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Poesia | Samuel Taylor Coleridge: Elliot pubblica una nuova traduzione del poeta inglese

Samuel Taylor Coleridge sbarca di nuovo in Italia con una traduzione coraggiosa e una scelta di testi non casuali eseguita da Edoardo Zuccato per la collana Poesia diretta da Giorgio Manacorda: Tutto il mondo di ombre (poesie 1791-1834)Certo, su di una raccolta di poesie, oltre alla valenza estetica e ontologica del poeta, oltre al documento prodotto, cosa si può dire? Di traduzioni ne sono state fatte tante, e le nostre librerie sono piene di novità editoriali, di riscoperte dell’ultimo momento e spesso neppure passate in rassegna dal fruitore medio.


Allora perché una nuova traduzione di Coleridge? Ma la domanda, che non ha una risposta immediata, dovrebbe porsi differentemente: perché proprio lui? Cosa ha questo poeta di differente dagli altri della sua epoca? Che ruolo ha svolto il lirico – ma si potrebbe parlare di un anti-lirico, nel suo tempo? E sino a che punto, dal momento che ancora oggi si traduce un autore del suo calibro, Coleridge è stato un rivoluzionario? La traduzione, oltre a ricoprire un ruolo di divulgazione culturale ed estetico dell’opera, cosa può scoprire di inedito?


Le domande sarebbero tante e poi tante ancora, mi limito quindi, non da critico, badate, ma ancora una volta da autore che legge un altro autore (sempre che io non vi abbia già annoiati con questa storiella), a rispondere, se pur per sommi capi, agli interrogativi che mi sono posto.

La prima risposta che, in certo senso, ingloba in sé le altre, è che Coleridge è stato il poeta per eccellenza del Romanticismo inglese, il più rivoluzionario e tuttavia il meno databile di tutti, benché le date riportate in calce nel titolo. Il poeta appartenuto al proprio tempo solo fisicamente ma già avanti nel tempo - e con il volto saldo verso il passato. Non solo poeta, ma teologo, filosofo, divulgatore eccentrico e responsabile, mai scadente.


Poi perché è un autore romantico e l’età romantica in Inghilterra, a differenza della vicina Europa continentale, a partire dalla Germania e poi per l’Italia e la Francia, si sviluppa in due filoni ben precisi e in due stagioni storiche ben felici; la prima durante il seicento con i così detti «poeti metafisici», con Donne, Marvell, Shakespeare così come furono definiti da Mario Praz; in una seconda età, nell’Ottocento con Coleridge, Blake, Shelley, Byron. Quindi, stando a queste premesse, la traduzione ha un dato documentale: lo studio e la relativa divulgazione di esso a testimonianza filologica sull’età storica del poeta.


In secondo luogo, dicevamo, ma non per ordine di importanza, perché il poeta inglese ha superato, si potrebbe dire scavalcato, il suo tempo, l’attitudine generazionale della contemplazione e dello sperimento estetico ed etico dei suoi coevi e compagni. Coleridge è stato quindi il poeta per eccellenza (ripetiamolo ancora), libero da uomo e libero da letterato, uno sperimentatore folle nei cui testi amalgama, cuce lembi, frammenti di teologia, di visionismo, di imagismo (tipico inglese) come portavoce dei tempi medievali e poi di quelli moderni. Sia dal punto di vista sintattico, quindi stilistico, come i suoi compagni usa metriche convenzionali a cominciare dal sonetto europeo ma va oltre, usa, scomponendolo secondo un proprio rigore estetico, l’uso del poema che da epico diventa narrativo, quasi scenico.


Si misura perciò con un aspetto drammaturgico della poesia e i testi diventano una speciale preghiera liturgica, se pur laica. La lezione teologica è quindi inglobata nella sua poesia quanto quella scabrosa e laica (puramente espositiva) del teatro. In Coleridge si fondono e convivono anime di diverso spessore, voci di diverso colore fonico. L’uso del sonetto europeo in lui si stravolge emergendo non nei sentimenti belli dell’amore, come nei colleghi metafisici, non è il madrigale perfetto del sentimento espresso in quattordici versi; è un canto liturgico che squarcia il vero del possibile e va oltre, verso un intangibile momento. Il caso vuole che la raccolta Tutto il mondo possibile si apra con un sonetto e con un testo di quattordici versi in cui al posto dell’amore vi è un certo rimorso:


Lasciando Christ’s Hospital

Addio, scenario familiare, un triste addio: a te si stringe ancora il mio cuore grato, benché svolazzando sulle lucide ali della Fantasia alla Speranza piaccia raccontare storie di gioia futura.

