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Poesia | Rocco Scotellaro il grande ritorno: tra poesia e attenzione sociale

Esce per la collana Baobab degli Oscar Mondadori Tutte le opere di Rocco Scotellaro, il poeta lucano e voce autorevole di una certa poesia del novecento italiano. Il libro a cura di Franco Vitelli, Giulia Dell’aquila e Sebastiano Martelli propone in una edizione organica l’intero lavoro dello scrittore di Tricarico che, mai come in questa occasione, si presenta completo raccogliendo in un solo tomo tutto l’universo poetico e prosastico dell’intellettuale socialista.


Le risposte non attardano a arrivare e sono, almeno in apparenza possono sembrare, scontate anche se in effetti veritiere. Scotellaro è stato un importante Le poeta italiano, il portavoce del sud, l’autore che più di altri ha rappresentato la sua terra, quell'area geografica chiamata Lucania, come mai nessuno in precedenza. È stato il messaggero della sua terra nel resto d’Italia, al punto di essere un caposcuola e non solo per la poesia ma per un modo di vivere, per uno stile che ha lasciato un segno indelebile.


Intellettuale pieno di interessi, è risaputo che la sua analisi verta su piani e argomenti diversi, tanto che lo scrittore si occupò di politica (da attivista socialista, e come sindaco a poco più di vent'anni di Tricarico, suo paese natale), di sociologia, di antropologia, di poesia e, non per ultimo, di narrativa.


Conviene quindi per l’economia della recensione andare subito al dunque e iniziare a analizzare la sua figura da prima come intellettuale e subito dopo come poeta. E non perché l’autore sia meno importante del politico, ma per una ragione molto semplice: a mio avviso non possiamo affrontare l’eredità letteraria di Scotellaro se non partiamo dall'uomo schierato che fu. La politica in lui nasce sin dalla tenera età in una terra di vessazioni continue e nella quale il potere sociale ed economico era nelle mani dei baroni, a loro volta proprietari delle terre. Latifondisti che rappresentavano quel potere cieco e sinistro, che sottomettevano la popolazione a ore di lavoro massacranti nei campi, che dividevano la società lucana (come in gran parte del sud, ma qui in modo ancora più evidente) come una scacchiera: da una parte c’erano i padroni (con poteri oscurantisti, attori di soprusi e ricatti), chiamati da Carlo Levi i luigini, e dall'altra il sottoproletariato (contadini, braccianti, sensali di carabattole e prodotti agricoli, donne dedite alla famiglia e al lavoro contadino).


In una terra dove le leggi della fisica sembra non interessare la dinamica degli eventi e dove il concetto di reazione tra causa e effetto si eclissa nel nulla, si sbiadisce estinguendosi tra i calanchi, le valli assolate e il cielo azzurro.

Scotellaro inizia quindi da questo contesto di equilibrio precario e sinistro a muovere le proprie contestazioni ai luigini, a esprimere con forza ma non con violenza la sua ribellioni nei confronti dei baroni.


A facilitare questa manovra per il giovane intellettuale è stata sicuramente determinante la lezione di Carlo Levi che in quegli anni si trova in esilio ad Aliano e che presto scriverà a confino finito, a Firenze, l’opera magistrale per eccellenza; la bibbia per le giovani menti come quella di Scotellaro: Cristo si è fermato ad Eboli.


Non mi soffermo adesso, almeno non in questa occasione, a parlare del libro, a mio parere determinante e spartiacque per il romanzo antropologico italiano, invece è interessante scoprire il rapporto e di conseguenza l’influenza che ebbe la presenza di Levi, da prima come maestro e poi come amico, su Scotellaro. E la presenza fu fondamentale al punto che il giovane Rocco incrementa le proprie energie nella lotta di classe, inizia, quasi in un percorso educativo, a praticare in una ottica del tutto nuova la poesia. Scotellaro si scopre poeta e la scoperta diventa totalizzante. Se da un lato il giovane di Tricarico è impegnato nella lotta dei contadini contro i soprusi dei padroni, dall'altra, quasi in funzione di stampella, scrive poesie piene d’amore per quei paesi, per quella gente la cui patria – parole del poeta- «è legata ad un filo d’erba».


