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Poesia | testi di Emir Sokolović

Aggiornato il: 7 giorni fa

Crisi della modernità e Parola poetica in Emir Sokolović

Una voce vibrante, di spessore nella cultura contemporanea dei Balcani occidentali è questa inconfondibile e intensa di Emir Sokolović. Poeta di Zenica, cittadina posta nel cuore della Bosnia-Erzegovina (BiH) -bagnata dalle acque del fiume Bosna che l’attraversa- Sokolovic ha intessuto la sua vita nell’Arte e nella Creatività. Qualità insigni che gli sono riconosciute anche in Italia, «mia seconda Patria» come lui stesso spesso dichiara.


Ed è ben lieto, dicendolo, di esprimere quell’emozione che è cara, e propria, a quanti sanno riconoscere il significato del percorrere una strada come del valicare un guado, realizzare un ponte che, per definizione, unisce. Addentrandoci nelle piste che ci portano a Sokolović, non si può non osservare che egli ci mostra una ricchezza di sfaccettature, nel suo profilo di personalità della cultura, che richiamano proprio, di volta in volta, all’impeto del suo fiume, di quella Bosna che a volte straripa (… le correnti interiori che lo agitano) a volte scorre placida.


È dalle sponde di quel corso d’acqua, sul sentiero che traccia il lungofiume, che si assiste al matrimonio del Cielo e della Terra e al loro dialogo: Natura, Spirito, Materia, si concentrano in quello spazio, ci portano a un passo dallo svelamento del loro mistero. Così, le poesie di Sokolović, e la sua scrittura poetica, si incastonano nella densità di significato di quel paesaggio naturale e lacustre, ci conducono nelle sue accoglienti anse e nei suoi scarti improvvisi (rappresentazione di un io interrogante) che assecondano un percorso a volte pacificato, più spesso scabroso e aspro, esperienza e specchio di una condizione umana incessantemente indagata.


Fin dagli anni ’80 del ‘900, possiamo dire -rimanendo nella metafora- che Emir Sokolović ha governato le sue vele secondo una rotta prestabilita, seguire l’astro della Cultura, compito non semplice ma dal quale si evince il valore civile impresso alla sua motivazione: si devono affrontare e superare tempeste, secche, scogli, squarciare le nebbie, e non sempre si riesce a evitarli.


Ma ciò che non riesce ad affondarci fortifica. È il pregio, questo, di chi ha al proprio arco molte frecce e, anche, non secondariamente, di chi ha saputo accompagnarsi con un gruppo di amici sodali che, come lui, credono e investono se stessi nella convinzione che l’Arte rigeneri. Così, Sokolović, perseguendo il suo nobile obiettivo, e nell’assecondare natura e eclettismo propri, ha scritto e pubblicato drammi teatrali, narrazioni e, soprattutto, libri di poesie.


Inoltre, è riuscito, in virtù di quelle idee, a creare un evento internazionale che, a cadenza annuale, riunisce intorno a sé poeti di tutto il mondo (il Festival di Poesia “La Piuma di Živodrag Živković”), organizzato dalla sua Associazione “Armageddon” alla quale si devono belle e partecipate presentazioni pubbliche (almeno due ogni mese, a Zenica) di poeti dei Balcani, talenti affermati o alle prime prove ma, sempre, di sicuro interesse. Ed è così che l’Autore ha valicato i confini, della BiH e dei Balcani, acquisendo, peraltro, nuovi amici, nuove e anche prestigiose collaborazioni come quella con l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo guidata dall’Ambasciatore Nicola Minasi e con l’Ambasciata della Repubblica di Serbia.


Tutto ciò, bisogna dirlo, non ha istituzionalizzato né il poeta né le sue creature che continuano a godere di un’autonomia piena, e sempre più promettente quando, poi, si sottolinei che, tra i princìpi che muovono questo ventaglio di impegni, il sentimento della solidarietà lampeggia sempre in Sokolović come un faro: alcuni dei suoi libri, peraltro, sono stati registrati in versione audio dedicata alle persone ipovedenti.