Addio, addio, chiostri amatissimi e grigi. Ah, se tornassero quei giorni felici in cui senza macchia sotto i vostri archi appresi la Colpa, sbalordito da quella storia.

Amati luoghi, in cui spesso cantai semplici versi ascoltando il rimbombo dei miei passi: vi lascio esitante, con lo stesso dolore

di quando la mia infanzia penosa, strappata per precoce sventura al mio borgo natio, mischiò le lacrime con quelle di mia madre, sola.


L’uso del poema invece, per una sua scelta stilistica non viene selezionato per questioni di sentimento – amoroso o di altra natura -, ma viene invece relegato a un ruolo più alto, quasi liturgico. Ecco allora il poemetto L’arpa eolia. Composta a Clevedon, nel Somerset, dove un passo, una stanza del testo esplica proprio quello che ho appena detto:


E se in natura ogni cosa animata non fosse che un’arpa d’altra forma, che vibrando pensa quando è percorsa da un’immensa brezza intellettuale, insieme anima di ognuna e Dio di tutte?


In cui l’interrogativo di chiusa della stanza esplicita con un certo eclettismo estetico un interrogativo noumenico, che va al di là di una tendenza ideologica e di un modo di percepire romantico. Coleridge penetra nella materia, costruisce teologicamente la sua poesia, travalica ogni fenomeno plausibile. Questo andare oltre la materia per diverse quinte più in là, quasi come una lettura platonica del visibile, ecco che fa di lui un trascendente, un poeta che non parte (come gli altri romantici sia del seicento che del suo tempo) dal noumenico ma dal fenomenico.


Proseguendo su questa teoria, sempre nella raccolta tradotta da Edoardo Zuccato, ci viene in soccorso la celeberrima Ballata del marinaio antico, nelle cui parti del poema, oltre che a mantenere questo aspetto liturgico e ancestrale, il poeta edifica il terzo segmento nel quale assiduamente opera: la drammaturgia. Il poema si fa dialogato e in sé mantiene le attitudini di prima, ma questa volta secondo un registro diverso; teatrale. Un testo, quello del vecchio marinaio, che non solo mantiene alto il discorso teologico, ma si palesa, si srotola come una antica pergamena, sotto una forma drammaturgica, materica.


Quindi, ricapitolando, possiamo dire che Coleridge non solo scavalca il suo tempo per queste ragioni, non solo cioè dal punto di vista nettamente etico, ma anche da quello estetico, usando assiduamente almeno tre registri vocalici: la lirica - il sonetto -, il poema (per temi ancestrali e teologici), la scrittura teatrale per la narrazione di un soggetto. Ecco che la cosa è svelata: l’enigma del suo eclettismo è stato risolto. La rivoluzione è compiuta. Il poeta, il cantore romantico è andato al di là del proprio tempo, ha indossato, probabilmente raccattate su delle ortiche, i panni del vittorioso rivoluzionario per non spogliarsi mai più.


Il lavoro svolto da Edoardo Zuccato ha quindi un senso documentario e filologico preciso: di testimonianza del più grande esponente romantico inglese. E per fare questo ha dovuto operare una scelta di grande studio, una ricerca che mima l’immersione totale nei testi di Coleridge revisionandoli per donarci un lavoro ben fatto e soprattutto organico, di grande ricerca. Infine, ma non per importanza, nemmeno questa volta, credo che con gioia si debba ringraziare Giorgio Manacorda che con sapienza dirige la collana Poesia di Elliot e che, con il suo avvallo sulle pubblicazioni, garantisce e mantiene un certo livello editoriale.


Non ci resta quindi che leggere e farci marinai a nostra volta, inoltrandoci nella lettura di Tutto il mondo di ombre: una raccolta che contiene in sé l’immensità del mare, di quelle acque cantate epicamente dal grande poeta inglese.

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