura di Salvatore Mugno, con la traduzione di Imed Mehadheb e la rivisitazione poetica del poeta albanese Gëzim Hajdari, per Di Girolamo Editore.


La malattia (probabilmente una cardiopatia di origine reumatica) fece la sua teatrale apparizione. Suo fratello Muḥammad al-‘Amīn situò i primi sintomi nel 1929, ma la sua prima testimonianza precisa rimonta al 1930. Ciononostante, dal villaggio natale dove si era ritirato nel 1931 per tentare di combattere il suo male, continuò le sue produzioni poetiche, mostrandosi attivo nell’animazione dei circoli letterari (a lui si deve la creazione dell’Amicale del Ǧarīd, nel 1932) e nel proseguimento della collaborazione con la rivista al-ʿĀlam al-Adabī di Snūsī e con l’inserto letterario di al-Nahḍa, i quali continuarono a pubblicare suoi componimenti ed articoli.

Gli anni 1933-1934 furono quelli che decretarono la sua ascesa in quanto personalità letteraria ed il declino anzitempo prematuro della sua esistenza.


L’amicizia letteraria con il poeta egiziano ‘Abū Šādī iniziò a dare i suoi frutti: alcuni dei suoi poemi vennero pubblicati dalla rivista Apollo, consacrando la celebrità che il talento del poeta non riscontrava in patria, se non in modo esiguo. Nell’estate del 1934 assemblò e sistemò una nuova versione del suo dīwān, con l’intenzione di pubblicarla in Egitto, tramite l’aiuto e il sostegno di ‘Abū Šādī e della sua rivista. Progetto che, purtroppo, non poté mai essere compiuto, se non nel 1955.

La malattia, nel frattempo, si aggravò: il 3 ottobre 1934 venne ammesso all’Ospedale Italiano di Tunisi. Vi morì l’alba del 9 ottobre.


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Nota traduttiva


La poesia qui di seguito tradotta, Ḥadīṯ al-Maqbarati, è datata 3 aprile 1932 e probabilmente costituisce la bozza di una pièce teatrale che il poeta aveva intenzione di scrivere, dal titolo al-Maqbara. A livello formale-contenutistico, vi si trova un procedimento tipico šābbīano: il tentare di rinvigorire le forme della poesia araba classica (la qaṣīda in questo caso), tramite l’innesto di concetti ed idee d’ispirazione prevalentemente romantica, in modo da superare l’immobilismo semantico e immaginifico della lingua araba per aprirla alla nuova realtà del mondo. La versione originale mantiene la pedante monorima tipica della forma classica adoperata ed utilizza un particolare tipo di verso semplice composto, il mutaqārib, formato da quattro piedi identici (faʿūlun); per la traduzione si è deciso di non ‘forzare’ troppo il testo ed i vocaboli in nome di una più fedele resa possibile, quindi il sistema monorimico è stato ‘abolito’, così come non è stata volutamente prestata attenzione alla tipologia di verso utilizzato. Per quanto riguarda la trascrizione delle parole in arabo all’interno dell’articolo, si è deciso di usufruire del sistema DIN per la traslitterazione dall’alfabeto arabo a quello latino.


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Il dialogo del cimitero


Un dibattito filosofico, la vita e la morte, l’eternità e la perfezione, i suoi perni


In una tenebrosa notte d’estate, il poeta, solitario, s’allontanò dal dormiente piccolo villaggio incastonato nelle pendici del monte. In quell’universale silenzio, tra la fitta oscurità, si mise a camminare tra gli olivi in fiore d’un isolato sentiero. Salì, dunque, in cima alla piccola collinetta ov’era sito il cimitero del villaggio, laddove i morti riposavano nel silenzio dei secoli. E là, fra i sepolcri taciturni sotto chiaror di stelle, laddove tutto attesta della grandezza della morte, della futilità della vita, il poeta si sedette. Aveva i piedi stanchi, l’anima in tumulto e le palpebre appassite dalla tristezza. Straripavano in lui ricordi, sogni e pensieri, dinanzi a lui s’invertivano i contorni della morte, i flutti della vita. S’incalzavano in abbondanza le vestigia dei giorni: quelle che si placavano nel cuore dell’eternità, quelle che non cessavano di fiorire nelle viscere dell’insondabile tempo. Tali immagini, tali impressioni imperversavano nel suo cuore, i vocii beffardi dei giorni infuriavano sul suo petto. Le gettò alla notte con questo canto:


Il poeta


Sono ormai periti i sorrisi di quelle palpebre? Illanguidite le vampe di quelle gote?

