Poesia | Une terre où trembler di Hélène Fresnel

Aggiornato il: mag 19


“Anche agli adulti, assai spesso, capita di vivere i grandi mutamenti dell’esistenza –magari lungamente attesi, o presagiti, o temuti – in una sorta di assenza, e di stupore, che non lascia spazio alla concatenazione logica dei pensieri; in un vuoto di volontà: quasi in sogno.” La chimera di Sebastiano Vassalli - Premio Strega 1990.


Partiremo da queste parole: mutamento, attesa, paura, illogicità, assenza, stupore, vuoto, sogno. Così si connota la raccolta di Hélène Fresnel. Une terre ou trembler edito nel 2020 da Revue NUNC – Éditions de Corlevour.


La fisionomia diaristica del testo scandisce e delinea con esattezza l’istante. Le date, le ore, le albe e i tramonti sono fondamentali per poter respirare le sensazioni della poeta. Questa raccolta, che ha la parvenza di un giornale intimo, comincia con una data: 2013. L’opera vedrà la luce solo nel gennaio del 2020. Sette anni sono molti per la gestazione di una raccolta, ma tra queste novantaquattro pagine sette anni sembrano aver maturato un’età maggiore.


Ogni poesia viene dilaniata e messa in ginocchio da quelle parole che abbiamo sottolineato prima, ma ciò che rende questa poesia onirica è proprio l’assenza senza la quale le delusioni e le noie sarebbero semplicemente morte. La prima domanda che dobbiamo porci quindi è cos’è l’assenza per Hélène, e non cos’è l’assenza in sé. Il passo citato di Vassalli, ci fa comprendere l’universo che c’è dietro uno spirito, come vengono vissuti gli stupori, l’esistenza e la vita con tutte le sue gamme di colori.


Nella poesia di Hélène non dobbiamo dare forzatamente significati da vocabolario, e quello che interessa in questa sede è proprio valutare questa assenza/distanza, questo tempo dilatato, questo senso di stallo che la scrittrice cerca di esprimere. Infatti non è stato scritto fin qui che la raccolta parla di una speciale se non confusa storia d’amore in cui l'altro non ha mai avuto la possibilità di incarnarsi per creare e avviare un rapporto. I versi vogliono dar conto all’esperienza della rottura, di fin amour, con qualcosa che difficilmente è esistito sul piano fisico, cercando meno le tracce di un uomo o di una relazione, ma le orme di quello che ha lasciato sul suo passaggio, una illusone, una morte, un silenzio. Da qui nasce la poesia.


- Nous ne serions pas qu’à un fil / du ciel dur / où j’allaitai ma mort

- Le silence / illusion pour un pays palpable


I titoli delle varie sezioni di questa opera sono vitali e alcuni esprimono al meglio questo senso di indecisione vivace della vita: “Rejoindre non rejoindre”, “Les murs irrésistibles”, “Rupture non rupture”.


Il titolo della raccolta invece porta con sé un significato intenso, Una terra dove tremare. L’indeterminativo ha una potenza, è vago, ci fa perdere la bussola. Di quale terra stiamo parlando? E perché cercare o trovarsi in una terra dove tremare? Hélène distrugge il mondo cercando di crearne un altro.


Ogni cosa viene spenta per accendersi in un altrove, da qui lo scenario disastrosamente puro, un terremoto viscerale verso una relazione mai svelata.


La parola terremoto è significativa, in francese terremoto si dice tremblement de terre, l’assonanza con il titolo è totale. Se accettiamo questa visione verremo proiettati nell’instabilità, nella scossa emotiva presente nei versi di Hélène:


- Alors la terre craqua doucement dans nos tête


La terra perde la sua sfericità, si accartoccia, il tempo si trasforma nella distruzione, e nell’apocalisse del gesto:


- Les mains ne savaient plus d'où venait leur époque


Nella raccolta gli spazi sono importanti, il terreno vivo si impasta con quello della metafora (tornando alle nostre parola, al sogno). L’eterno scontro che demolisce le pagine è quello della fine, della rottura, della morte: catabasi, anabasi e suicidio. Tale trittico spaventa, ma Hélène ne conosce il peso.


Si nota questo affanno nella sezione “Avant que la lumière n’ordonne ses violences”, ogni ora una poesia, ogni ora aggiunge una sofferenza. Leggendo ci si aspetta la parola “suicidio”, una impiccagione, ma non accade:


- Des cauchemars / d’heures-tombes

- Paleur vive / les monts sont intérieurs

- Pourquoi ce fil / A renverser l’autre décor / Ces grains d’or / Pour qu’elle mort


Forse è la parte più coinvolgente e commovente dell’opera dove luci, metafore, immagini, sensazioni creano un mélange che si attacca al petto del lettore. È tangibile, palpabile. La violence della luce è una violenza che ha due soluzioni e percuote due volte, la scelta è fatale: vivere o morire; preferire quale violenza e dove viverla - nella morte è possibile viverla?


