Poesia | Sasso, carta e forbici di Antonio Bux

Sulla scia del mallarmeano colpo di dadi, in cui poesia e gioco-hasard si uniscono e si protraggono nella stessa modalità, Sasso, carta e forbici (Avagliano, 2019) di Antonio Bux si presenta come ludus in cui, su scala mondiale, si gioca il destino del singolo. Caratteristica, questa indistricabilità del singolo dal tutto, tipica dell’infanzia. Un’infanzia che è, prima di tutto, scelta stilistica marcata verso un linguaggio inclusivo, verso una frequente sistemazione strofica dei versi (specie la quartina, da sempre sinonimo di semplicità e di stile simplex) che si rende complice di uno strutturarsi delle poesie su un concatenarsi fono-semantico non escludente la pura litania o la predominanza del suono sul significato (“se qui piove il volto o avvoltoio dentro”), verso l’accostamento spregiudicato e ardito – che a volte sembra quasi irrazionale, lisergico – di parole e concetti (“nel cielo emostatico”; “l’acqua carnale”; “l’agricoltore morirà la sua casa”). C’è una sorta di tensione in questa raccolta, che dal semplice apre al drammatico, una specie di solidarietà semantica interrotta che scardina la logica e immette nell’onirico, nella profondità della vita oltre la sua narrazione favolistica. La raccolta, divisa nei tre principi creativi del gioco e della vita, del Sasso, della Carta e delle Forbici, si apre a spirale su domande irrisolte/irrisolvibili; nella prima si vive una sovrapposizione tra l’uomo poeta e il bambino perso/mai stato che il poeta era nell’infanzia (da qui l’affastellarsi di Poppy il celeste, amico immaginario, di Condor semantici, di Yeti), nella seconda l’elegia di un amore tragicamente interrotto che vive nell’invisibile, dietro lo specchio degli occhi (“Anche se ti vedo morire / ogni giorno dentro il mio sguardo”), dietro uno sguardo che blocca e raggela, nella terza l’ampliamento su scala terracquea di una iperfetazione geografica di una intèrieure difficilmente districabile dall’esterno (“mentre in Antartide un pinguino muore / per amore disumano”). La sovrapposizione di piani spazio-temporali, del reale-possibile-impossibile, la facies fanciullescamente (ma il bambino non è mai, dionisiacamente, non tragico) limpida del dettato alla Eros Alesi, l’aggrovigliarsi dei richiami rende questo libro un’ardua competizione del lettore contro se stesso, contro la sua logica, contro le leggi della convenzione.


nota di lettura a cura di Michele Bordoni ad Antonio Bux, Sasso, carta e forbici, (Avagliano, 2019)


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LA GONDOLA


Ci siamo su una gondola, a formare prati, piccole rotaie verdi. La gondola e i sei anni, e i sei anni dentro un mare, dentro parole spinte da capodogli. Suolo azzurro, amore dove mi tieni le mani nascoste, tra la sabbia e la metropoli che si apre, giungla dei sei anni quando tocchiamo abissi sulle altalene;


(noi arrugginiamo così, con il sole fuori dagli occhi, e la gondola rubata al gondoliere, e la canna sul filo di un’acqua che è sopra il tempo. Questo tempo a mostrare i sei anni, i sei anni che non sono pochi a navigare il fondo).


Ora la gondola rubata è oltre le onde, e il gondoliere torna bambino, sulle rotaie i capodogli spogliati d’aria sono parole, e respirano. E poi il prato pieno di mani, amore che è altalena fino alla giungla si sale, non più metropoli ad arrugginire le vecchie abitudini…


(Così oggi sulla gondola spaziale, abbiamo sei anni e siamo capaci di avere soltanto sei anni; e una mano più grande ci spinge senza più onde né tempo sott’acqua dove le nostre altalene vanno e di silenzio il sole sembra vero).