Bisogna tener presente tutto questo quando si parla della Poesia di Emir Sokolović: del luogo in cui egli vive (delle Tradizioni, della Cultura, della Storia della BiH e dei Balcani occidentali), delle aspirazioni sue e di chi abita quelle regioni, della necessità pervasiva di analizzare criticamente condizioni esistenziali e loro interpretazioni, nella tenacemente perseguita necessità di sottolineare, da parte del Nostro, il valore imprescindibile della dignità dell’Essere Umano.


Porsi alla lettura della poesia e della poetica del nostro autore è pensare, allora, al valore e alla funzione della parola poetica in quello squarcio di storia e nel successivo, attuale, processo di ricostruzione, e alla sua capacità di universalizzare questo suo messaggio; una parola, in Sokolović, che, progredendo, inoltre, nell’atto creativo e nel consolidamento dei temi affrontati, gradualmente abbandona la sua qualità descrittiva per diventare rarefatta, a volte isolata, come lo è il linguaggio quando si spoglia di se stesso, quando rinuncia all’orpello per cercare, nella sua essenzialità, di significare la verità della condizione, storica, dell’uomo dimidiato, scavato nell’anima, privato di se stesso.


La parola, tratta da un luogo inconosciuto si fa esperienza, veicolo di scoperta, e essa stessa specchio di quella condizione e testimonianza del proprio valore etico: la parola poetica insedia la tensione della denuncia e, insieme, attingendo essa alla ricerca di un valore assoluto, realizza un percorso di conoscenza e quindi di liberazione (è quella parola che guarda in faccia l’abisso):

«(…) Ma la parola rubata/ la tomba mia/ La parola enunciata/ tenta di raggiungere/ l’incomprensibile/ (…)»

e, ancora:

«(…) È magnifico allontanarsi e/ osservare per poter dire/ “È accaduto!”/ mentre quelli un poco più dolenti/ abbandonano la Parola,/ tanto che i più deboli si chiedono: “Dove?”/ e i saggi indicano loro il canto dell’Uccello/ che vive soltanto nelle leggende/ (…)»

Un’umanità affranta (“dolente”), schiacciata dal peso della Storia, vaga senza meta, e senza lingua, spogliata del Sacro (la Parola/Mito) e della sua rappresentazione Simbolica (l’Uccello delle leggende), privata, quindi, del nucleo originario e del significato primario dell’esistenza, della radice universale nella quale si riconoscono il singolo e la collettività. Privata, infine, anche della possibilità di riconoscere che una scintilla di divino dimora in ciascuno, che Sacro e Mito resistono dentro ciascuno anche se in una condizione di latenza:

«(…) c’è qualcosa di sacro? che cosa di/ non profanato sfugge allo sguardo?/ c’è qualcosa di sacro?/ il marmo da cui spiccano il volo/ oppure l’omessa traccia della divinità?»

«(…) Quando il viso/ con le ali fragili copri e il sospiro o il crollo/ sulle gote imprimi/ sappi che l’uccello/ sta nel tuo occhio/ anche se la pupilla è vuota/ (…)»

E, dunque, la povertà dell’attuale condizione umana è segnata dall’assenza dell’idealizzazione di quei valori (che hanno carattere sacro) intorno ai quali si coagulano esperienze e pratiche comunitarie. Una povertà che induce l’uomo, a brancolare nel buio: ciò rimanda ad un altro dei temi ricorrenti nell’Autore, al significato del vedere di rilkiana memoria, a quel “non ho ancora imparato a vedere” di Malte Laurids Brigge, all’esperienza che, peraltro, lo stesso Rainer Maria Rilke chiarisce in una lettera del 1901 all’amico H. Westhoff:

«(…) la maggior parte delle persone prende in mano le cose solo per compierci una qualche stupidaggine (che so, ad esempio solleticarsi con una piuma di pavone) invece di osservarle una a una con la massima attenzione e interrogarsi sulla Bellezza che possiedono. Per questo la maggioranza degli uomini ignora quanto il mondo sia bello e quanta magnificenza si riveli anche nelle cose più piccole, in un fiore, in una pietra, in una corteccia d’albero o in una foglia di betulla».