Assodato quindi la stretta connessione che vi intercorre tra la sua attività politica, tanto da essere eletto sindaco della propria città natale, un sobborgo rurale tra l'Ofanto e il Basento, e quella poetica necessita di capire quale è stato il collante delle due attività dell’allora ragazzo e in che misura si insinua tra gli interstizi delle due realtà.


In primo luogo, come abbiamo visto poco fa, il collante è stata la presenza di Carlo Levi in Basilicata; un confino che al torinese fornì l’occasione di essere non solo un formidabile romanziere ma un caposcuola di pensiero e di poesia. Rocco assimila quindi il pensiero democratico di Levi e inizia, per istinto, i due paesi non sono molto lontani l’un dall'altro, non solo una elaborazione propria che include nel suo socialismo ma addirittura una frequentazione con l’intellettuale di Aliano. Ecco allora che la lezione di Levi in Basilicata, «in quella terra senza peccato ma piena di rimorso» è un insieme di valori che a sua volta ha ereditato da Piero Gobetti e che da qui a poco, sia da solo con il Cristo sia assieme al discepolo di Tricarico, sarà l’atto di ri-fondazione di un socialismo liberale. Un socialismo che Scotellaro fa suo e che lo porta, negli anni successivi, quando Levi fa il suo ritorno nel nord tra Firenze e Torino, prima di arrivare a Roma, a esternarlo nella sua attività di sindaco e di sindacalista dei braccianti.


Quindi è chiaro che in un primo tempo non possiamo né separare la poesia dall'attività politica in Scotellaro né possiamo estraniarlo dalla lezione del suo maestro. Per un lungo periodo di tempo Levi e il nostro sono una sola unità di azione e pensiero; come nella Torino urbana e proletaria dove Gobetti e Gramsci da grandi amici andavano per le fabbriche a istruire gli operai sulla lotta e fornendo, se pur in modo propedeutico, elementi di politica; così i due, allievo e maestro, praticano la loro azione in Basilicata.


Per Scotellaro sono anni formidabili, di grande gioia e desiderio di vita, al punto che l’essenza socialista, la sete garantista e di giustizia sociale, confluisce organicamente nella sua poesia. È il tempo dei primi nuclei di liriche raccolti poi postumi in Si è fatto giorno e Margherite e rosolacci.

La poesia di Scotellaro assume una propria voce e i versi, se pur non ancora conosciuti dal grande pubblico, se pur mai dati alle stampe, ne fanno, in silenzio, al buio della propria casa, il messaggero della letteratura lucana. Si tratta di poesie pubblicate quasi tutte postume da Carlo Levi (allora, dopo la morte di Rocco non più maestro ma amico fraterno e ammiratore) e da altri intellettuali meridionalisti.


Sono versi che Scotellaro lascia intonsi su fogli di carta sparsi, scritti su pacchetti di sigarette, sulla scatola dei cerini e che per il loro alto valore lirico non solo rendono Rocco il poeta unico ma il capostipite di un certo mondo, di una certa scuola di pensiero. Un capostipite messo in discussione, criticato e amato al contempo, verso il quale vengono rivolte invettive quasi offensive da parte di intellettuali della sua stessa Lucania. La poesia di Scotellaro diventa quindi la testimonianza politica e sociale di una terra esclusa dalla storia, al margine di ogni possibilità economica e di riscatto.