Si son appassite le tenere rose di quelle labbra? Rovinati nella polvere quei seni?

Frantumi di quella slanciata figura, decomposti il torace e il collo, meravigliosi?

S’è rabbuiato quel grazioso viso, e il fascino di quella bellezza senza pari?

Si sono ingrigite come il cuore della notte le eleganti trecce dagli abbondanti boccoli,

Ridotte in meschino pulviscolo, abietto terriccio nell’oscurità delle tombe?

Son scomparsi l’intensa magia della passione e l’ebbrezza illusa e disinvolta della gioventù?

Son forse inghiottiti i cieli dell’universo? Svanito, quel lontano spazio illimitato?

E cancellati quegl’antichi astri? Decrepiti ormai i tempi alleati?

E’ trascorso il meraviglioso mattino della vita, come la notte dell’esistenza, spaventosa e solenne?

Ed il sole che ricama il manto di nubi? E la luna risplendente, le nuvole che fan piovere pioggia copiosa?

La luce che fregia i flutti dello stagno? La magia che abbellisce quelle vesti?

Ed il mare vasto che, sussultando, lungi dalla quiete, riecheggia quei tuoni?

Il vento che, rasentando il passaggio degli angeli, avanza nella foresta a piccoli passi?

E la tempesta, figlia infernale, la cui eco tal ruggito di leoni

infuria, riverberando mentre attraversa le montagne, e rovescia le rocce degli altipiani?

E l’uccello che, cantando fra i rami, giubila all’alba tra le rose?

Ed i fiori che decorano quei poggi, assetandosi d’ogni nuova luce,

Esalando un profumo d’amore, effluvi di felicità e viva giovinezza?

Cala sul tutto la notte del nulla affinché la morte ci si diletti al di là dell’esistenza..

E lo dissemini nel vuoto spaventevole come i capricci del vento che spargono le rose

Si inaridisce l’oceano della vita, vasto e s’affievolisce il soffio vitale della primavera, fertile

Affinché nessuna luce baci il fascino delle guance e nessun tenero fiore germogli sulla terra

Quant’è gravosa per l’anima tal decadenza! Quant’ardua per il cuore tale immobilità!

Cosa accadrebbe, per l’incessante destino, se la gente godesse del gusto dell’immortalità,

Se non fosse timida verso la circostante devastazione; se non subisse la perdita del diletto amato;

Se non intraprendesse il cammino della rovina, le tenebre del sepolcro per l’eternità sperata?

Non si perpetuerebbe forse la giovinezza, e l’incanto della passione, e l’arte della primavera, e la dolcezza delle rose?

L’umanità non vivrebbe una pace sicura e viva, abbondante, speranzosa e tranquilla?

Ma il fato tiranno trae piacere dai nostri lamenti, come fossero canti.


V’era, tra le tombe, l’anima d’un antico ignoto filosofo che andava a far visita al proprio corpo, carcassa marcia nelle viscere del suolo. Impietosito dalle sofferenze di spirito e dagli assetati dubbi del miserabile poeta, volle insegnargli la saggezza e versare nel suo cuore la quiete della certezza. Si rivolse, dunque, a lui con questi versi:


T’addolori nel vivere col timore della morte, ma se la tua esistenza s’eternizzasse, ti annoieresti velocemente dell’eternità,

Vivresti sulla terra come i monti illustri, solenni e straordinari, solitari

E non ti disseteresti dell’elisir della vita, né degusteresti il nettare dell’esistenza;

Non afferreresti l’intrigo dell’universo, il sortilegio della nuova primavera

Ed il profumo dell’amore presso gli amanti, ed il grido del cuore nella lontananza;

Non penseresti all’indomani incerto, non celebreresti inverosimili appetiti.

Cosa può aspettarsi di più un immortale, dato che l’eternità è la sua dimora?

