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Poesia | Sistemi di Dimitri Milleri

Aggiornato il: mar 11

Non è facile parlare della poesia di un esordiente, in quanto essendo all'alba del proprio divenire non è possibile pescare in uno storico, in una fase precedente della sua produzione, tuttavia nel caso di Dimitri MIlleri (Sistemi, Interno Poesia, 2020) il discorso pare essere un altro. Nella poesia del giovane autore toscano è facile vedere il tratto tipico della sua generazione che, a parere mio, sta compiendo un mutamento di rotta e nel linguaggio e nei contenuti.


Ma andiamo per ordine e vediamo cosa voglio sostenere.


Ho avuto modo in diverse occasioni di parlare dei poeti nati negli anni novanta e, tralasciando che ciascuno di loro ha una propria poetica o voce, distinguibile e chiara, oserei dire parafrasando una metafora canora da tenore, ho rilevato immediatamente da subito la questione, non del tutto secondaria né marginale, del linguaggio. E questo aspetto sembra si sia radicalizzato in questi giovane al punto di allinearsi a uno stile che crea un modo di tradurre il narrabile, vale a dire il reale raccontato per versi, mediante un linguaggio scarno e lontano dal lirismo della tradizione classica (per fortuna).


Il loro linguaggio - e nel caso di Milleri la cosa balza subito all'occhio del lettore- è quello dei giovani, è la lingua della rete, di internet, del contemporaneo, la lingua di una solitudine non di fatto ma esistenziale. In effetti a ben pensarci i poeti nati attorno al nuovo millennio o a fine secolo sembrano quasi tutti affetti da questo sentore che, a differenza di quello percepito dai padri o dalla generazione mia, comunque dagli adulti, è un timore che non sta nella paura della morte ma nel non poter riuscire a dire il mondo che hanno dentro, nel non saper esprimere a pieno le cose che abbiamo e sentiamo di dire; il timore sta in una urgenza strozzata di vita . Si torna quindi alla questione del disagio? Direi di no.


Qui, e nello specifico nel caso di Dimitri, il malessere, lo stare soli, è percepito più come una solitudine esistenziale, ontologica e che ci fa dire: la vita è una cosa.


Tutto questo sentimento, questa percezione del inevitabilmente si riflette sul linguaggio che non può più essere lirico e distante, "alto sulle ali" come direbbe Vittorio Sereni, non può essere un entità sublimata, ma qualcosa di concreto, una cognizione del dolore tangibile: una lotta tra l'io e la storia. Insomma, si tratta di una dialettica perpetua che soggiace l'individuo e lo rende parlato più che parlante. L'individuo si soggetta quindi a una realtà precostituita che ne decide le sorti, tira le fila e al contempo definisce lo stato delle cose.


Sto parlando delle cose che accadono al di sopra di noi, dove alla fin fine la storia la si subisce sempre e da sempre l'abbiamo subita. In questi poeti però c'è una consapevolezza che prima non c'era o comunque Dimitri e altri della sua generazione sembrano aver maturato una percezione diversa e questa inedita percezione si riflette sul linguaggio.


Altro aspetto, non marginale e legato alla questione del linguaggio, è certamente la capacità, forse dovuta alla freschezza giovanile, alla ingenuità dell'animo, di saper tradurre in poesia il reale. I contenuti di Sistemi stesso non hanno nulla di astratto, il poeta non si mette sul podio, non abita le stanze della torre d'avorio ma sembra calarsi nel quotidiano, avere una interazione sociale, pare sia attore di un dramma a cielo aperto. Sistemi come raccolta ci suggerisce proprio questo: il mondo di un ragazzo capace di una criticità matura e che prende corpo nel modus operandi che Dimitri stesso si fa parte del dramma, a partire dal linguaggio. Ad avviare la macchina della commedia umana che in Sistemi detta l'architettura di un mondo interiore specchio del di fuori è proprio la lingua e il giovane autore aretino pare averne familiarità. Lui stesso, il poeta in questo caso, il dramma dell'assurda solitudine del linguaggio e quindi della materia tangibile, reale ci gioca per evitare scongiurando lo scadere della tragedia.

Da: Detentivi


La sala d’aspetto

era un luogo di mimesi involontaria.

Era un silenzio privo di telefoni,

composto di frammenti: gesti usuali

in miniatura, archetipi di sedie

gerani immobili. Nulla giungeva allo stato solido, violenta

era la forza di gravità in ogni volto,

irrefrenabile

la volontà di divinarla.

Quando non ci fu più distanza

fra esterno e interno

tutto si fece angusto, angusto e scomodo:

leggings a pois, riviste e prescrizioni

volevano restare corpi estranei.

Qualcuno poi spaccò la confluenza

con mosse improvvisate, gentilezze

dovute.

Bisognava essere buoni.


***

L’ipermnesia colpisce prima il cuore,

le statue degli affetti come fiori

finti nei cimiteri

le miniature esatte del vissuto.

Si perde il filo, tanto è quel nitore:

si dice mucchio di spire

che un corpo fa dormendo

terra magra,

rosso degli occhi chiusi.


Da: Chiusi


La vede fatta di materia.

Tutta. E non manca di nulla.

Neanche così.

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