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IL CONDOR SEMANTICO


Ricordo la notte, il condor semantico appollaiato sui rami era il mio esistere (e quanto tempo per fare la carne a brandelli, quanto tempo per cuocere il fegato, quanto a diminuire le cellule, gli atomi del sentimento); le sue ali ciò che più temevo, aprirsi in uno spasmo e quegli artigli dire la tua carcassa sarà il solo verbo.


Poi la notte cominciò a parlare, la notte divenuta tappeto, e le parole si stendevano, curve, con le ali del condor fiancheggiare (e io scrivevo che non volevo esistere se io, servo del condor volavo ma soltanto tra parole); così la notte mi piegava mentre il becco del condor in picchiata mordeva l’unica parola a cui tenevo.


Avevo diciott’anni e il condor mi programmava le parole (il condor che vedevo sopra le teste, il condor quando saliva su mia madre, e sulla maestra, alle sue spalle, dalle braccia le cadevano le piume). Da quella notte cominciai a cancellare, tenni solo una parola, il condor non la sa, nemmeno io so quale sia.


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UNA FOTO O UN RICORDO (parte II)


Ti ho trovata morta sulle scale. Era ferragosto, nella fretta di vedermi sei inciampata nell’ultimo scalino e cadendo all’indietro così come sei nata, in un salto di luce sei andata via, con i vicini accanto mormorando sul tuo corpo mezzo rotto. È stata l’ultima volta che ho pianto, poi c’è stato un muro, specie quando ti ho vista rialzarti dal marmo della camera ardente venirmi contro a dire: sei tu che stai sognando la mia morte; così te ne sei tornata sdraiata a dormire. Fu dopo quella notte che tu attraversasti il portone ogni maledetto giorno: a casa ti vedevo salire le scale con me, mentre raccontavi la tua giornata all’ospedale, tra un paziente e una palpata del primario, e io geloso, col tuo bisturi gli avrei tagliato via tutto; ma tu mi frenavi, dicevi: è solo lavoro, non è niente, torniamo a casa, amore, è per il bene di nostro figlio. Di quale figlio tu parlassi non mi era proprio chiaro, ma lì per lì feci finta di avercelo un bambino per non deluderti, almeno da morta. Sono passati dieci anni e ogni giorno facciamo quelle scale, questa volta senza inciampare, e ogni giorno provo sempre a fare finta di non vedere, chissà uno scalino, o il passamano per venirmene con te a passeggiare là in alto, dove forse abbiamo un figlio.


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XI


Prendo il ciuffo di un’erba che tu ami quello vissuto sulla fronte di tua nonna la sera quando ti cresceva tra le coperte lo raccolgo per te che non sei qui per te che sei tra le coperte degli alberi sotto la terra onesta o forse di lato all’albero che è ora tua nonna così insieme a lei compi proprio i miei passi li unisci ai passi degli altri, quelli scordati dove un’orma è per sempre dove un’orma è mia madre che sale come un albero ad accarezzarmi i capelli e mio padre, e il tuo, e il padre di tutti qui dove prendo il ciuffo di un’erba che tu sei li rivedo ancora una volta, rivedo la mia vita e le vite di chi siamo stati, ora che sono ciuffi e così anche io, sotto la terra, dov’ero sento di essere stato amato.


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CARTA (parte I)

Il gioco era chiedere, dire montagne, fare onde coi passi, chiari sulle acque – e le onde respingevano future –


ma fate disegni calmi, diceva la scuola, più calmi disegnate le onde: così uno diventava bambino, con l’acqua


sporca, come il corpo addosso, con la poca acqua caduta dai sogni che ora è corpo e cenere, o fuoco,


o è corpo che si chiede esistere, o resistere se è gioco quel sasso a tirare, o a esser tirato, e creare


un disegno per bucare e dire carta, o per tagliare con le forbici a mani piene, pietre immaginarie.


(E questo gioco era montagne alte, immaginarie erano vite così piene che si era bambini da soli, a disegnare le onde).


Non che sia abitare questo prima di vivere, non che sia più gioco o vanità la foresta


che si placa con gli anni, o uno a sé davanti che gioca, e perde, o solamente si trova schierato.

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