Cosa può desiderare o temere, dato che l’eternità è la sua casa?

Rifletti…tal sistema della vita è legge, rigorosa, meravigliosa, ineguagliabile.

Non fa amare il vivere se non tramite la morte, non lo rende seducente senza la paura della tomba

E se non esistesse la penosa infelicità nella vita, la gente non comprenderebbe il senso della felicità

Chi non afferra il terrore dell’oscurità, non gioisce del rinascente mattino. Il poeta


Al poeta, assalito da grida e spettri, piacquero le parole dello spirito e gli rispose:


Se non v’è scappatoia al fatale incontro della morte, qual è il senso di quest’esistenza,

Di qualsivoglia stento per questa vita, di tale violenta lotta spietata,

di quest’instancabile bellezza e queste melodie, questi canti?

Questo buio, questa luce, queste stelle e queste altitudini..

Perché si attraversa frettolosamente la valle del tempo, senza mai far ritorno?

Per bere da ogni sorgente una bevanda differente, tanto squisita e tanto mediocre

Tanto saporita e tanto fetida, tanto sana e tanto mortale?

Porteremmo il nostro fardello di ricordi, il peso dei tempi irreversibili,

Vedremmo le forme di questa esistenza, a volte misere, a volte beate,

a volte sublimi, a volte abominevoli, a volte pacifiche, a volte ostinate

Da esse apparirebbero gli amici intimi, i nemici rancorosi

Allorché interroghiamo la vita, ci sentiamo tutti persi in quest’esistenza

Venuti da un mondo che sfugge alla nostra visione…e cosa sarebbe quest’odio?

E quest’ostilità feroce? E quest’amichevole fratellanza? Lo spirito del filosofo


Siam venuti al mondo per raggiungere l’apice della perfezione e divenire degni dell’eterna gloria,

Affinché il nostro spirito si purifichi col fuoco della tristezza….(lacuna nel progetto originario)

E acquisisca dagl’inciampi lungo il cammino la forza di salire più in alto

E conquisti nell’eternità i gloriosi diademi delle mirabili rose


Nei pressi, passava una schiera d’anime, in rotta verso il mondo dell’ignoto. Con esse s’involò lo spirito del filosofo, lasciando questo mondo di dubbi e afflizioni ai suoi disperati discendenti. Il poeta continuò a ripetere, tra sé e sé:


Il poeta


Siam venuti al mondo per raggiungere l’apice della perfezione e divenire degni dell’eterna gloria


Ma i suoi eccitati ed implacabili pensieri non cessavano di tormentarlo con molte estenuanti domande. Proseguì la conversazione con lo spirito del filosofo, che credeva ancora vicino a sé:


Tuttavia, se indossassimo l’eternità e raggiungessimo l’inattesa pienezza dell’anima,

non ci annoieremmo della perpetua esistenza? Non desidereremmo una perfezione nuova?

Come potrebbe essere tal “perfezione”: di cosa sarà fatta? Quali i suoi confini?

E “l’ambizione” della “perfezione”, che fa la sua bellezza fintanto che resta “idea” intravista a distanza

Quale sarebbe il suo incanto, se divenisse un giorno “realtà” percepibile e visibile?

S’estinguerà nel cuore la nostalgia, giungeranno al declino le nostre speranze

E l’anima rinuncerà al desiderio d’andare più in alto della perfezione, dell’eternità?

Se tale passione d’eterno non persiste, là sarebbe l’ancestrale miseria

Una guerra assassina -come d’abitudine- un trionfo, una disfatta, un interminabile malessere

Se tale brama declina, sarà il nulla, pur nello spazio dell’eternità.


Così il poeta parlò allo spirito del filosofo, ma le sue parole non lo potevano raggiungere, poiché lontano ormai in un mondo remoto. Ed i suoi quesiti si dileguarono nell’oscurità della notte che niente sente e  mai risponde.


Abū’l-Qāsim al-Šābbī


***


حديث المقبرة


وهو حوار فلسفي, مداره الحياة

و الموت, والحلود والكمال


في ليلة مظلمة, من ليا لي الصيف, خرج الشاعر بنفسه من القرية النائمة في سفح الجبل, وفي ذلك السكون الشامل, والظلام المركوم, أخذ يمشي بين أشجار الزيتون المزهرة في مسلك منفرد, ثم اعتلى تلك الربوة الصغيرة, حيث كانت مدافن القرية و حيث ينام الموتى في صمت الدهور.