E se da una parte, per un certo verso, si tratta di una poetica intimista e sentimentale, dall'altra possiamo considerarla a tutti gli effetti un’opera civile. A differenza degli altri meridionalisti, l’autore di Tricarico, il giovane che morirà per malattia a Portici nel’53, pare intavolare un ventaglio di possibilità ed esperienze talvolta scomode. A differenza degli altri poeti del sud Scotellaro fa dei propri versi una sorta di “zibaldone” del suo pensiero e della sua azione politica e letteraria; costruisce in un insieme di richiami, endecasillabi, affreschi rurali, un pensiero netto e distinto. E lo fa con la consapevolezza non tanto dell’Omero – quale è – della Basilicata, ma del contestatore politico, del dissidente, proprio come nel’46 avverrà al suo maestro e amico Carlo Levi con l’esperienza del primo romanzo rivoluzionario.


Tuttavia, al di là degli aspetti più espliciti, la poesia di Scotellaro pare avere qualcosa di più rispetto a quella degli altri meridionalisti; se da una parte infatti si tratta di una sensibile espressione lirica, dall'altra si tratta di testi che esplicano un pensiero compiuto: un'intelaiatura teorica precisa, netta.

Non è facile di fatti per un autore trasmettere, operando sul piano della fiction, il proprio pensiero teorico sulla realtà; d'altronde come sosteneva lo stesso Sartre la letteratura è l’arte del non detto. O si narra e quindi si racconta o si esplicita un pensiero. Le cose spesso sono separate.


Operare nella finzione e con finzione, che è l’operato di un buon scrittore, e tanto più è scaltro più finge, inventa persino i fatti che vive, significa limitarsi alla storia o alla poesia. Ecco allora che la letteratura mondiale per secoli, ma direi da sempre, si può definire mancante, ferita; in quanto lontana dall'esplicitare un pensiero organico e compiuto. Mentre invece nel caso del poeta di Tricarico la cosa cambia; Scotellaro è sì un uomo di lettere, quindi un mentitore, un operatore della finzione, ma è anche un politico, un giovane cronista di inchieste e quindi, senza retorica, la sua poesia è anche e non solo una poesia di pensiero. È, e necessita ammetterlo, una poesia di concetto, se pur dissimulata e addolcita da un forte impatto lirico ed emotivo.


Come l’amico Levi, Rocco decise di essere l’Omero della Basilicata e quindi, per fare questo, edifica una propria intelaiatura ermeneutica, una propria attitudine ontologica. Come Virgilio guida Dante all'interno del sogno del fiorentino, così Scotellaro ci conduce negli angoli più remoti della Lucania, squarcia il velo al pudore paesaggistico, descrive l’epica fatica della civiltà contadina che nella sua area geografica è tanto forte da aver respinto il medioevo e aver protratto l’età ellenica sino ad oggi.


Ma il giovane scrittore fa di più, a un certo punto della sua storia intellettuale, del suo percorso biografico, decide di unire alla poesia e alla politica l’inchiesta. Ecco allora che emerge un nuovo profilo sinora inedito dell’intellettuale del Basento; quello del sociologo e antropologo. Da questa scelta stilistica e di contenuto a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta inizia a stendere le inchieste sui braccianti, sul sottoproletariato di Tricarico e lucano; compone, servizio dopo servizio, spostandosi per i paesi della zona da Salandra a Aliano, da Oliveto a Garaguso, sino a Grassano, Grottole e oltre, l’opera giornalistica Contadini del sud. Un libro profetico che stilisticamente si pone in posizione ibrida tra il giornalismo d’inchiesta e studio antropologico. Si tratta quindi di un percorso che gli permette di abbandonare – se pur temporaneamente, la finzione per storie reali.