La parola suicide, un unicum nella raccolta, apparirà più tardi nella sezione “En allant vers les pierres”.


Dimenticare gli arti, scendere nelle proprie oscurità, desiderarsi è una lotta dura verso la conquista della leggerezza. La poeta cerca un rifugio, un luogo dove stendere il proprio corpo e poter liberare in pianto tutti i suoi ricordi. Una terra dove piantare il proprio corpo. Naufragare come le acque della terra.


Nota di lettura e traduzione a cura di Paolo Pitorri



Je distingue à présent une corde de lumière

Elle serpente tout bas et siffle son idée

Toute en matière

Duplicité

L’étrangère siffle sous la nuit

Elle aborde le noir

Avec obscénité

Son poil rêche et sa manœuvre fauve

Qui trompe et sait déjà ce qu’elle veut introduire

L’astre possible

Dans l’absance abyssale

La fissure où rampe l’étoile

Première heure

Deuxième heure

Cachez ce qui dévoile

Cachez-moi cette corde avec sa fourche folle


Adesso distinguo una corda di luce

Serpeggia di nascosto e fischietta la sua idea

In ogni materia

Duplicità

Lo straniero fischietta sotto la notte

Prende il nero

Con oscenità

Il suo pelo rude e la sua manovra fulva

Che sbaglia e già sa ciò che vuole introdurre

L’astro possibile

Nell’assenza abissale

La fessura dove striscia la stella

Prima ora

Seconda ora

Nascondete ciò che svela

Nascondetemi questa corda con la sua folle forca

*

Sous le grand tapis blanc des éléments perdu

Non ce n’était pas juste le dimanche – tous les jours inconnus –

Sous le tremblement du feu déchu

Que retrouver

La terre nage

Les eaux ont fait naufrage

Quelqu’un s’en est-il souvenu?

On a beau agrafer des paysages

Tenter la traversée des pages

De branche en branche comme un voilier

Les questions continuent

Comment ont-ils pu avaler

En silence

Nos corps

Nos creus?

Aux dires de la pluie sauvage

Ils ont commoncé par nos noms

Pas de ressort, sous ce tapis

Pas de salut

Sotto il grande tappeto bianco degli elementi perduti

No non erano le domeniche - i giorni sconosciuti -

Sotto il tremore del fuoco appassito

Cosa ritrovare

La terra nuota

Le acque hanno fatto naufragio

Qualcuno se n’è ricordato?

Siamo in grado di pinzare paesaggi

Tentare di attraversare le pagine

Di ramo in ramo come un veliero

Le domande continuano

Come hanno potuto ingoiare

Silenziosamente

I nostri corpi

le nostre piene?

Secondo la pioggia selvaggia

Hanno iniziato con i nostri nomi

Nessuna resistenza, sotto questo tappeto

Nessun saluto.

*


Pas de réonse

Sisyphe-sœur


Sous le mica des larmes

Tournons la clé des yeaux


Nessuna risposta

Sisifo-sorella

Sotto la mica delle lacrime

Giriamo la chiave degli occhi

*


Plaine noire

D'avant l'Hisotire

Note tombée

Sur la mémoire

Reviens chercher

Mon révolté


Retiens pour voir

L'éternité

Gelée au quart

De mon perchoir


Détourne l'âme

Fière et très libre

des oiseleurs

du prochain soir


Pianura nera

Prima della Storia

Nota caduta

Sulla memoria

Torna a cercare

La mia rivolta

Trattieni per vedere

L’eternità

Gelata al centro

Del mio trespolo

Distoglie l’anima

Fiera e liberissima

Dagli uccellatori

Della prossima sera

*


Malgré le casque des suicides

Larmes tombées sous les artères

Des globules piègent les blessures

J'entends leurs conquêtes liquides

Et je vois leurs petites sphères

Courtiser tout ce qui carbure

Ce sont des milliers d'Atlantide

Qui vont encore au monde avides

À croire que vivre est amour

Chantent

Nos corps


Pourvu que je résiste et dure.



Nonostante il casco dei suicidi

Lacrime cadute sotto le arterie

I globuli intrappolano le ferite

Sento le loro liquide conquiste

E vedo le loro piccole sfere

Corteggiare ciò che carbura

Sono milioni di Atlantide

Che ancore vanno nel mondo avide

credendo che vivere è amore

Dove

Cantano

I nostri corpi

Finché resisto e duro.

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