Nella direzione di un tentativo di rigenerazione della bellezza dell’esistenza, il linguaggio (Mito, Sacro, Natura) non può restituire l’uomo a se stesso se non adottando un nuovo idioma che riecheggi e sveli quel mistero. Complementare a questo approccio, la scrittura poetica di Sokolovic testimonia della necessità di rinominare le cose, come se le cose, originate dal caos, acquisissero per la prima volta un nome e per questo l’espressione concentrata nel valore assoluto della parola abbandona il costrutto lineare, si fa chiusa, scabrosa, difficilmente parafrasabile, a volte elusiva:

«A chi dire/ All’ombra che si scioglie/ ai piedi della magnolia/ e la foglia ancora// Che dire/ Fui allora/ Parola con Dio (…)»

e, ancora:

«Essere Spleen – Sia la forma radice/ dentro le membra/ e le pupilla nei fiori/ Mentre il sole sogna/ d’essere suolo// (…)»

fino a diventare frammento:

VI - «Deve lo sguardo essere il destino per coloro che stanno fuori»

X - «La vecchia al di sopra delle pupilla/ I toni turpi corrode e aizza…»

La forma della scrittura prende, a volte, una funzione didattico-didascalica per la quale le immagini hanno qualità psicologiche e morali:

da: Il sacro martirio di Giovanni Evangelista – Verità ridestata

«Come il suono delle campane/ come la stessa eco/ la penitenza del cuore spezzato/ Cuore perdona/ il loro peccato,/ che male ti infligge/ la corona (…)»

e, nella raccolta I Venti, strumento di immedesimazione negli eventi naturali antropormorfizzati ancora nel segno di una mitizzazione, per avvicinare il mistero all’uomo e alla sua sfera dei sentimenti, e per rendere meno angosciante la relazione tra conoscibile e inconoscibile:

- Il Maestrale

«Sempre hai volute versare/ I tuoi baci sulla costa/ e sulle chiome degli alberi infuriate/ La vergogna hai sempre intessuto/ sui musi di tutti gli uccelli/ O mio Maestrale // (…)»

- La Bora

«Nel desiderio taciuto/ immergi le dita nell’acqua/ Trascorri la notte sotto un limpido cielo/ Mentre fiocchi di neve t’accarezzano il volto// (…)»

In Sokolovic, quindi, il linguaggio poetico è un luogo che si apre alle insidie del significato, un intrico verbale/lirico che spinge il lettore ad una costante tensione interpretativa, un susseguirsi di ordigni concettuali che leggiamo dipanarsi anche nel dramma teatrale (bilingue) «Paride, o: è inutile crocifiggere Cristo», nel quale la metafora del mondo abbandona la visionarietà a volte misticheggiante per introdurci in una nuova forma di teatro, il teatro (detto dallo stesso Autore) di riflessione: è la storia del sovvertimento di un ordine, specchio di certa attualità nella quale desideri, passioni, inganni richiamano a uno stato di natura pre-sociale, e per questo disumano perché fondato sulla lotta per la sopravvivenza per il quale l’assassinio del Signor K. (Paride) per mano della Signora S. (Afrodite e, insieme, madre del Signor K, non biologica ma per averlo cresciuto come un figlio fin da quando era in fasce) è dramma individuale e sociale.


Su questo scenario (non estraneo a un certo naturalismo) e che può ben dirsi avanguardistico, si apre lo spazio per la descrizioni del nudo destino dell’uomo incapace di opporre un argine ai propri istinti, e della sensazione del nulla e del non-essere che prevalgono nella psiche dei protagonisti soggetti agenti di un atto contronatura che li condanna e che sconvolge per l’apparente ovvietà che lo caratterizza. Nella ricerca di un’identità fuori dall’ordine condiviso di valori (secondo una visione manicheistica della realtà che viene adottata per rendere senza equivoci il dato della lotta tra il Bene e il Male) la crisi della modernità è vissuta in maniera solipsistica e collettiva precludendo ogni spazio a qualsiasi anelito al riscatto, alla redenzione:

- Terzo Atto, scena seconda:

Signora S.: «Sono stata io il senso della tua vita e della tua felicità, questo mi dà il diritto di essere anche il tuo destino. (Colpisce il Signor S., suo figlio, con un colpo di pugnale nel petto e lo uccide). Scusami. Non sarei riuscita a comprendere la differenza tra i sentimenti materni e la lealtà di concubina».