وبين القبور الحرساء الجاثمة تحت أضواء النجوم حيث يتحدث كل شيء بجلال الموت وتفاهة الحياة, جلس الشاعر بأقدام متعبة, ونفس ثائرة, وأجفان قد أذبلتها الأحزان, فطافت بنفسه الأحلام والذكريات, وتقلبتت أمامه صور الموت وأمواج الحياة, وتتابعت أمامه رسوم الأيام الكثيرة, ما نام منها في قلب الغزل و ما لم يزل ينمو في أحشاء الأبد الكبير, وجاشت في قلبه هاته الصور والخواطر وعجت في صدره عجيج الأيام الساخرة, فألقاها إلى الليل في النشيد التالي: الشاعر أتفنى انتسامات تلك الجفون؟ ويخبو توهج تلك الحدود

وتذوي وريدات تلك الشفاه؟ وتهوي إلى الترب النهود؟

وينهد ذاك القوام الرشيق وينحل صدر, بديع, وجيد

وتربد تلك الوجوه الصباح وفتنة ذاك الجمال الفريد

ويغبر فرع كجنح الظلام أنيق الغدائر, جعد, مديد

ويصبح في ظلمات القبور هناء, حقيرا, وتربا, زهيد

وينجاب سحر الغرام القوي وسكر الشباب, الغرير, السعيد

***

أتطوى سماوات الوجود؟ ويذهب هذا الفضاء البعيد؟

وتهلك تلك النجوم القدامى؟ ويهرم هذا الزمان العهيد؟

ويقضي صباح الحياة البديع؟ وليل الوجود, الرهيب, ملعتيد؟

وشمس توشي رداء الغمام؟ وبدر يضيء, وغيم يجود؟

وضوء, يرصع موج الغدير؟ وسحر, يطرز تلك البرود؟

وبحر فسيح, بعيد القرار يضج, ويدي دوي الرعود؟

وعاصفة من بنات الجحيم, كأن صداها زئير الأسود

تعج, فتدوي حنايا الجبال وتمشي, فتهوي صخور النجود؟

وطير, تغنى خلال الغصون, تهتف للفجر بين الورود؟

وزهر, ينمق تلك التلال وينهل من كل ضوء جديد؟

ويعبق منه أريج الغرام ونفح الشباب, الحيي, اسعيد

أيسطو على الكل ليل الفناء ليلهو بها الموت خلف الوجود..

وينثرها في الفراغ المخيف كما تنثر الورد ريح شرود

فينضب يمم الحياة, الخضم ويخمد روح الربيع, الولود

فلا يلثم النور سحر الخدود و لا تنبت الأرض غض الورود

***

كبير على النفس هذا العفاء! وصعب على القلب هذا الهمود!

وماذا على القدر المستمر لو استمرأ الناس طعم الخلود

ولم يخفروا بالخراب المحيط ولم يفجعوا في الحبيب الودود

ولم يسلكوا للخلود المرجى سبيل الردى, وظلام اللحود

فدام الشباب, وسحر الغرام, وفن الربيع, ولطف الورود

وعاش الورى في سلام, أمين وعيش, غضير, رجي, رغيد؟

ولكن هو القدر المستبد يلذ له نوحنا, كالنشيد


وكانت بين القبور روح فيلسوف قديم مجهول فجاءت تزور جسمها الذي أصبح رمة بالية في أحشاء التراب, فأشفقت على الشائر المسكين من آلامه الروحية وحيرته الظامئة, فأرادت أن تعلمه الحكمة وتسكب في قلبه برد اليقين فخاطبته بهذا الأبيات:


