• iurilombardi

Poesia | Riproduzioni in scala di Demetrio Marra

Demetrio Marra Riproduzioni in scala: la grandezza dei poeti nati negli anni novanta


Penso che la generazione di poeti e di scrittori, comunque di letterati, dell’ultimo decennio del XX secolo sia tra le più interessanti. E fare poesia non è facile, si sa, non è da tutti: poeti o si è o non lo si è. E Demetrio Marra è un poeta, nel senso che non si esprime per verticale (tutti abbiamo provato a scrivere poesia, da brevi pensieri adolescenziali sino a ricopiare portando sul foglio del proprio diario ai tempi della scuola i testi delle canzoni), ma nel senso che ha una propria voce, un proprio stile e questo alla fine paga.


Negli ultimi anni abbiamo assistito a pubblicazioni su pubblicazioni, sia in prosa sia per i versi, abbiamo editato autori per il puro scopo di fare cassetta e il business è stata solo un’illusione, un flop a livello di sperimentazione. Così facendo nel giro di pochi anni – e la cosa inquietante è che l’errore si ripropone perpetuo- abbiamo edificato un universo senza nome, un coro di scrittori afoni, un concertino stonato di ottoni ammaccati che a Firenze o Roma si può sentire da qualche suonatore ai cantoni delle strade o nei vicoletti traversi a vie maestre. Mentre invece i poeti nati negli anni novanta pare abbiano una marcia in più. Il caso vuole che Riproduzioni in Scala ( Interno Poesia) sia il prototipo e la prova schiacciante di quanto dico.


Sfacciatamente Marra in senso buono del termine, in una stagione fortemente minimalista, dove trionfa il breve il fugace, l’effimero, dove le cose si leggono in metropolitana o in tram perché non abbiamo tempo di ritagliarci uno spazio nostro altrimenti, propone un lavoro del tutto diverso; lungo, impegnativo, dirompente, per certi versi eretico (se per eresia si intende l’andare contro un canone prestabilito), facendo uso snodato e a mio modesto avviso ipnotico del poemetto; che rimane la forma della poesia più alta del nostro presente passato e che vanta una lunga tradizione che da Bertolucci arriva a Pasolini per passare poi a Volponi e poi ancora a Roversi.


Il poemetto è infatti l’espressione della poesia più compiuta, più organica che tralascia la brevità, il telegrafico, a qualcosa di più approfondito. Facendo una similitudine, possiamo affermare che se la poesia breve sta ai fiumi il poemetto sta al mare; o ancora se la poesia epigrammatica sta al cortometraggio il poemetto sta al lungometraggio. E sì, nel poemetto un poeta ha modo di riversare tutta la sua attitudine di letterato, ha occasione di edificare un modus operandi del tutto suo; all'interno delle stanze – mettiamo, tanto per usare una metafora, che si tratti di un castello o ancor meglio di una cattedrale- si fa la propria postazione dalla quale osserva la realtà esterna e la traduce in poesia: insomma nel poemetto (in versi liberi o in metrica) il poeta diventa un idéologues. Un portatore sano del proprio pensiero. Questo è accaduto ai poeti più grandi di Marra per età, è accaduto ai così detti classici, e Demetrio, giovane poeta calabrese, non fa altro, con maestria, di riconfermare la regola.

Ma Marra fa un passo ancora avanti, non demorde, e allora scalcia, allontana da sé la tradizione non solo della poesia telegrafica ma anche del poemetto edificando un proprio altare, accordando la propria voce.


Cosa è infatti Riproduzioni in Scala? Cosa ci vuole dire?


Riproduzioni è tutto quello che ci circonda, la triste imitazione in termini aristotelici di un prototipo che sta a monte e che viene riproposto in quanto siamo incapaci di riprodurlo realmente; sono ripetizioni come direbbe Deleuze, sia sul piano linguistico sia sul piano dei contenuti. Basta infatti leggere questi versi per rendersi conto che l’attenzione del poeta è rivolta al proprio contesto estraniante del quotidiano urbano, al contesto verboso e sfacciato delle nostre metropoli dove il puzzo di una “Milano da bere” pare sia arrivato anche per le strade del profondo sud, e giù giù sino alle Calabrie e ancora dopo. Si sente l’acre odore, il barocco inespresso e solo pensato, delle catene dei negozi in centro, dei ristoranti che elaborano menù per stranieri in visita a Firenze come a Napoli, a Venezia come a Roma. Si sente il linguaggio volgare del nostro quotidiano stentato e il frantumarsi dell’io non più atto a contemplare idilli leopardiani.