Lo scavo intrapreso dall’Autore in tutta la sua produzione letteraria, se da una parte investiga, quindi, senza compiacimenti nei più riposti moti dell’animo mostrati senza filtri, e instillando inquietudini, dall’altra si veste -attraverso anche la scrittura e i suoi meccanismi formali- di una qualità propositiva proprio nell’affermazione, nonostante tutto, della Bellezza della Vita per la quale l’uomo ha il diritto di vivere come individuo non come ingranaggio di un meccanismo infernale.

Paolo Maria Rocco

(Ad eccezione delle ultime due poesie -Maestrale e Bora- tradotte da Paolo M. Rocco, i versi delle altre poesie riprodotte nel testo sono state tradotte in lingua italiana da Nataša Butinar; la traduzione del passo tratto dal dramma “Paride, o: è inutile crocifiggere Cristo” è stata curata da Bogdana Trivak e Giorgio di Vito).

Emir Sokolovic, poesie inedite

Sanjar od Gladi

(Knut Hamsun-u)


Zid zid je

iako Boja

nastanjuje

samo promatrača

galije vječne

da galiot nije

ni Golijat nije

a pridošli val

veslo smiono tuče;

On ni sidro

ni sidrište

nikada ne gubi


Bokovlje su joj

u drevnosti

krošnje krilile

a sad o praznini

samo da odjek

ju nadglasa

I naum Boju što krasi

o modrilo dok veslo se saplitalo

zorom pomen dočekalo

a opstalo, opstalo, opstalo...

I kliktaj price ponad

a oborena pogleda

zar nije

Sognatore di Fame

(a Knut Hamsun)


Un muro è un muro

anche se il colore

vi apparisse

solo l’osservatore

delle galee eterne

- che non è un galeotto

e nemmeno un Golia

nè l'onda incombente

che il remo batte audacemente -

mai l’ancora

mai l’approdo

perde

Copriva i suoi fianchi

nei tempi antichi

la chioma dell’albero

e ora il vuoto

non può che essere

sopraffatto dall’eco

E l’intento del colore che orna

l’azzurro mentre il remo s’incaglia

si aprì all’alba alla memoria

e sopravvisse, sopravvisse, sopravvisse…

Su tutto ciò lo sguardo

dell’uccello abbattuto

è vano?

traduzione di Paolo Maria Rocco

***

Sanjar o Vinu

(Omaru Hajamu)

Dok vers kosmosom prikriva

I eros kroz žudno vino zaziva

Htio je samo sjenka duhu biti

Biti Riječ što sama se u krčag uliva...

Sognatore di Vino

(a Omar Khayyam)

Il verso nel cosmo eclissando

nel vino l’eros bramoso invocando

Lui solo essere voleva un’ombra dello spirito

Parola che nella brocca si versa…

traduzione di Paolo Maria Rocco

***

EMIR SOKOLOVIĆ, Gdje i zaŝsto Dove e Perché, 1983, traduzione di Paolo Maria Rocco

Ako život treba da…

Ako život treba da zgori

Sam ću da ga spalim

I biću plamen snivajući

Ogarke na kpjima se niko

ogrejati neće

Se la vita deve…

Se un incendio dev’essere la vita

sarò io stesso ad appiccare il fuoco

e nel sogno della brace

che nessuno scalderà

io sarò fiamma

***

L’anima promessa

L’anima promessa infine

l’anima disprezzata

Trova un rifugio

(È così che celebra

la sua rinascita)

Un’anima minacciata dal vizio

vaga per gli orizzonti – la sua meta.

