• Antonio Merola

Poesia | Teratophobia di Gaia Giovagnoli

«La poesia di Giovagnoli si presenta nel panorama della nuova poesia italiana come un piacevole episodio isolato […] non intraprendendo alcun accostamento al canone contemporaneo nostrano, Giovagnoli assorbe e incorpora con originalità la lezione di due paradigmi della letteratura del Novecento teoricamente distanti: la confessional poetry americana – in particolar modo la sua più luminosa manifestazione, cioè l’opera di Anne Sexton – e uno dei più americani tra gli autori italiani, Cesare Pavese – anche se Giovagnoli attinge maggiormente non al Pavese withmaniano di Lavorare stanca, ma a quello delle ultime poesie e, specialmente, al prosatore dei Dialoghi con Leucò e del Mestiere di vivere […] In Teratophobia assistiamo sostanzialmente alla costruzione di un’identità, una particolare antropo-poiesi che, mutuando un’espressione coniata proprio da Giovagnoli in un suo recente studio di Antropologia del corpo e della malattia, si può definire sinergica»,


dalla prefazione di Andrea Donadera a Gaia Giovagnoli, Teratophobia, 'round midnight edizioni, 2018


Dei rami di carne che si bagnano al fiume: questo vedrebbe chi passa: tronchi che si tolgono le scarpe come a svestire radici e l’acqua come saliva di una bocca che ci ha detto


Nel gonfio dei rovi ti ho vista da bimba sputare via il pane e toccarti la pancia – agnella bianca che si deruba: Elettra ha sul grembo la malia di seccare


Potessi lavarti le mani – senza uccidere il fratello; salvarti il padre col ripudio – traccia di te soltanto; darti la madre senza voglia – sciolta dal suo ventre non farci ritorno


Quale gorgone stringe gli occhi e ride come una rondine nell’infamia di farti pietra quale ti immola tenera ti sputa insieme al pane ti brontola l’addome e lo rinfaccia


C’è qualcosa che ci fa bestie incattivite e conti fatti


Potessi svegliarti dalla speranza di non avere già traccia: da sempre tu che salvi non sei salva


*


Io non sono il figliol prodigo: dietro ogni passo c’è una mia testa china


Nel giorno del figlio che torna vedrò solo il torto di una strada ripresa la carezza mai data a chi resta


Gli dirò: bentornato fratello It’s been a long time – che hai contestato il padre che non trovavamo che hai rovesciato il collo per mordere il polso – chiederò del capriccio delle scarpe macchiate


It’s been a long time - ti ho letto quel niente e l’assenza il dubbio che è germinato tu perdonami il male che esonda: da schiavo ti abbraccio da fratello affamato sgolerò la carne gonfia del vitello stringendo te


*


Ho sentito mia madre piangere sola in una camera di nodi slacciati in una coscienza svegliata


Un lamento di fiato sottile a salire livido con il caffè nella moka


Il salotto è un palmo vuoto le scarpe a terra ciò che resta dei passi


È una domenica ghiacciata anche se il sole è sul tavolo insieme al giornale niente televisione il cerchio delle forchette è un ringhiare di incisivi


Il dolore è uno specchio sfondato una lupa che non si addomestica


Ha tirato fuori i vestiti dall’armadio tutti quanti in fila i calzini come gioielli sfibrati e le maniche morbide Li ripiega uno alla volta e ha le mani tronche: il corpo fa e lei non sente


Il dolore è l’acuto perenne l’impotenza di non sapere alcun canto di non potersi sistemare educati una volta sparpagliati su un letto


C’è una pausa che è una resa armata che è un abbraccio a maglie lente concede un respiro tra i buchi – me la chiede e non parla


Ho un giro di lettere che si accalcano a vuoto si accovacciano come lepri irrequiete – c’è che io non so stringerti


Anche un cassetto in queste case è un baratro aperto


*


[Ci sono luoghi che sono mancanze hanno guance ruvide sottili come camicie da notte – controluce puoi vederli respirare – noi ci incontriamo là]


Io sono un’idra di mani che tendono a te e ho un corpo come un figlio bestemmiato i resti magri di un’assenza ci stanno ai piedi – tu sei lì di fronte inerte e bambino stringi gli occhi come bocche aspre


Poi ecco chiederò: nella tazza umida di un finto sbadiglio coi piedi gelati e le gambe di rami girate pochi gradi lontano dalle tue – mi pregherai la rinuncia hai un sorriso di ruga che è pane secco sparso mi fissi da cane sfinito Provo: sei il fondo nero del crollo – mi faccio ostrica e abbasso le ciglia Provi: sei l’ombra che verso – hai le dita solenni di un albero la sera


Tu solo sei stato figlio grande dei miei polsi sterili frutto pieno sul seno da strega ora non resta che una sagoma scalza


[Questo posto ha i nervi scoperti i denti fuori mentre ci stringe a sé e lo scheletro ammucchiato a fior di cielo]


Mi son fatta nuda e ne ho vergogna: ho il pudore stretto al petto come una vecchia collana


Hai sulla fronte una luce azzurra aguzza come un crampo in una sala d’attesa precisa come luce per le falene ugualmente mortale e inconsapevole


[Mi ritrovo l’anima in un limbo stretto in una tasca asciutta]


*


Ferma il passo e non nasconderti alla mia vista. Chi fuggi?


Virgilio, Eneide, libro VI, vv. 465-466


Ordini un caffè con quella voce che ti fa nuda di fronte alla vetrina


Fuori c’è la terra del pianto con i suoi alberi uncinati le piante di mirto e i peschi sfioriti le macchine in fila ali di un vigile distratto i lampioni hanno le sagome di frati assorti


Ho visto le tue ossa farsi acqua salivano col caffè liquide sotto la carne


Diranno: si bevve a lume di un giornale dentro un maglione di due taglie più grande si abortì senza voler rinascere


Sei seduta sul bordo della sedia lo sguardo basso sui tuoi pugni chiusi


Non assomigli per l’altezza alla gazzella – le sei sorella di timore non hai il corpo goloso di un felino – di suo hai la ritrosia non mani d’ala lunga da gabbiano – solo scriccioli di carne che si arricciano né grazia viperina – tu conservi delle spire l’abbraccio soltanto


Diranno tutti che sei morta da poco ma che non lo ammetti Mi ritrovo padre e fratello di te che sei tutto ma non bambina che sei una danza contratta dei tuoi silenzi hai fatto un vestito di fuoco

Ho ammaestrato la lingua a tacersi risparmio l’insulto di una frase fatta – e tu paghi veloce tiri i capelli sugli occhi ti fermi


le dita bianche ed incerte su un secondo soltanto

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