Un poeta oggi, e questo Marra ce lo insegna, non deve strizzare l’occhio al Leopardi né a un Foscolo sepolcrale, né tanto a un Monti perso a liricizzare su gesta di grandi eroi perché gli eroi montiani oggi, nella stagione del dopo, come si potrebbe definire, cioè la stagione del post-boom economico, siamo noi che tutti i giorni prendiamo l’autobus per andare a lavoro, passiamo i sabati sera in un pub che ricorda vagamente, come la brutta copia di uno stampo smarrito, l’atmosfera di Londra o dei Boulevard parigini.


Gli eroi siamo noi, noi la nostra storia come ebbe a cantare lo stesso Francesco De Gregori in una sua celebre canzone, oramai una evergreen.

Nel sottobosco del poeta adesso non ci sono più i belli eroi dagli occhi chiari, non più i dolci reami bagnati dalla rugiada o il guardo escluso da una siepe che rinvia a un mondo bucolico; i protagonisti sono i pub, le autostrade, i lavoratori, i disoccupati, i poveri esclusi dal sistema e che popolano i bordi delle strade. Insomma l’asse antropologico del poeta si è spostato da un impianto sublime a uno più basso. Si potrebbe dire che il salto va letto in una ottica tridimensionale e che si è concretizzato dal verticale a orizzontale.


Marra inoltre per descrivere tutto questo trasforma – da buon poeta, ed è uno dei compiti del versificatore- la materia il traducibile in un nuovo e confortevole linguaggio. Impasta la lingua della nostra età in un impianto poetico perfetto, quasi a voler sottolineare che si tratta di un poeta urbano. La lingua quindi di Demetrio Marra ma di tutti i poeti della sua generazione è semplice solo apparentemente. In sostanza si tratta di un artificio che solo un poeta se è vero, vale a dire solo se ha una voce distinta, può adoperare. E il risultato è un impasto perfetto, che non presenta difetti.

La raccolta Riproduzioni in Scala è un universo di tante cose, uno zibaldone contemporaneo e questo lo si evince dalla struttura stessa e dei testi e dell’opera nel suo insieme.

Per i testi si evince da una scelta stilistica precisa: quella di andare oltre il margine della pagina, di non aver optato per versi in metrica che, altrimenti, avrebbero solo limitato la materia dell’operazione.


Il verso libero di fatto denota solo una scelta a monte e non un insufficiente tecnica dell’autore. Il verso libero e non qualitativo dell’endecasillabo (anche se qualche volta è scappato) significa dare una idea precisa del quadro d’insieme. Significa sottolineare dal punto di vista estetico quel salto tridimensionale, quella girandola della morte, che da un’asse verticale si è planati su di un piano orizzontale. Così per la lingua: Marra ripone definitivamente i Leopardi di turno per intraprendere un nuovo cammino linguistico. Al messaggio aulico o idilliaco subentra quello non beat della strada e neppure quello hippy, ma quello urbano del dramma collettivo, quello come direbbe Debord: della società dello spettacolo. Dove ancora una volta lo spettacolo è la città, è il riflesso delle nostre vite in rete, è il consumare un amore in una chat e non dal vivo. Ecco allora che in soccorso a quanto sto dicendo ci viene incontro De Andrè in quel capolavoro di Ottocento quando dice:

«Figlio bello e audace/ bronzo di Riace/ figlio sempre più capace/di giocare in borsa/di stuprare in corsa».


Sul piano del quadro d’insieme la scelta a monte, il salto tridimensionale, l’oplà acrobatico non muta; se la prima parte è composta dai cosi detti poemetti: da un impianto narrativo e diegetico; la seconda parte sono poesie singole ma della stessa natura dei testi della prima parte. Anche se infatti si tratta di testi più telegrafici l’impianto resta immutato. E così la maestria del poeta. Così la sua voce da suonatore urbano che accorda la propria chitarra le cui corde sembrano spaghetti e propri versi cantati dei gustosi manicaretti all'angolo di qualche cantone di una metropoli nostrana.


Demetrio Marra, Riproduzioni in Scala, Interno Poesia


da: E come in specchio


If there was a single day I could live


Mi dice mio padre al cell che le giornate erano in verità invertite. Penso comunque che l’organizzazione regga meglio così, poeticamente. E sarebbe più logica la fiaccolata a chiusura – se fosse un docu l’avremmo montato allo stesso modo, forse giocando con i tagli di luce sul lastricato come antipasto dell’ombra media del fuoco. Forse spingendosi oltre si sarebbe detto montiamo tutto a ritroso facciamo che / le macerie ritornino / pareti e i nomi recitati / in necrologio un appello

Questo blog viene aggiornato senza alcuna periodicità, la frequenza dei post non è prestabilita e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale o una testata giornalistica ai sensi della legge n. 62 del 07/03/2001. Tutti i diritti sono riservati – barbaricoyawp.com; la redazione di YAWP prima di pubblicare foto, video o testi ricavati da Internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti d'autori o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso di materiale riservato, scriveteci a yawp@outlook.it e provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.