تبرمت بالعيش خوف الفناء ولو دمت حيا سئمت الخلود

وعشت على الأرض مثل الجبال جليللا, رهيبا غريبا,وجيد

فلم ترتشف من رضاب الحياة ولم تصطبح من رحيق الوجود

ولم تدر ما فتنة الكائنات وما سحر ذاك الربيع الوليد

وما نشوة الحب عند المحب وما صرخة القلب عند الصدود

ولم تفتكر بالغد المستراب ولم تحتفل بالمرام البعيد

وماذا يرجي ربيب الخلود من الكون ـ وهو المقيم البعيد ـ؟

وماذا يود وماذا يخاف من الكون ـ وهو المقيم الأبيد ـ؟

تأمل.., فإن نظام الحياة نظام, دقيق, بديع, فريد

فما حبب العيش إلا الفناء ولا زانه غير خوف اللحود

ولو لا شفاء الحياة الأليم لما أدرك الناس معنى السعود

ومن لم يرعه قطوب الدياجير لم يغتبط بالصباح الجديد الشاعر وراق حديث الروح الشاعر العائش بين الهواتف والأشباح فقام يحاورها: إذا لم يكن من لقاء المنايا مناص لمن حل هذا الوجود

فأي عناء لهدي الحياة وهذا الصراع العبيف الشديد

وذاك الجمال الذي لا يمل وتلك الأغاني, وذاك النشيد؟

وهذا الظلام, وذاك الضياء, وتلك النجوم, وهذا الصعيد

لماذا نمر بوادي الزمان سراعا, ولكننا لا نعود؟

فنشرب من كل نبع شرابا ومنه الرفيق, ومنه الزهيد؟

ومنه اللذيذ, ومنه الكريه, ومنه المشيد, ومنه المبيد

فنحمل عناء من الذكريات وتلك العهود التي لا تعود

ونشهد أشكال هذي الوجوه وفيها الشقي, وفيها السعيد

و فيها البديع, وفيها الشبيع, وفيها الوديع, وفيها العبيد

فيصبح منها الولي الحميم, ويصبح منها العدو الحقود

وكل ـ إذا ما سألنا الحياة ـ غريب لعمري بهذا الوجود

أتيناه من عالم, لا نراه فرادى, فما شأن هذي الحقود؟

وما شأن هذا العداء العبيف؟ وما شأن هذا الإخاء الودود؟ روح الفيلسوف خلقنا لنبلغ شأو الكمال ونصبح أهلا لمجد الخلود

وتطهر أروحنا في الحياة بنار الأسى…(بياض بالأصل والمسودة)

ونكسب من عثرات الطريق قوى, لا تهد بدأب الصعود

ومجدا, يكون لنا في الخلود أكاليل من رائعات الورود


ومر بالقرب سرب من الأرواح, في طريقها إلى العالم المجهول, فطارت معها روح الفيلسوف, وخلفت عالم الشك والكآبة البائيش. وظل الشاعر يردد بينه و بين نفسه: الشاعر حلقنا لنبلغ شأو الكمال ونصبح أهلا لمجد الخلود


ولكن أفكاره الثائرة التي لا تهدأ كانت لا تزال تلح عليه بالأسئلة الكثيرة المرهقة فقال يناجي روح الفيلسوف التي حسبها ما زالت قريبة نمه:


ولكن إذا ما لبينا الخلود ونلنا كمال النفوس البعيد

فهل لا نمل دوام البقاء؟ وهل لا نود كمالا جديد؟

وكيف يكونن هذا “الكمال”: ماذا تراه؟ وكيف الحدود؟

وإن جمال “الكمال” “الطموح” وما دام “فكرا” يرى من بعيد

فما سحره إن غدا “واقعا” يحس, وأصبح شيئا شهيد؟

وهل ينطفي في النفوس الحنين وتصبح أشواقنا في خمود

فلا تطمح النفس فوق الكمال وفوق الخلود لبعض المزيد؟

إذا لم يزل شوقها في الخلود فذاك لعمري شقاء الجدود

وحرب, ضروس, ـ كما قد عهدت ـ ونصر, وكسر وهم مديد

وإن زال عنها فذاك الفناء وإن كان في عرصات الخلود


كذلك ناجى الشاعر روح الفيلسوف, ولكنها كانت إذ ذاك بعيدة عنه في عالم بعيد لا يسمع نجواه, وكذلك ضاعت أسئلة الشاعر في ظلمة الليل الذي لا يسمع و لا يجيب.


أبو القاسم الشابي


traduzione e cura di Alfonso Canale

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