Arrivano

piegati da un dolore muto

i piedi – debolezza della Terra.

La solitudine è disprezzo dell’Angelo

Rifugio del Grande

I duša obećana


I duša obećana

Duša i prezrena

Iznalazi utočište

(Tad slavi Ona

drugo rađanje svoje)

Duša optočena porokom

Luta obzorjima – meta

Nailaze

Nijemim bolom svinuti

Stopala – Zemlji slabost

Samoća je Anđela prezir

utočište Veliki

***



EMIR SOKOLOVIĆ, è nato a Zenica, in Bosnia-Herzegovina, nel 1961. Ha esordito in giovane età nella poesia pubblicando in Riviste e poi, nel 1983, con il suo primo libro Gdje i zašto (Come e Perché) che è stato poi ripubblicato nel 2012 con poesie scelte e tradotte da Giacomo Scotti. Da questo libro sono tratte queste due poesie delle quali offriamo oggi la traduzione in lingua italiana di Paolo Maria Rocco, insieme ad altre due sue poesie inedite.

E. Sokolović ha pubblicato libri di poesie e drammi teatrali, tra cui: Apocalisse 1994, progetto intermediale; Era una canna allora, 1998; Paride, o: è inutile crocifiggere Cristo 1999, messo in scena in molti Paesi dell’Area balcanica; Lako je jurišati na nebo koje ćuti… 2011; Poetica Demonica 2014; Danzando tra le ombre 2014, I Venti 2017.


È ideatore e organizzatore del Festival internazionale di Poesia La Piuma di Zivodrag Zivkovic e, con la sua Associazione culturale Plava Paleta – Armageddon organizza a Zenica serate di presentazioni di poeti internazionali. Insieme con il poeta, critico letterario e traduttore Paolo Maria Rocco, ideatore del libro, ha curato l’ Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani, LietoColle, 2019. Alle opere di E. Sokolović sono stati attribuiti Premi e Menzioni in Italia e all’estero.




PAOLO MARIA ROCCO, nato a Napoli residente attualmente a Fano (Marche), laureato in Lettere e Filosofia, già docente a contratto per l'Università di Urbino, insegna Lettartura italiana e Storia nelle scuole superiori. È giornalista professionista dal 1995 (Il Giorno, di Milano; L'Eco di Bergamo; Il Resto del Carlino, Bologna; Altrogiornalemarche, e altri). Ha scritto e pubblicato, in riviste e libri, poesie, saggi di critica letteraria (Georges Bataille, Bruno Fonzi, Umberto Piersanti, Vitaliano Angelini, e altri), racconti e un romanzo Virginia, o: Que puis-je faire? (Bastogi 2015).


Al suo primo libro di poesie I Canti (Bastogi 2016) è stato attribuito il Primo Premio nel Festival internazionale di Poesia «Pero Živodraga Živkovića» a Zenica (BiH), e il Premio Speciale della Giuria del Premio Casentino (Arezzo); al suo ultimo libro Bosnia, appunti viaggio e altre poesie (Ensemble, 2019) il Terzo Premio del Centro Studi M. Pannunzio di Torino, e altri riconoscimenti. È stato ospite per la Poesia italiana del Festival internazionale “Murakon”, a Sveti Martin na Muri (Croazia), ideato dal poeta e pittore Zlatko Kralijc.


È ideatore e curatore (insieme con E. Sokolovic) dell' Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani (LietoColle, 2019) che ha ricevuto il Patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Bosnia-Erzegovina per la qualità di strumento di Riconciliazione e Pace tra i Popoli e per l'opera di diffusione della lingua italiana all'estero. Ha tradotto e pubblicato, nel Quaderno Monografico Le Dilettante (Università degli Studi di Urbino) testi in prosa di Georges Bataille, e, su Riviste italiane e estere, poesie dalle lingue bosniaca, slovena, albanese, russa. Sue poesie sono state tradotte e pubblicate in Riviste e antologie in Bosnia Erzegovina, Croazia, Romania.

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