Ma il sindaco poeta è troppo legato alla letteratura e allora, dopo poco, eccolo tornare alla casa del padre con la stesura di certi racconti sempre di ambientazione lucana e agricola che Carlo Levi pubblicherà postumi dando alle stampe: Uno si distrae al bivio. Dove il bivio che permette distrazione è la Basilicata stessa con i suoi asini che risalgono i sentieri delle campagne nelle ore del vespro per il ritorno al paese, con i suoi braccianti costretti a inoltrarsi sino in Puglia per un tozzo di pane e lavorare al soldo del latifondista per la mietitura; dei fornai che sfornano il pane buono di grano duro e dalla mollica oro, è il cielo che pascola sui poggi sbranati dai calanchi. Il bivio è dunque quella realtà lontana dal buon senso, dalle città: è il teatro dove si consuma la tragedia del sottoproletariato meridionale.


Con i racconti, tuttavia, Rocco intavola anche una geografia personale, interiore, relativa agli affetti, agli amori infranti che lui, giovane intellettuale, bruciando di ardore, ha inaugurato lungo i vicoli di Tricarico, rimasti per questioni biografiche soltanto dei preludi. Amori e amore per la propria vita, della propria terra che gli permettono di evadere con il pensiero, di percorrere la strada del ricordo. Ecco la tensione di stare sempre in bilico sull'arcione tra realtà e dimensione onirica. Il ricordo lo porta lontano, la realtà lo strappa al sogno. Se non fa il politico fa il poeta, se non fa lo scrittore fa il sociologo. Ma proprio in questi anni, dietro l’onda della poesia e della finzione, quasi come fosse una messa tra parentesi del tangibile, compone due atti per il teatro; Rocco diventa drammaturgo con Giovani soli. Sulla stessa strada, e oramai sono gli ultimi anni di vita, consumato dalla tisi, sulle vie perdute della Lucania, a Portici, scaldato dal sole e’Napule, straniero nella capitale partenopea, inizia la stesura del romanzo di formazione L’uva puttanella.


Un romanzo rimasto incompiuto per il sopraggiungere della morte e del quale rimane una traccia di ben due capitoli. La storia del libro narra degli anni in cui era studente a Salerno, in collegio, precisamente a Sicignano degli Alburni, in quel paese dimenticato tra la Valle di Diano e la Basilicata, quel villaggio di contadini campani dal quale passava la ferrovia per Potenza quindi per la sua amatissima Lucania. Racconta gli anni febbrili «sulle sudate carte», i mesi nella fredda Sicignano pettinata dai venti freddi dell’Appennino campano.


Si tratta infine di una esperienza unica per lui ma che rimarrà inconclusa e che dopo la sua morte avvenuta nel’52 Levi e i compagni partenopei quali Michele Prisco, Domenico Rea provvederanno a dare alle stampe.

In conclusione l’opera proposta da Mondadori non solo ci ripropone un poeta importante, non solo è un documento su di un personaggio straordinario ma ci invita a comprendere l’importanza del suo pensiero. Perché raccogliere Scotellaro significa unire politica e poesia, significa dare unità a un vero e proprio universo. Insomma si tratta, a mio avviso, di un libro indispensabile che, come direbbe Sciascia, ci porta a futura memoria.


Rocco Scotellaro, Tutte le opere, a.c. di D’Aquila e Martelli, Mondadori


Noi non ci bagneremo


Noi non ci bagneremo sulle spiagge

a mietere andremo noi

e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

Abbiamo il collo duro, la faccia

di terra abbiamo e le braccia

di legna secca colore di mattoni.

Abbiamo i tozzi da mangiare

insaccati nelle maniche delle giubbe ad armacollo.

Dormiamo sulle aie

attaccati alle cavezze dei muli.

Non sente la nostra carne

il moscerino che solletica

e succhia il nostro sangue.

Ognuno ha le ossa torte

non sogna di salire sulle donne

che dormono fresche nelle vesti corte.


***

È calda così la malva


È rimasto l'odore

della tua carne nel mio letto.

È calda così la malva

che ci teniamo ad essiccare

per i dolori dell'inverno.


***

È fatto giorno


È fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi

con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.

Le lepri si sono ritirate e i galli cantano,

ritorna la faccia di mia madre al focolare.