Poesia | testi di Stefano Damato


Era quasi un’infanzia che tornava a scaldarci, prima che fosse il tempo vorace di ruggine e di memorie crespo. La luce saziava le membra. Era il miracolo. E ora la tua voce cammina su tappeti di farfalle morte, ma per questo ancor più estranee all’incanto della seta tra le ali e radiose di una stagione avara di scintille. Che fiorito tormento deve attraversare l’anima tua se di tramonti e fantasmi di vetro fa stanze d’albergo identiche e oscure! Ma non temere. Tra l’estasi e il baratro ci sono speranze che colmerò per te, voli che disperderò in fumo profano. Mi interessa uniformare al tuo sapore la sapienza amara che il patimento ha strade di cristallo, alzarti in questo fuoco che è promessa.


***


E ti prego con vertebre di fumo, ti spargo a mano nell’anonimato di campi roventi. Ti affido al vento perché ti innalzi nella trasparenza, rimetto azzurro nella tua cancrena. Alla purezza, se davvero esiste, ci si arriva per drenaggio. Fa’ l’aria che respiro ogni istante meno mia: so già come fugare l'essenziale dentro un bacio. Cammina al mio fianco, trasformami la schiena in aquilone, della fragilità fa’ un monumento di pazienza. Sono solo una barca nel sale, un naufrago nell’assenza.


***


Restano ancora tanti sentieri, ancora una sommessa limpidezza d'aria e una pena antica che percorre le vene e i giorni trasparenti. Resta il contiguo, resta l’assiduo offrirsi agli occhi miei del sale e del candore; e allora resto io, dall'alba trafitto, ad aspettare inerme che il banale sprofondi nel prodigio, e viceversa. Ma una luce diffusa, se sto fuori dalle sue labbra, innalza cattedrale dove solo l'ombra resta salda.


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Raccolgo nei dintorni della morte sonetti, monetine, note al bordo ancora in crosta. Questo il necessario al fango per creare il camminare umano. Lascio indietro volentieri il grido quale forma manifesta e torbida dell'appassire, cedo le usate reti che sono date al fiato quando null'altro frena il labbro in fiore. Ciascuno sfibra il vortice a suo modo. Ma ciò che ci avvicina è la scoperta di sillabe sguarnite tra gli incarti della sorte. Fingiamo l'uragano. Tra ciondoli, macerie e diversioni È il nostro adolescente sublimare la luce nei dintorni della morte.


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Porto nel cuore un’estate sepolta che cova la morte come un ricordo dolcissimo; per questo mi ubriaca la vertigine di quello che è perduto e tra scorie che l'essere trasuda mi seguono i gatti randagi. E penso: tutto quello che tocca questa vita annega nel segreto scoramento di mani che non trovano che il vuoto.

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